(di Stanislao Napolano - Comitato Due Sicilie) Napoli Egr. Dott. Gian Antonio Stella c/o Corriere della Sera, colgo l’occasione per scriverla in quanto sto seguendo il suo itinerario risorgimentale, ho letto il suo articolo “Noi italiani senza memoria” e quello sulla “Resistenza di Civitella del Tronto”. Non so se avrò risposta di questa mia missiva, non appartengo ad alcuna associazione che tiene vivo il ricordo dell’antico Stato delle Due Sicilie, ne auspico un ritorno dei Borbone sul trono, ma ciò che a me interessa è l’aspetto storico di una vicenda che come la si vuol vedere, si tenta sempre di vederla dalla parte risorgimentale ed ella a mio avviso non fa eccezione.
Quando si intitola un articolo “Noi italiani senza memoria” da come ho letto e da come a me par di capire, la nostra memoria, il nostro collante dovrebbe essere l’epopea risorgimentale. Io le chiedo, perché? La Storia della mia terra è vecchia di mille anni con la fondazione del Regno di Napoli da parte dei Normanni, perché io non ho diritto di conoscere quella mia Storia? La mia terra ha avuto diverse dinastie (Normanni; Svevi; Angioini; Aragonesi; Borboni), mai nessuno, ha mai osato annullare la diversità di quello Stato annettendolo ad un altro, anche durante il vicereame spagnolo l’identità formale rimase distinta dal Regno di Spagna. Solo i piemontesi con i Savoia hanno osato tanto. Ma il fatto più grave è stato l’annientamento, culturale! Potrei anche subire la retorica risorgimentale dell’arretratezza di questo antico Stato, ma la cultura non la si può toccare, la si può nascondere, ma mai annullare. Il motivo perché ciò fu fatto esiste e lo ricorda a noi il grande Montanelli, il quale scrisse: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” ed è questo ciò che si vuole!
Oggi bisogna aprire il grande armadio della Storia e cercare il nostro passato. Un passato che nulla ha che vedere con il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Toscana, ecc.
Le porto un piccolo esempio di visioni diverse del nostro contendere.
Lei conosce il libro “Cuore” di De Amicis ed il capitolo “La piccola vedetta Lombarda”, quando io da piccolo lo lessi mi venne il groppo alla gola. In quell’epoca io non avevo la minima idea che esistesse lo Stato delle Due Sicilie. Nei libri delle scuole di allora, inizio anni 60, vi era solo la retorica risorgimentale. Bene, con il tempo ho avuto la fortuna di studiare, di conoscere e di capire. Tempo fa ebbi l’opportunità di venire a conoscenza di un episodio riguardante la Scuola Militare della Nunziatella, dove ho appreso che in quei giorni convulsi dell’aggressione garibaldina, si ebbero vari episodi di eroismo legati alla lealtà verso la propria Patria, il Regno delle Due Sicilie, tra questi un tal Carlo Giordano, 17 anni, orfano da pochi mesi del padre, generale napoletano. Fuggì dalla Nunziatella il 10 ottobre, dopo i suoi compagni per raggiungere Gaeta. Durante l’assedio servì alla batteria Malpasso con abnegazione e coraggio, supplendo all’inesperienza con la forza della sua giovane età e con l’entusiasmo di chi difende la propria Patria, perché io devo conoscere le gesta della piccola vedetta lombarda e non le gesta del giovane Carlo Giordano? Per noi napoletani è la storia di questo giovane che deve interessarci, perché questi combatté per la propria Patria, la nostra vera Patria!
Veda Dott. Stella lei potrà fare tutte le inchieste che vorrà, ma se non entra in sintonia con lo stato d’animo di noi napoletani probabilmente, parlerà ancora con la retorica risorgimentale, mentre in tanti di noi di quella retorica non c’interessa un fico secco.
Lei invece dovrebbe provare a chiedersi perché con tanto malessere che serpeggia tra noi del Sud, non siamo stati capaci di realizzare un movimento simile alla Lega, perché non siamo capaci di esprimere un uomo come Umberto Bossi, perché nel periodo della Prima Repubblica, dove i governi del dopo guerra sono stati composti da tantissimi uomini del Sud, questi non sono stati capaci di risolvere una volta per tutte la questione meridionale. Perché non realizza un inchiesta provando a chiedere ai vari ministri dell’epoca come Cirino Pomicino, Di Donato, De Mita, De Lorenzo, (qui indico solo i campani), non abbiano avuto la possibilità di imprimere la svolta decisiva per affrancare il Sud dal Nord? Io credo che il vero problema del Sud è nei suoi uomini, nel proprio modo di concepire lo Stato e la cosa Pubblica. Nel 1860 una ristretta cerchia di personaggi, che certamente l’establishment piemontese doveva avere in alta considerazione, pur di raggiungere l’obiettivo della annessione della Stato delle Due Sicilie, li identificò come patrioti e riferimento delle genti oppresse del Regno, mentre essi non rappresentavano che loro stessi. La caduta del Regno non fu un evento eccezionale, lei che di storia se ne intende, ogni qualvolta a qualcuno veniva in mente di conquistare il Regno di Napoli, i napoletani non si creavano molti problemi accoglievano il nuovo venuto tributandogli subito calorose feste, tranne con i francesi nel 1799 dove morirono migliaia di napoletani per difendere la loro città e poi con la caduta del Regno, dove la pubblicista postunitaria la definì “dei Briganti”, mentre erano partigiani. Anche la riconquista del Regno da parte del Cardinale Ruffo viene passata come una reazione selvaggia, fatta da bande di straccioni analfabeti, ma credo che gli inglesi dell’epoca non la pensassero allo stesso modo, in quanto furono loro a creare le condizioni della riconquista. Purtroppo come lei ben sa, l’unità d’Italia ebbe come veri registi gli inglesi, i quali puntarono alla caduta dei Borbone in quanto non affidabili per le loro politica imperialiste. Altra prova della compattezza del Sud verso l’ideale unitario, la seconda guerra mondiale, i siciliani, a come ricordo, non credo che abbiano fatto barriera contro gli alleati, in difesa della sacra patria Italia, memori delle gloriose pagine risorgimentali. Se rammento bene, i siciliani indicavano agli alleati le strade per raggiungere Messina, furono i tedeschi ad opporsi coerentemente agli alleati. Io credo che nessuno deve immaginare che il Sud difenderebbe la patria Italia in un eventuale cataclisma internazionale, si userebbe l’antico motto “Viva la Francia, viva la Spagna purché si magna”.
Questa mia lettera tende comunque a sperare nel futuro e che noi cittadini dell’antico Stato delle Due Sicilie dobbiamo avere la capacità di esprimere una nuova classe dirigente conscia della propria Storia, della propria Cultura, delle proprie Tradizioni e puntare alla realizzazione di una nuova Italia federale, creando una area autonoma federata che comprenda le antiche province dello Stato delle Due Sicilie sulla falsariga della Catalogna. Per questo mi batterò!
Distinti saluti Stanislao Napolano









Lun, 1 Mar 2010
Storia