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	<title>www.caserta24ore.it &#187; Storia</title>
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	<description>L'informazione culturale dalla provincia di Caserta: associazioni, società, spettacoli, mostre, libri, arte, musica, storia, letteratura news</description>
	<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 21:25:38 +0000</pubDate>
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	<language>en</language>
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		<title>Stefano Surace a proposito della celebrazione del 150° anniversario della cosiddetta “unità d’Italia”</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 10:17:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Aperture]]></category>

		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<category><![CDATA["Unità d'Italia"]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Stefano Surace - Parigi. &#8220;Si vuol celebrare ufficialmente in pompa magna, come una fulgida gloria, il 150° anniversario di quello che in realtà è stato un crimine di cui gran parte del Paese sta tuttora pagando drammaticamente le conseguenze. La realtà in effetti è che nel 1860, alla vigilia della cosiddetta “unità d’Italia” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo da Stefano Surace - Parigi. &#8220;Si vuol celebrare ufficialmente in pompa magna, come una fulgida gloria, il 150° anniversario di quello che in realtà è stato un crimine di cui gran parte del Paese sta tuttora pagando drammaticamente le conseguenze. La realtà in effetti è che nel 1860, alla vigilia della cosiddetta “unità d’Italia” il Regno delle due Sicilie, con capitale Napoli, contrariamente a quel che si vuol far credre, era in ben floride condizioni economiche e culturali. Qualche dato&#8230;<span id="more-12212"></span><br />
Napoli era di gran lunga la  più ricca città d’Italia, ed una delle più ricche e prestigiose d’Europa mentre Torino e il Piemonte ne erano una zona fra le più sottosviluppate.<br />
Il Regno delle due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.<br />
La riserva aurea a garanzia della moneta circolante, nel Regno delle due Sicilie, (9 milioni di abitanti) era due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) ed era invidiata da tutte le nazioni<br />
Ammontava precisamente a 443,2 milioni di lire dell’epoca, contro 227,2 milioni del resto dell’Italia<br />
Mentre la riserva del Piemonte era di soli&#8230; 27 milioni, e quella della Lombadia di 8 milioni<br />
la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita del Regno delle due Sicilie al 120 per cento, ossia la più alta di tutti<br />
Il Piemonte aveva un debito pubblico triplo di quello del Regno delle due Sicilie, con circa la metà degli abitanti<br />
In effetti con 5 milioni di abitanti il Piemonte aveva oltre un miliardo di debiti (precisamente un miliardo e 271 milioni) mentre il Regno delle due Sicilie, con 9 milioni di abitanti, ne aveva per appena 441 milioni<br />
Due Sicilie : terzo paese industriale del mondo<br />
La conferenza internazionale di Parigi del 1856 aveva assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo per sviluppo industriale, dopo l’Inghilterra e la Francia.<br />
Oltre al milione e seicentomila addetti nell’industria c’erano duecentomila commercianti e tre milioni e mezzo di contadini.<br />
Gli sportelli bancari erano diffusi capillarmente in ogni paese e villaggio.<br />
Perfino dal censimento ufficiale effettuato dopo l’ ”unità”, nel 1861, dal nuovo “regno d’Italia” risulta che il Sud (fino a quel momento appunto Regno delle due Sicilie) pur con solo un terzo circa della popolazione di questo nuovo regno (il 36.7%) aveva una forza-lavoro nell’industria pari a più della metà (51%)<br />
Disponeva infatti di quasi 5000 fabbriche : cantieri navali (che avevano dato al Regno delle due Sicilie la prima flotta mercantile e militare del Mediterraneo, e la quarta flotta mercantile  nel mondo) industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari<br />
Il Sud aveva la più grande industria metalmeccanica d’Italia, la più grande industria siderurgica per materie prime e semilavorati, il più grande cantiere navale che fra l’altro aveva prodotto il primo vascello a vapore del Mediterraneo<br />
Le navi mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari  di tutto il mondo e la sua flotta mercantile era seconda solo a quella inglese e così pure la flotta da guerra terza in Europa dietro quella inglese.<br />
Tanto che il governo borbonico fu costretto a promulgare, primo in Italia, il Codice Marittimo creando dal niente una rete di fari con sistema lenticolare per tutta la costa<br />
L’industria tessile della zona di Salerno era al primo posto in Italia<br />
Il Sud aveva la più importante industria estrattiva di zolfo del mondo, la più grande cartiera d’Italia, il primo posto in Italia per la produzione di vetri, cristalli, corallo, un’industria conciaria tra le prime d’Europa (secondo posto per i guanti)<br />
Primati in serie. Fra i risultati di queste industrie c’erano, fra l’altro, la costruzione della prima linea ferroviaria e della prima locomotiva in Italia, il primo telegrafo elettrico della penisola, il primo ponte in ferro ad impalcato sospeso in Italia e tra i primi nel mondo, la prima illuminazione a gas in Italia e appunto la prima rete di fari lenticolari in Europa<br />
Gli operai  lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia ad usufruire di una  pensione statale, in quanto fu istituito un sistema pensionistico (con una ritenuta del 2% sugli stipendi<br />
Quanto all’agricoltura, il Sud aveva il primo posto per produzione di olio, agrumi, pasta, pomodoro, pesce, vino, formaggi e nell’allevamento di ovini, equini e suini, con il 55,8% di operai agricoli specializzati e il 56,3% dei braccianti.<br />
Sanità<br />
Nelle Due Sicilie vi era la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia : 9390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7087, su 13 milioni di abitanti<br />
Nel Sud vi era il minor tasso di mortalità infantile d’Italia, mentre i più elevati si riscontravano, fino alla fine del 1800, in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna<br />
La prima clinica ortopedica d’Italia fu creata a Napoli<br />
Quanto alla cultura, il Sud aveva quattro università e gli studenti meridionali erano più numerosi di quelli di tutte le altre università italiane messe assieme (9000 circa contro 7.000).<br />
La pubblica istruzione era gratuita e vi erano cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali<br />
Il 55% dei libri in Italia erano pubblicate da case editrici napoletane.<br />
Vi era un grande sviluppo nel diritto (fra l’altro il primo codice marittimo italiano fu creato a Napoli) e nell’archeologia, con l’avvio fra l’altro degli scavi di Pompei e di Ercolano e la creazione di musei archeologici tuttora celebri mondialmente<br />
Carlo III di Borbone intuendo l’importanza di Pompei ed  Ercolano, fondò l’Accademia di Ercolano profondendo mezzi e denaro, dando così, di fatto, inizio agli scavi. Oggi Pompei è una delle città più visitate del mondo, con un milione di presenze all’ann<br />
Regina dell’Opera<br />
Nel settore degli spettacoli, Napoli era considerata la regina mondiale dell’Opera<br />
Il suo teatro S. Carlo era il più antico teatro lirico d’Europa, costruito ben 41 anni prima della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezi<br />
I teatri erano diffusi in ogni parte del Regno delle due Sicilie, e ogni sera una quindicina di teatri erano aperti a Napoli, mentre a Milano non tutte le sere si trovava aperto uno<br />
Come organizzazione militare, la marina da guerra del Regno delle Due Sicilie era la più potente del Mediterraneo, e la prima accademia militare in Italia era stata creata a Napoli<br />
E non solo non esisteva emigrazione dal Sud ma, al contrario, specie Napoli era meta ambita di ondate di immigrati provenienti da ogni parte d’Europa (i più numerosi dalla Svizzera, come recentemente - nel 2006 - ha sottolineato pubblicamente il console svizzero Claude Duvovisin) spinti da ragioni economiche oltre che dalla bellezza dei luoghi e dalla qualità della vita<br />
Tutto distrutto dall’ ”unità”&#8230;Ebbene, con la cosiddetta “unità d’Italia”, questa invidiabile situazione del Sud si trasformò di colpo in un disastro.<br />
Si cominciò col rapinare tutto l’oro e il denaro del Banco di Palermo e del Banco di Napoli<br />
Garibaldi in particolare sottrasse dal Banco di Palermo 5 milioni di ducati di cui non si seppe più nulla, e svuotò letteralmente il Banco di Napoli.<br />
E non c’è da sorprendersi, poiché Garibaldi era in realtà un avventuriero già condannato per tratta di schiavi negri (condanna che gli aveva comportato fra l’altro il taglio di un orecchio) prezzolato dai Savoia e da altri ambienti internazionali fortemente interessati fra l’altro a rimpiazzare il Regno delle Due Sicilie nel controllo del Mediterraneo<br />
Per far credere che la popolazione meridionale era favorevole a questa “unità d’Italia” si realizzarono plebisciti-bidone, in cui da un lato si obbligava a votare anche chi non voleva, con violenze e minacce anche di prigione e d’altro canto le votazioni erano predisposte in modo il voto non fosse segreto<br />
Plebisciti bidon<br />
Il “votante” infatti trovava due tipi di bollettini, uno con stampato un “sì” e l’altro con un “no” sistemati in due recipienti diversi, e doveva scegliere un solo bollettino.<br />
Sicché chiunque poteva vedere se uno sceglieva il no, ed erano subito guai per il malcapitato : c’erano lì dei delinquenti pronti a somministrargli una “buona lezione”.<br />
Con questi sistemi a Napoli e nelle province continentali del Sud si fecero risultare il 99,19 % di sì e solo lo 0,80 % di no&#8230; ma, malgrado tutto, con non più di 1.312.366 “votanti”.E in Sicilia il 99, 84 % di sì e lo 0,15% di no, con solo 432.762 “votanti”<br />
In effetti la pratica totalità della popolazione era contraria a questa “unità”, come del resto ammesso esplicitamente fra l’altro dagli stessi pur feroci ufficiali piemontesi dislocati in zona, come ad esempio Alessandro Bianco, conte di Saint-Jorioz, ufficiale dello stato maggiore<br />
O dal senatore torinese Massimo D’Azeglio, che dichiarò al Senato del nuovo “regno d’Italia” a proposito di questo “plebiscito” : “Il suffragio universale? Io so solo che al di quà del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve trovar modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Agli Italiani che non volessero unirsi a noi, non abbiamo diritto a dare archibugiate”<br />
Il ministro degli esteri inglese lord John Russel dichiarò a proposito di questo “plebiscito” fasullo : “Questi voti sono mera formalità&#8230; non dimostrano l’esercizio indipendente della volontà del popolo”.<br />
E in effetti  le popolazioni meridionali si opponevano compatte agli invasori, con numerosi ed efficaci gruppi di patrioti che l’esercito piemontese non riusciva a battere benché forte di 150.000 uomini<br />
I Piemontesi si scatenarono allora contro la popolazione bruciando villaggi, uccidendo e seviziando in massa uomini, donne, bambini, incendiando vaste foreste compresi i villaggi e gli abitanti che vi si trovavano, bruciando addirittura quasi per intero una regione boscosa, la Lucania, con chi ci viveva.<br />
Migliaia i profughi, centinaia i paesi saccheggiati e distrutti.<br />
Per giustificare questi massacri gli invasori affermavano di battagliare contro dei delinquenti (“briganti”) mentre i criminali erano loro, autori e programmatori di queste atrocità. A ordinare quei crimini era Cavour<br />
E tutto ciò avveniva per ordine preciso del capo del governo piemontese, Camillo di Cavour, come risulta fra l’altro da una sua lettera al suo degno re Vittorio Emanuele II, in  cui precisava che non bisognava far prigionieri, ma uccidere tutti coloro che capitavano nelle loro mani.<br />
In tal modo centinaia di migliaia di persone furono seviziate e uccise&#8230;<br />
Spesso poi si tagliavano loro le teste e le si infilava in bella mostra su bastoni piantati a terra o si prendevano i cadaveri, li si mettevano a sedere tenuti fermi in quella posa dai carnefici per le foto-ricordo&#8230;Fra gli altri come sanguionari assassini si distinsero un generale Ferdinando Pinelli e un colonnello Pietro Fumel, che praticarono metodicamente il terrore, la tortura e sevizie inaudite contro inermi cittadini saccheggiando e distruggendo le loro proprietà.<br />
Fucilati preti, donne, ragazziDal settembre 1860 all’agosto del 1861 vi furono 8.968 fucilati, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e 6 paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevat<br />
Nel 1860 a Gaeta in una foiba furono trovati 2000 fucilati<br />
Impressionante la testimoninza di Carlo Margolfo uno dei bersaglieri piemontesi che entrò a Pontelandolfo : “Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti<br />
“Quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e che rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire chi abrustoliti e chi sotto le rovine delle case<br />
Difficile stabilire con precisione, date le circostanze, il numero dei morti fra la popolazione che resisteva all’invasore.<br />
Le stime dei ricercatori vanno da un milione a varie centinaia di migliaia.<br />
Questa realtà atroce era ignorata dall’opinione pubblica mondiale (non c’era ancora la televisione&#8230;) salvo da certi personagi di rilievo che in Europa avevano potuto venirne a conoscenza in un modo o nell’altro, e non nascondevano la loro forte indignazione.<br />
Lo sdegno di Napoleone III, Disdraeli, Lord LennoPer esempio l’imperatore francese Napoleone III che, malgrado fosse alleato di Vittorio Emanuele II (il re del Piemonte che era divenuto re d’Italia in quel modo criminale) ebbe a scrivergli testualmente: “I Borboni non hanno commesso in cento anni nel Sud d’Italia gli orrori che hanno commesso i vostri uomini in un anno&#8221;.<br />
Oppure Benjamin Disraeli che - benché l’invasione piemontese convenisse fortemente all’Inghilterra - chiese a gran voce nel Parlamento inglese come mai si dovessero chiamare “briganti” dei patrioti che si battevano per la loro terra.<br />
Oppure Lord Lennox che, sempre al parlamento inglese dichiarò l’8 maggio 1863: “Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra&#8230; e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita”<br />
Il deputato scozzese McGuire nel 1863 dichiarò nel parlamento inglese: “Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia meridionale&#8230; non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un’impostura<br />
Il deputato spagnolo Nocedal dichiarò nel 1863 : “L’Italia, dove si stanno sbarbicando dalla radice tutti i diritti, manomettendo quanto vi ha di più santo e sacro sula terra. L’Italia, dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza”<br />
Il deputato inglese Giorgio Bowyer scrisse nel 1861 a Lord Palmestron, Cancelliere dello schacchiere (ministro dgli esteri) del governo inglese : “Milord, mi tengo in debito di rivolgere la vostra attenzione ai seguenti fatti sul governo presente nelle Due Sicilie.<br />
Il primo di questo mese 64 persone incolpate di essere legittimiste furono trucidare a Napoli&#8230;. Continuano gli arresti e il terrore, le prigioni traboccano.<br />
Il due del mese due signore furono arrestate sulla pubblica via. Quattro editori di giornali furono gettati in prigione senza forme legali, e i loro fogli soppressi.<br />
Intanto le truppe percorrono il paese mettendo tutto a sacco, a fuoco e a strage.<br />
Oltre alla strage della popolazione, la strage delle industrie<br />
Parallelemente alle loro stragi contro la popolazione, i criminali piemontesi si davano anche a far strage delle industrie del Sud che, al momento dell’ “unità” erano al primo posto in Italia.<br />
L’industria metalmeccanica di Pietrarsa (con mille operai e settemila di indotto) i cantieri navali (come quello di Castellammare di Stabia, il più grande del Mediterraneo) il polo siderurgico di Mongiana-Ferdinandea, le industrie tessili e le cartiere furono immediatamente chiusi o fatti cadere in abbandono.<br />
E allo stesso tempo si facevano sorgere quasi dal nulla nel Nord stabilimenti analoghi come l’arsenale di La Spezia o il colossale complesso Orlando (cantieristica, siderurgia, metallurgia e meccanica) in modo da far  passare a gran velocità il polo dell’industria italiana dal Sud al triangolo Torino-Milano-Genova.Mentre al Sud veniva assegnato un ruolo prevalentemente agricolo, e dall’altro canto di fornitore dei tecnici e della mano d’opera sperimentata che fino allora aveva lavorato nelle industrie del Sud ormai smantellate, e quindi erano i soli in grado di far funzionare, con la loro competenza ben collaudata, queste nuove industrie fatte sorgere improvvisamente come funghi nel Nord.<br />
Il Sud da zona ambìta di immigazione a zona di emigrazione<br />
Risultato di tutto ciò, il Sud si trasformò di colpo da zona ambìta di immigrazione in zona di emigrazione in massa : addirittura il 30% dei meridionali lasciò il luogo di nascita per dirigersi prevalentemente verso le Americhe, benché ciò comportasse circa un mese di navigazione oltre a tutto il resto.. Una vera emigrazione biblica dei meridionali, una diaspora che fa pensare a quella degli ebrei : dal 1863 al 1880 emigrarono circa 1.900.000 abitanti.<br />
Eloquente il modo con cui il sindaco di Moliterno, cittadina di 8000 abitanti in Lucania, salutò con una lettera il capo del governo Giuseppe Zannardelli in visita nel 1901 : “Caro Presidente, ti salutano quì ottomila moliternesi : tremila sono emigrati in America, gli altri cinquemila si accingono a farlo&#8221;.<br />
Tuttavia, malgrado quella spoliazione massicia, violenta e sistematica, fu proprio il Sud a sostenere l’economia del nuvo “regno” per quasi un secolo, cioè fino al periodo del cosiddetto “boom economico” (1950-1960) Infatti più dei due terzi delle entrate della bilancia commerciale italiana venivano dai prodotti dell’agricoltura meridionale (produzione ed esportazione di agrumi, vino, olio) e dalle rimesse dei meridionali emigrati nelle Americhe<br />
Un crimine da occultare con ogni mezzo&#8230;<br />
Da tutto ciò la conclusione è chiara: la cosiddetta “unità d’Italia” è stato uno spregevole, sistematico, prolungato crimine contro l’umanit<br />
Evidente quindi la necessità assoluta dei suoi autori di occultarlo dandosi da 150 anni a una costante manipolazione tale da ribaltare la realtà, avvalendosi di una schiera di “meridionalisti” fasulli e prezzolati al loro servizio.<br />
Hercule de Sauclières nel 1863 scrisse: « Scrittori “italianissimi” inventarono i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, colle loro stupide menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze ed odiose calunnie.<br />
“Inventarono la felicità d’un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventata la sua servitù al tempo de’ suoi legittimi sovrani”<br />
Si verificò esattamente il concetto espresso da Milan Kundera: “Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun’altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia”<br />
Giacché, come diceva George Orwel, “chi controlla il passato controlla il futuro&#8221;. Per comprendere realmente il presente occorre innanzitutto conoscere il passato, essendone il presente (e il futuro) una diretta conseguenza.<br />
                                                                               Stefano Surace</p>
<p>Nota : I dati impressionanti e inoppugnabili contenuti in questo articolo sono tratti, oltre che dalle ricerche dell’autore, anche (taluni riportati quasi alla lettera) dalle ricerche scrupolosamente documentate di una serie di studiosi benemeriti di cui riporteremo in dettaglio nomi, opere e brani salienti<br />
Qualche citazione..<br />
Napoleone III<br />
(alleato di Vittorio Emanuele II)<br />
“I Borboni non commisero in cento anni gli orrori che hanno commesso gli agenti di Vittorio Emanuele II in un anno”<br />
Camillo Cavour<br />
(lettera a Vittorio Emanuele II)<br />
“I nostri non devono far prigionieri, ma uccidere tutti coloro che capitano  nelle loro mani”<br />
Lord Lennox<br />
(Discussione al parlamento inglese – 8 maggio 1863)<br />
“Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra – deve più a questa che non a Garibaldi, che non agli stessi eserciti della Francia – e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita”<br />
Benjain Disraeli<br />
“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni dellaPolonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano.<br />
E’ vero che in un paese gli insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due”<br />
Giuseppe Garibaldi<br />
“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendosi  colà cagionato solo squllore e suscitato solo odio”<br />
Giorgio Bowyer Deputato inglese<br />
(Lettera a Lord Palmestron - 1861)<br />
“Milord, ritengo mio dovere rivolgere la vostra attenzione ai seguenti fatti sul governo presente nelle Due Sicilie.<br />
“Il primo di questo mese 64 persone incolpate di essere legittimiste sono state trucidare a Napoli.<br />
“Continuano gli arresti e il terrore, le prigioni riboccano.<br />
“Quattro editori di giornali sono stati gettati in prigione senza forme<br />
legali, e i loro fogli soppressi.<br />
“Intanto le truppe percorrono il paese mettendo tutto a sacco, a fuoco e a strage”<br />
 McGuire (deputato scozzese – 1863<br />
“Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia meridionale.<br />
“Come conseguenza certa dell’unità italiana non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un’impostura”<br />
Alessandro Bianco, conte di Saint Jorioz<br />
(Ufficiale di stato maggiore dell’esercito piemontese)<br />
“Il 1860 trovò questo popolo del 1959 vestito, calzato, industre, con riserve  economiche.<br />
“Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva<br />
esattamente gli affitti ; con poco alimentava la famiglia.<br />
“Tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto.<br />
“La pubblica istruzione era fino al 1859 gratuita ; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia .<br />
“Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica&#8221;<br />
Teodoro Salzillo<br />
 “Progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire : la proprietà è furto,<br />
il diritto è trannide, la religione è inceppamento, la pietà è delitto, il fucilare è bisogno, lo spoglio dei popoli è necessità<br />
Hercule de Sauclières<br />
“Gli intrighi, les menzogne ed il brigantaggio piemontese in Italia” – 1863<br />
“Scrittori ‘italianissimi’ inventarono i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, colle loro stupide menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze ed odiose calunnie.<br />
“Inventarono la felicità d’un popolo in realtàdisceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventata la sua servitù al tempo de’ suoi legittimi sovrani<br />
Massimo D’Azeglio Scrittore e senatore torinese<br />
“Pare non bastino sessanta battaglioni per tenere il Regno. Ma, si dirà, e il suffragio universale ? “Io non so niente di suffragio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì.<br />
“Si deve dunque trovar modo di sapere dai Napoletani, una buona volta,<br />
se ci vogliono, sì o no.<br />
“Agli Italiani che non volessero unirsi a noi non abbiamo diritto di dare<br />
archibugiate&#8221;.<br />
Lord John Russel, Ministro degli esteri inglese<br />
(dichiarazione sui plebisciti del 1860 nel Regno delle Due Sicilie)<br />
“Questi voti sono mera formalità dopo un’invasione ; né implicano in sé l’esecizio indipendente della volontà della nazione nel cui nome si sono d<br />
ati.<br />
Pietro Cala Ulloa<br />
“Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercé dei loro padroni.<br />
“L’immoralità dell’amministrazion ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro”<br />
Carlo Margolfo (uno dei bersaglieri che entrò a Pontelandolfo)<br />
“Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti.<br />
“Quale desolazione, non si poteva stare intorno per il gran calore, e che<br />
rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire chi<br />
abrustoliti e chi sotto le rovine delle case&#8221;.<br />
Giacinto De Sivo (Storico)<br />
“Sorsero bande armate, che fan la guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio.<br />
I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli&#8221;.<br />
Francesco Crispi (Discussione al parlamento di Torino)<br />
“In un solo mese, nella provicia di Girgenti, le presenze di detenuti nelle prigioni sono state 32.000.<br />
“Non si turbino!<br />
“Ho qui il certificato, la nota è officialissima. 32.000 presenze in carcere solo nei 30 giorni del mese.<br />
“Ed ora, coteste essendo le cifre, io domando all’onorevole Ministro dell’Interno : ne avete ancora da arrestare ?”<br />
Gemau (Generale francese - 1863)<br />
“Per i disordini nel Reame di Napoli si fa una differenza fra i rivoluzionari napoletani e polacchi, chiamando insorti i polacchi e briganti i napoletani, mentre questi sono vittime delle più feroci persecuzioni<br />
“Eppure gli uni e gli altri difendono il loro paese, la loro nazionalità, la loro religione al prezzo dei più duri sacrifici”<br />
Giuseppe Ferrari (Storico nato a Milano)<br />
“Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale.<br />
Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti<br />
“E’ possibile, come il malgoverno vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini ?”<br />
Nocedal (deputato spagnolo - 1863)<br />
“L’Italia, dove gli usurpatori stanno sbarbicando dalla radice tutti i diritti,<br />
manomettendo quanto vi ha di più santo e sacro sulla terra.<br />
“L’Italia, dove sono devastati i campi,incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza”<br />
Pasquale Stanislao Mancini<br />
“In alcune province quasi non vi è famiglia la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi.<br />
Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuol avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni<br />
specie di persone al Governo sospette”<br />
Pio IX<br />
“Aborre invero e rifugge l’animo per dolore e trepida nel rammentare tanti paesi del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti e religiosi e cittadini d’ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati e poi, senza processo, gettati nelle carceri o cruddelissimamente uccisi”<br />
L’OSSERVATORE ROMANO<br />
“Il governo piemontese si vendica mettendo tutto a ferro e fuoco.<br />
Raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa.<br />
“I Piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa<br />
al nemico, e poi arrivano le fucilazioni<br />
“Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli&#8221;<br />
Claude Duvovisin (Console svizzero, 2006)<br />
“Nel secolo precedente il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti Svizzeri, che vi emigrarono spinti soprattutto da ragioni<br />
economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e della qualità della vita.<br />
“Luogo di principale attrazione, Napoli verso cui, ad ondate, tanti Svizzeri, soprattutto Svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali, emigrarono con diversi obiettivi personali.<br />
“Verso la metà dell’Ottocento nella capitale del regno delle due Sicilie quella Svizzera era tra le più numerose comunità estere”<br />
Lettera del sindaco di Moliterno al primo ministro<br />
Giuseppe Zannardelli in visita<br />
“Caro Presidente, ti salutano quì ottomila moliternesi : tremila sono emigrati in America ; gli altri cinquemila si accingono a farlo&#8221;.<br />
Antonio Gramsci<br />
“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi contadini poveri che scrittori salariati tantarono di infangare col marchio di briganti&#8221;.<br />
Francesco Proto Carafa Pallavicino Duca di Maddaloni<br />
“Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina ; diminuito, anzi annullato, il commercio ; serrati i privati opifici.<br />
“E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, perfino le cassette della posta, la carta per gli uffici e le pubbliche amministrazioni.<br />
“Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla.<br />
“Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose : burocrati del Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso corrotta<br />
“Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio dei napoletani.<br />
“A facchini della dogana, a camerieri, a birri, vengono uomini del Piemonte.<br />
Questa è invasione, non unione, non annessione !<br />
Luigi Einaudi<br />
“Noi settentrionali abbiamo contribuito di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed assicurare così alle proprie industrie il monpolio del mercato meridionale”<br />
Indro Montanelli<br />
“Abbiamo sempre visssuto su dei falsi: il Risorgimento assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola”<br />
Francesco Saverio Nitti<br />
“Il Regno delle due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme”<br />
Giustino Fortunato<br />
“L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica”<br />
Rocco Chinnici (Giudice antimafia)<br />
“Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo necessariamente premettere che essa, come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita in Sicilia.<br />
“La mafia… nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del regno d’Italia”<br />
Milan Kundera<br />
“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria.<br />
“Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia.<br />
“E qualcun’altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra stori<br />
George Orwel<br />
“Chi controlla il passato controlla il futuro&#8221;</p>
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		<title>Il cavallo Persano fra passato e futuro…</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 18:56:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[(Guglielmo Buonagiunto) PERSANO Il cavallo Persano prende il nome dalla terra omonima perché alla metà del ‘700 un grande sovrano quale era Carlo III di Borbone, invaghitosi della tenuta di Persano la trasformò presto in sito reale. Il Re fece costruire dall’ingegner Juan Domingo Piana la bellissima casina reale successivamente ritoccata dal Vanvitelli: un edificio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Guglielmo Buonagiunto) PERSANO Il cavallo Persano prende il nome dalla terra omonima perché alla metà del ‘700 un grande sovrano quale era Carlo III di Borbone,<span id="more-12189"></span> invaghitosi della tenuta di Persano la trasformò presto in sito reale<!--more-->. Il Re fece costruire dall’ingegner Juan Domingo Piana la bellissima casina reale successivamente ritoccata dal Vanvitelli: un edificio quadrangolare con una cappella dedicata alla Madonna delle Grazie dallo stile neoclassico arricchito dalle tele della scuola di Posillipo.</p>
<p>Dopo la firma del trattato di pace con l’Impero Ottomano, il Re Carlo ricevette in dono dall’ambasciatore turco El Haji Hus sein Effendi, quattro stalloni di razza Orientale che, il Re Carlo, con grande saggezza, fece incrociare con esemplari locali di derivazione orientale. Nel 1741, dopo 30 anni di selezione, vennero introdotti in riproduzione, anche degli stalloni berberi-spagnoli per migliorare le linee di sangue. La razza era ormai nata: se ne erano fissati i caratteri e Persano divenne luogo di allevamento del cavallo elegante e di grande morfologia, vero orgoglio borbonico che ancora oggi possiamo ammirare nelle innumerevoli tele del museo di Capodimonte. La razza prosperò fino al 1860, ma dopo la conquista che il sud dovette subire pagando lacrime e sangue, alla sfortuna degli uomini si accumunò quella dei cavalli e la razza del cavallo Persano andò via via dispersa. Nel 1874 infatti, un decreto del Ministro Ricotti, ne stabilì la soppressione: tutti i cavalli furono venduti. Solo il 14 Novembre del 1900 il Governo, forse resosi conto dello scempio avvenuto in passato, decretò la ricostruzione della razza. Persano quindi, nel ‘900 ritorna ad essere fulcro economico del proprio territorio, ritornarono le maestranze locali, butteri, giumentari, sellai, maniscalchi, ecc. Rinasce una realtà agricolo-zootecnica che ruotava intorno al cavallo e che dava lavoro a centinaia di persone, proprio come volevano i Borbone. Questa realtà, già in decadenza con l’avvento della “macchina”, subì il colpo finale con un nuovo provvedimento distruttivo, quello del 30 settembre 1972, che causò la dispersione dei 246 esemplari della “Real razza” rimasti nella tenuta, facendo così, spegnere definitivamente anche quella bella realtà sociale lì presente. L’imperioso cavallo dall’elegante profilo, voluto da Re Carlo di Borbone, fu lasciato a se stesso nell’ insensibilità più totale da parte di che avrebbe dovuto tutelare questo enorme patrimonio zootecnico. Alcuni esemplari furono spostati a Grosseto e solo negli anni ‘80 un giovane nobile siciliano, il Principe Alduino Ventimiglia Lascaris di Monteforte, laureando in Agraria, rendendosi conto che la razza si sarebbe persa e che i continui incroci con il Purosangue Inglese avrebbero fatto sì che il Persano perdesse il suo standard, comprò diverse fattrici e uno stallone e con pazienza certosina ne reintegrò la genetica e, dopo tante peripezie ed energie profuse, riuscì ad ottenere il riconoscimento civile della razza nel 2003 e il primo certificato nel 2008. Attualmente Ventimiglia, vero mecenate del sud, possiede più di 70 esemplari ed è solo grazie a lui che si può dire di avere recuperato in purezza il cavallo del Re. Si è fatta un po’ di storia, anche se in forma sintetica, per far conoscere ai più questa magnifica razza che è realmente il fiore all’occhiello del sud. Attualmente a Persano si è costituita un associazione culturale, con circa 150 soci, dal nome “Persano nel Cuore” presieduta da A. Gallotta, storico, originario di Persano il cui padre era “capo razza” e con antenati legati al territorio per generazioni. Bisogna quindi ringraziare e valorizzare quest’associazione che con eventi e rievocazioni storiche fa sì che si tenga alta la memoria e, un grazie ancora più grande, va al Principe Alduino Ventimiglia a cui va l’onore di aver salvato la razza.</p>
<p>Mi sento in dovere di fare un appello a quanti posseggono cavalli, ad associazioni equestri e ad enti affinché questa razza si estenda sempre più sul suo territorio di origine. Bisogna essere meno esterofili in quanto oggi siamo vittime di una contaminazione culturale che fa perdere le nostre radici e, in modo negativo, fa prevalere modelli, mode, costumi (specie di marca a stelle e strisce) che ci rendono altro da quello che siamo, rendendoci schiavi di modelli che forzatamente irrompono e devastano quanto è stato costruito con competenza e amore dai nostri avi. La nostra associazione Naz.le Giacche verdi (protezione civile e ambientale a cavallo), di cui mi onoro di presiedere il Raggruppamento Campania, ha voluto affiancarsi all’Ass. “Persano nel cuore” partecipando il 3 luglio 2010 a Persano alla manifestazione del “Centenario della Madonna della Grazie” perché la presenza dei due magnifici esemplari di razza Persano, donati dal Principe Ventimiglia alla suddetta associazione, rappresenta un seme di fecondità per le future generazioni. Da profondo meridionalista che da sempre ha creduto nella grande potenzialità storica, culturale e religiosa del Regno delle Due Sicilie ritengo che, in epoca di decadenza e di crisi come quella che stiamo vivendo, ci darà speranza solo il ritorno alle nostre radici. Un ultimo invito è rivolto alle istituzioni affinché capiscano che proprio nei momenti di crisi bisogna aiutare, potenziare e far conoscere ai giovani vecchi mestieri (ormai condannati all’estinzione) e professionalità che potrebbero dare nuovo lavoro e sviluppo economico e culturale al territorio meridionale.<br />
Mi piace chiudere ricordando che Johann Wolfang Goethe si recò di proposito a Persano nel 1787 proprio per ammirare quegli esemplari e nel suo “Viaggio” scrisse di non aver mai visto cavalli più belli!</p>
<p>Prof. Guglielmo Buonagiunto<br />
Presidente regionale A.N.Gi.V. Campania </p>
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		<title>SCORREVA SANGUE SICILIANO NELLE VENE DEL RE SOLE?</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 20:08:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<category><![CDATA["cardinale Mazzarino"]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Agostino Spataro) Il cardinale Giulio Mazzarino padre di Luigi XIV? Una domanda sicuramente impertinente per molti francesi che, però, potrebbe contenere una verità probabile. Argomento, confesso, eccitante che mi ha indotto a svolgere una piccola indagine che ha fatto affiorare alcuni indizi interessanti che confermerebbero l’ipotesi che il re Sole potrebbe essere stato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Agostino Spataro) Il cardinale Giulio Mazzarino padre di Luigi XIV? Una domanda sicuramente impertinente per molti francesi che, però, potrebbe contenere una verità probabile.<span id="more-11778"></span> Argomento, confesso, eccitante che mi ha indotto a svolgere una piccola indagine che ha fatto affiorare alcuni indizi interessanti che confermerebbero l’ipotesi che il re Sole potrebbe essere stato il frutto della relazione fra Anna d’Austria, regina di Francia, (moglie di Luigi XIII) e il cardinale Giulio Raimondo Mazzarino, geniale primo ministro francese dal 1643 al 1661, figlio della nobildonna romana Ortensia Bufalini e del palermitano Pietro discendente da una nobile casata originaria, secondo Giuseppe Ferreri (1), della città di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta.<br />
Sulla sicilianità di Pietro non ci sono più dubbi: egli, infatti, nacque a Palermo (nel 1576?) e qui visse nel palazzo di famiglia, i cui resti fatiscenti si possono ancora vedere, fra cumuli d’immondizia e spaventose povertà, in piazza Garraffello, alla Vucciria, fino a quando non si trasferì a Roma, per motivi di lavoro, dove morirà nel 1654. (2) Anche su quella del Cardinale, suo figlio, s’incontrano riscontri chiari nella memorialistica storica e perfino nelle famigerate “mazarinades” che i suoi avversari fecero circolare in Francia durante le guerre della Fronda secondo le quali Mazzarino era “il facchino siciliano”. Per il principe Condé, suo potentissimo nemico, era “il furfante di Sicilia”.<br />
Lo stesso Louis Saint-Simon, figlio di Claude il “favorito” che Luigi XIII licenziò con la grave accusa “di andare a donne”, (3) mise in dubbio la nobiltà dei natali del Cardinale, ma non la sua origine siciliana:“i Mazarino erano della Sicilia, del Val di Mazara…”<br />
Ma se all’estero questo dato era noto, seppure con una connotazione spregiativa,<br />
in Italia la gran parte degli studiosi l’hanno quasi ignorato.<br />
Taluni hanno parlato di cardinale “italiano” o “abruzzese” per via del fatto che egli nacque a Pescina il 14 luglio 1602- (che giorno presago per la futura storia di Francia!) dove donna Ortensia andò a partorire.<br />
Mai siciliano, anche se già il cognome era indicativo.  Ora- sia chiaro- questa illustre sicilianità nulla toglie e nulla aggiunge al prestigio dei reali di Francia e, per altri versi, alla Sicilia.<br />
Semmai, i siciliani ne potrebbero ricavare un qualche motivo di compiacimento e, al contempo, d’amarezza poiché si confermerebbe la tendenza secondo cui l’Isola, per le vie dell’emigrazione, ha sempre donato al mondo i suoi figli migliori, trattenendo per se i mediocri, i peggiori.<br />
In fondo, anche nel caso dei Mazzarino (Pietro e Giulio) di emigrazione si trattò, anche se di uno standard sociale altolocato.<br />
Così come stupisce il troppo indugiare sui quarti di nobiltà del Cardinale, quando Richelieu,  personalità potente e navigata, senza troppo sottilizzare, strappò l’intraprendente Giulio alla cancelleria del Papato e ne fece il suo degno successore.<br />
In diciotto anni di geniale governo, Mazzarino si affermerà come il più grande primo ministro della Francia e dell’Europa del ‘600.<br />
Opinione, certo, impegnativa che riflette il pensiero di taluni, eminenti storici francesi: P. Robiquet (4) parla del trattato dei Pirenei (con la Spagna) come del trionfo politico di Mazzarino “un’opera perfetta e uno dei monumenti più belli che ci ha lasciato la diplomazia francese…”, mentre Auguste Bailly (5) da atto della sua saggezza e lungimiranza politica che consentì alla Francia di esercitare “una supremazia sull’Europa più mediante il dispiegamento del suo pensiero che degli eserciti.”<br />
Credo che bastino queste due considerazioni per celebrare la gloria del ministro Mazzarino.<br />
Ma torniamo alla domanda iniziale alla quale nessuno può rispondere con certezza. In Francia taluni hanno negato tale paternità del Cardinale, anche per “amor patrio”, altri l’hanno affacciato.<br />
Anche la ristretta cerchia di coloro che conoscevano le circostanze del probabile concepimento extraconiugale di Luigi XIV non avrebbero potuto ammetterlo né tantomeno dichiararlo in pubblico.<br />
In mancanza di prove certe si può solo procedere per deduzione, partendo dai diversi pareri e dalle  memorie che, in generale, propendono per una risposta affermativa.<br />
Oltre la complicità politica, fra il Cardinale e la Regina ci fu una bellissima storia d’amore, ricca di sentimenti e d’ardenti passioni, recentemente illustrata anche da un avvincente film prodotto, nel 2008, per la tv “France2”: “La reine et le Cardinal”, per l’appunto.<br />
Ne fanno fede le undici lettere cifrate, decriptate e pubblicate da Ravenel. In una delle quali (datata 11 maggio 1651), il Cardinale, rispondendo alla Regina che lo aveva rassicurato sulla buona salute del piccolo re, scrive “Tutto quel che mi dite del Confidente (Luigi XIV ndr) mi entusiasma e credo fermamente che sarà la nostra consolazione” -<br />
Lo storico nota che “ne parla come si parla di un figlio dal quale molto si aspettano i genitori”.(6)<br />
Il Cardinale amò il piccolo Luigi, formalmente “suo figlioccio”, di un amore paterno e gli dedicò molte delle sue quotidiane cure per istruirlo nella difficile arte di governare gli uomini e gli eventi.<br />
A. Bailly (op. cit.) nota che “esteriormente i loro rapporti erano pressoché quelli di un padre e di suo figlio”.<br />
Per il bene del re, Mazzarino si mostrerà implacabile nel negargli la mano di sua nipote Maria Mancini. Per il Cardinale, e la sua grande famiglia, avere la nipote sul trono di Francia sarebbe stata l’apoteosi. Eppure, impedì quel matrimonio per far sposare Luigi con l’Infanta di Spagna e così suggellare l’accordo strategico con la monarchia iberica. Non si commosse nemmeno quando- come scrive Bussy-Rabutin (7)- “Luigi XIV, si gettò ai suoi piedi e lo pregò in lacrime chiamandolo “papà”.<br />
Una storia complessa, intrecciata di segreti e di dolci intimità che rileviamo solo per necessità d’indagine giacché la vita privata dei suoi protagonisti ha molto influenzato quella pubblica.<br />
Oltre i sentimenti, infatti, entrano in ballo la politica e la ragion di stato.<br />
La mancata nascita di un successore di Luigi XIII poteva compromettere il futuro della dinastia regnante e quindi gli assetti di potere in Europa.<br />
E, dopo oltre due decadi d’infruttuoso matrimonio, il Delfino non c’era ancora e si disperava che potesse arrivare per la legittima via coniugale.<br />
Dopo 23 anni d’infruttuoso matrimonio, nasce il Delfino<br />
Ufficialmente, il concepimento del re Sole avvenne in una notte buia e tempestosa del dicembre 1637, quando la Regina lasciò improvvisamente la sua residenza e si recò al Louvre decisa a incontrare, a letto, il legittimo consorte.<br />
Al bambino, che vide la luce il 5 settembre 1638 (dopo 23 anni di separazione di fatto),<br />
furono imposti i nomi di Luigi XIV e Diodato.<br />
Quel riavvicinamento improvviso parve “strano” all’entourage della Corte.<br />
Forse, Anna cercò quell’incontro per legittimare un inconfessabile rapporto.<br />
“Guitaut, il capitano delle guardie, - annota il Roca- “ ne trasse la conclusione, un po’ azzardata, che Luigi XIV e il fratello Filippo d’Anjou fossero, forse, figli di Mazzarino che era a Parigi e conosceva da tempo Anna d’Austria.” La relazione fra il Cardinale e la Regina ebbe inizio nel 1634 con  l’arrivo trionfale di Giulio Mazzarino a Parigi quale nunzio apostolico straordinario. (8)<br />
In realtà, era stato Richelieu a chiamarlo in Francia per farne il suo principale collaboratore in politica estera.<br />
“A Parigi, Mazzarino stupisce la corte per il suo fasto- scrive Auguste Bailly- Egli era bello come sua madre.”<br />
M/me de Motteville, che non l’amava affatto, ammette “ch’era impossibile non lasciarsi incantare dalla sua dolcezza”; addirittura, Bussy-Rabutin riconosce che “era l’uomo più ben fatto del mondo”<br />
Perciò, Anna d’Austria “delusa da suo marito, non avendo conosciuto l’amore, non poteva restare insensibile allo charme di questo seducente italiano che frequentava assiduamente la corte…”<br />
L’omosessualità di Luigi XIII<br />
Sulla “delusione” della Regina pesano diversi fattori fra cui le tendenze omosessuali, più o meno, palesi di Luigi XIII suo consorte.<br />
Su tale, scabroso aspetto della vita intima del re esiste una vasta letteratura che va dalle relazioni degli ambasciatori alle memorie di diversi “favoriti”.<br />
“La corrispondenza del Nunzio è deliziosa - nota Robiquet- Ci fa sapere che Luynes (Charles, maestro falconiere e primo amante del giovane re, ndr) “cerca d’indurre il re ad amare la Regina e fa di tutto per persuaderlo a dormire con lei. Dormire!!!” (9)<br />
Nell’aprile del 1618 (tre anni dopo il matrimonio), padre Arnaux tornò alla carica…ma agli inviti del suo confessore il Re oppose una disperata resistenza. Il Nunzio scrisse a Roma, sconsolato, che “il sovrano ha troppo pudore e non sente desiderio per nessuna donna, chiunque essa sia.” (10)<br />
Richelieu, che conosceva nei minimi dettagli i freddi rapporti della regale coppia, dopo aver tentato (invano) di conquistare il cuore di Anna d’Austria, fece di tutto per favorire la relazione col giovane nunzio romano che- ricorda Tallement- presentò alla Regina con le seguenti parole: “Signora, l’amerete molto; assomiglia a Buckingam”. Si riferiva, maliziosamente, al primo ministro inglese col quale Anna aveva avuto, anni prima, un’avventurosa relazione sulla quale si diffonde anche A. Dumas nel suo “I tre moschettieri”.<br />
Il matrimonio segreto<br />
Ben presto il galante diplomatico italiano farà colpo nel cuore della Regina che- racconta M. Lavisse- l’amerà “con una passione che fu la follia della quarantina”- e che, alla morte del marito, sposerà- assicura la principessa d’Orleans- con una cerimonia segreta, ma in regola con i sacramenti, poiché Mazzarino, pur essendo cardinale, non aveva preso i voti sacerdotali.<br />
Infine, vi segnalo una chicca che un po’ compendia il pensiero del nostro Cardinale.<br />
A quanti invocavano vendetta contro i suoi nemici diffamatori, a mezzo stampa (le mazarinades, ossia una sistematica e rancorosa violazione della privacy sua e dei suoi cari) egli rispondeva:<br />
“Bisogna lasciar dire, quando ci lasciano fare”.<br />
La forza tranquilla del grande statista. Quanta differenza rispetto a chi oggi, in Italia, vorrebbe imporci una legge-bavaglio per limitare la libertà d’espressione!<br />
Per concludere. Ritengo che questi e altri argomenti rafforzino l’ipotesi della paternità del Cardinale anche se- come detto- non possono affermarla con certezza.<br />
A questo punto, per accertare la verità biologica non resterebbe che la prova del Dna.<br />
                                  Agostino Spataro*<br />
Note:<br />
(1) Giuseppe Ferreri- “Il mistero Mazzarino”, Ed. NuovaGraf, Assoro, 2008<br />
(2) “Lettres du cardinal Mazarin”- Documents inedits sur l’histoire de France, Paris, 1845<br />
(3) Archivio privato dei Conti Mancini di San Vittore, Roma<br />
(4) Paul Robiquet- “Le coeur d’une Reine”- Ed. Felix Alcan, Paris, 1912<br />
(5) Auguste Baily- “Mazarin”- ed. Artheme Fayard- Paris, 1935<br />
(6) P. Robiquet, op.cit.<br />
(7) Bussy-Rabutin- “Histoire amoureuse des Gaules”<br />
(8)  Revue d’Histoire moderne et contemporaine- Presses Universitaires de France, Paris,1959<br />
(9) P. Robiquet, op.cit.<br />
(10) Ibidem<br />
28 giugno 2010<br />
*www.itawiki.com/agostino_spataro.html?PHPSESSID</p>
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		<title>Siamo preoccupati per il Sacrario dei centomila eroi&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 21:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[REDIPUGLIA Alla luce dei recenti servizi su alcuni quotidiani nazionali e locali, Federico Pizzi, Presidente della Sezione di Milano della storica Associazione Nazionale &#8220;I Ragazzi del &#8216;99&#8243; esprime la preoccupazione di tutta la Sezione per le condizioni del sacrario di Redipuglia. Federico Pizzi (Ragazzi del &#8216;99): &#8220;Preoccupati per il Sacrario dei centomila eroi&#8221;
&#8220;Siamo fortemente preoccupati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REDIPUGLIA Alla luce dei recenti servizi su alcuni quotidiani nazionali e locali, Federico Pizzi, Presidente della Sezione di Milano della storica Associazione Nazionale &#8220;I Ragazzi del &#8216;99&#8243; <span id="more-11752"></span>esprime la preoccupazione di tutta la Sezione per le condizioni del sacrario di Redipuglia. Federico Pizzi (Ragazzi del &#8216;99): &#8220;Preoccupati per il Sacrario dei centomila eroi&#8221;<br />
&#8220;Siamo fortemente preoccupati per le condizioni in cui versa il Sacrario Militare di Redipuglia, uno dei più importanti del mondo, dove riposano oltre 100.000 Caduti della Prima Guerra Mondiale. Come riportato da alcuni giornali, le lastre stanno cedendo ed i resti degli Eroi del Carso e del Piave sono venuti alla luce&#8221; - ha così commentato il giovane Federico Pizzi, Presidente della Sezione di Milano dell&#8217;antica Associazione Nazionale &#8220;I Ragazzi del &#8216;99&#8243;.<br />
&#8220;Sono sicuro che il Ministero della Difesa e le Istituzioni Locali stanno operando nel migliore dei modi e li ringrazio per il loro intervento, ma mi recherò personalmente a Redipuglia entro fine luglio per constatare le condizioni effettive del Sacrario e lanciare un appello perchè siano stanziati dei pur minimi fondi per preservare la memoria dei nostri Caduti. Esprimo in tal senso la preoccupazione di migliaia di famiglie italiane che hanno un Caduto sepolto a Redipuglia&#8221;.</p>
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		<title>Valentino Romano è un grande storico e vi spiego perché</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 20:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[(Cosimo Di Gioia) Il libro &#8220;Nacquero contadini e morirono briganti&#8221; parla di semplici e umili contadini le cui vicende aiutano a capire il brigantaggio postunitario e la vera storia dell&#8217;Unità d&#8217;Italia.
L’introduzione è stata curata dalla professoressa Antonella Musitano, presidente dell’associazione “TerrAmare”, movimento di ricerca e di opinione operante sul e per il territorio.
L’introduzione è stata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Cosimo Di Gioia) Il libro &#8220;Nacquero contadini e morirono briganti&#8221; parla di semplici e umili contadini le cui vicende aiutano a capire il brigantaggio postunitario e la vera storia dell&#8217;Unità d&#8217;Italia<span id="more-11390"></span>.<br />
L’introduzione è stata curata dalla professoressa Antonella Musitano, presidente dell’associazione “TerrAmare”, movimento di ricerca e di opinione operante sul e per il territorio.<br />
L’introduzione è stata molto interessante, non già il solito “Un saluto a tutti; per non sottrarre tempo ai relatori cedo a loro la parola” ma una carrellata storica delle vicende duosiciliane seguenti l’unità d’Italia. Questa scelta ha esaltato il valore dei relatori che anziché iniziare ad argomentare dall’abc, hanno affrontato temi profondi, non del tutto noti o addirittura frutto di ricerche completamente nuove.<br />
La strategia ha funzionato. Normalmente agli incontri culturali si va per il piacere di incontrare qualche buon amico e finire col sonnecchiare durante la seconda metà della conferenza; invece non è stato così, non soltanto per i due godibilissimi interventi musicali di giovani violinisti del conservatorio.<br />
Avevamo tutti gli occhi sgranati ad ascoltare Lino Patruno, direttore editoriale de “La Gazzetta del Mezzogiorno” (già direttore responsabile per 13 anni). Egli stesso, notando l’interesse dell’uditorio, non si risparmiava ad esporre relazioni di causa ed effetto tra gli eventi storici e la situazione attuale.<br />
Sulla qualità del lavoro di Valentino Romano, edito da Lorenzo Capone, ha espressamente chiarito che l’opera non è il solito libro di storia i cui contenuti sono stati attinti (io direi “copiati”) da altri libri ma sono frutto di ricerche originali fatte negli archivi di Stato.<br />
Questa qualità l’abbiamo apprezzata direttamente quando la professoressa Adele Pulice con la lettura di due brani, interpretati con molta cura dei toni della voce, ce ne ha dato un saggio.<br />
A differenza degli studiosi che scrivono di una storia ormai sepolta, Romano disseppellisce la nostra Storia. Il suo impegno, già sin qui grande, va oltre. Scrive disinnescando il contenuto “esplosivo” della sua ricerca coniando, con abilità ammirevole, saggi modelli espressivi attraverso figure retoriche, quali punte di ironia, che, però, non ledono in alcun modo l’aspetto scientifico della ricerca.<br />
Sono convinto che questo mio giudizio difficilmente possa essere non condiviso da chi leggerà.</p>
<p>Cosimo de Gioia<br />
CDS Molfetta (Bari)</p>
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		<title>IL FASCISMO E IL POTERE SEGRETO</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 15:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Dagoberto Husayn Bellucci) FATTI E ANTEFATTI DELL&#8217;ITALIA MUSSOLINIANA E DELLA BATTAGLIA FASCISTA CONTRO LA GIUDEO-MASSONERIA &#8220;Colla sinagoga trescava il Mazzini, i frutti dè cui amori al Campidoglio di Roma non sono ignoti, colla sinagoga il Garibaldi, colla sinagoga il Cavour, colla sinagoga il Farini, colla sinagoga il De Pretis; ed umili servi della sinagoga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Dagoberto Husayn Bellucci) FATTI E ANTEFATTI DELL&#8217;ITALIA MUSSOLINIANA E DELLA BATTAGLIA FASCISTA CONTRO LA GIUDEO-MASSONERIA &#8220;Colla sinagoga trescava il Mazzini, <span id="more-11378"></span>i frutti dè cui amori al Campidoglio di Roma non sono ignoti, colla sinagoga il Garibaldi, colla sinagoga il Cavour, colla sinagoga il Farini, colla sinagoga il De Pretis; ed umili servi della sinagoga sono stati e sono molti di quei &#8220;grandi&#8221; ai quali la dabbenaggine pubblica ha eretto ed erige lapidi, busti e monumenti per glorificarne l&#8217;amore<br />
alla &#8220;libertà&#8221; e alla &#8220;patria&#8221;.&#8221; (don E. Rosa - &#8220;Della Questione giudaica in Europa&#8221; - 1891 )<br />
Una storia del Fascismo, della sua evoluzione da partito armato e milizia<br />
avanguardistica a organizzazione di massa prima e a modello statale poi, deve<br />
inquadrare in modo organico l&#8217;insieme delle componenti e delle funzioni assunte<br />
dai suoi organi dirigenti e dai suoi uomini; premessa indispensabile per<br />
qualsivoglia ricognizione analitica che intenda effettivamente considerare<br />
quella che rimane la sola, l&#8217;unica, esperienza rivoluzionaria avuta dall&#8217;Italia<br />
nel XXmo secolo e il più importante tentativo di coniugazione e sintesi del<br />
socialismo con la nazione.<br />
Socialismo e nazione che saranno una componente fondamentale sia nella vita<br />
del suo fondatore, Benito Mussolini (già agitatore socialista nella Romagna dei<br />
primi del secolo e direttore de &#8220;L&#8217;Avanti&#8221; quotidiano che diverrà nel 1912-14<br />
la punta di diamante dello schieramento massimalista all&#8217;interno della sinistra<br />
italiana) che dei postulati ideologico fondanti il Fascismo di piazza San<br />
Sepolcro, originaria formula di convergenza di spinte e tensioni ideali uscite<br />
dall&#8217;esperienza della &#8216;trincerocrazia&#8217; e dai campi di battaglia della prima<br />
guerra mondiale.<br />
Ideologicamente nato &#8220;a sinistra&#8221; il movimento fascista sposerà, nel periodo<br />
della sua ascesa al potere (1920-22), tematiche conservatrici; assumendo<br />
posizioni di difesa dei ceti produttivi (agrari e piccola borghesia)<br />
funzionalmente all&#8217;obiettivo di conquista del potere. Sarà poi nel successivo<br />
decennio che verranno poste le radici e fissate le basi dello Stato fascista<br />
che riprenderà i suoi originari connotati e le parole d&#8217;ordine anticapitaliste<br />
che caratterizzeranno anche l&#8217;ultimo periodo della RSI.<br />
Il discorso del 23 marzo 1936 tenuto da Mussolini in Campidoglio all&#8217;Assemblea<br />
Nazionale delle Corporazioni - strumento del Regime per avviare una nuova fase<br />
di sviluppo industriale e base istituzionale di rappresentanza della vita socio-<br />
economica nazionale - dimostra lucidamente come il Fascismo non si fosse<br />
completamente appiattito o annacquato sull&#8217;impalcatura del vecchio stato<br />
liberale ed agisse in maniera coerente con la propria visione del mondo<br />
cercando di mettere in moto le dinamiche sociali per il rilancio della nazione<br />
italiana. Dal discorso del Duce era inoltre emersa nitidamente la grande<br />
opportunità che lo Stato assumesse direttamente la gestione delle grandi<br />
imprese che lavoravano per la difesa nazionale, con un risultato di un loro<br />
allineamento ai programmi stabiliti dagli organi preposti dal Fascismo e<br />
soprattutto con l&#8217;obiettivo dell&#8217;eliminazione delle sacche di profitto<br />
capitalistico (&#8221;il triste fenome del pescecanismo&#8221; come aveva affermato<br />
Mussolini). La protezione che lo Stato poteva al limite concedere ad alcune<br />
aziende ed industrie private non doveva significare protezione del capitale a<br />
danno dei consumatori ma protezione del lavoro il che avrebbe comportato, in<br />
ambito politico come in quello economico, il superamento dell&#8217;&#8221;astrattismo<br />
libeale&#8221; che al fianco di un cittadino assolutamento libero teoricamente,<br />
poneva un lavoratore schiavo del capitalismo.<br />
Commentando questo discorso rivoluzionario del Duce scrisse all&#8217;epoca Nicola<br />
Bombacci nel primo numero della sua rivista &#8220;La Verità&#8221;: &#8220;Non è concepibile,<br />
non è ammissibile, che nel secolo ventesimo le materie prime indispensabili<br />
alla vita moderna, siano monopolio di alcuni stati, che ne abusano per<br />
perpetuare un&#8217;egemonia, che contrasta, non di rado, con le ragioni più profonde<br />
dell&#8217;evoluzione e del progresso. C&#8217;è un conservatorismo nella politica interna<br />
degli stati, che si oppone all&#8217;ascensione delle classi nuove, che sorgono dal<br />
lavoro; ma c&#8217;è anche, ed è infinitamente più pericoloso, un conservatorismo<br />
nella politica internazionale, che resta immobile sulle posizioni acquisite,<br />
che fa un dogma dello status quo e che si rivela come una vera e propria forza,<br />
che tende alla paralisi della storia. (&#8230;) Che esistano delle nazioni<br />
&#8220;proletarie&#8221; accanto a nazioni &#8220;capitalistiche&#8221; è un dato di fatto<br />
ineccepibile, che cade sotto la nostra esperienza quotidiana. (&#8230;) Solo una<br />
rivoluzione mondiale, potrebbe ristabilire l&#8217;equilibrio mondiale; ma finchè il<br />
problema non sia risolto in modo generale e totale, è giuocoforza che i vari<br />
popoli, come i vari proletariati, si difendano sul terreno e sulle posizioni<br />
che che sono loro offerte dal caso e dalle circostanze che risultano dalla<br />
stessa lotta dei diversi nazionalismi. Nessun dubbio che, da questo punto di<br />
vista, Mussolini serve anche la causa della giustizia internazionale. Non si<br />
può ragionevolmente chiedere a nessun Capo di governo di astenersi dal tutelare<br />
i lavoratori del proprio paese in attesa di una rivoluzione di là da venire e<br />
quando tutti gli stati si chiudono in irragionevoli egoismi.&#8221; (1).<br />
Questa considerazione che peraltro non fa che riproporre e legittima<br />
pienamente il giudizio sulla natura originaria (&#8221;l&#8217;essenza&#8221;) del Fascismo quale<br />
rivoluzione sociale organica e orginaria deve inserirsi - tra le altre -<br />
all&#8217;interno di un più ampio dibattito che non sia il grimaldello utilizzato per<br />
la de-ideologizzazione e la disintegrazione delle tematiche rivoluzionarie di<br />
un&#8217;ideologia che troverà le più ampie resistenze ed i suoi nemici implacabili<br />
essenzialmente all&#8217;interno della vecchia cricca liberale e democratica, nel<br />
conservatorismo della grande industria concepito quale asse fondante gli Stati-<br />
Nazione fuoriusciti da quella vera e proprio intemperie culturale che saranno<br />
le rivoluzioni risorgimentali e borghesi dell&#8217;Ottocento.<br />
Rivoluzioni fatte da una classe e per una classe (quella borghese) e contro le<br />
quali si era già eretto il muro della Chiesa cattolica a difesa di quello che<br />
si riteneva un primato - quello spirituale - che il nuovo Stato ad ordinamento<br />
laico pretendeva di subappaltare ai vecchi poteri clericali ritenendosi libero<br />
di operare indisturbato per tutte le altre questioni di ordine politico e<br />
materiale. &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221;, organo della confraternita del Gesù, sarà in<br />
prima linea nel ritenere che questa deriva laicista avrebbe determinato la<br />
frantumazione del corpo sociale e denunziandone nitidamente fin dalla fine del<br />
XIXmo secolo i principali responsabili: &#8220;Dell&#8217;Italia non accade ragionare -<br />
scriveva l&#8217;organo dei padri gesuiti (2) - dal 1859 in qua, essa è divenuta un<br />
regno degli ebrei, che hanno saputo gabbare la moltitudine dei grulli,<br />
spacciandosi pè più sfegatati patriotti della Penisola&#8230;I circa 50.000 giudei<br />
che si annidano nella Penisola, vi hanno il centro principale nel Veneto, nel<br />
Mantovano, negli antichi Stati Estensi e nel Ferrarese. In questa regione, che<br />
si può chiamare la Giudea italiana, sono essi i sopracciò in tutto e per tutto.<br />
Non si spende quasi una lira senza il loro beneplacito. Il commercio,<br />
l&#8217;industria, il cambio, la proprietà rustica e urbana dipende da loro. Basti<br />
notare, che il territorio della provincia di Padova è per quattro sue parti<br />
posseduto da ebrei, e sopra l&#8217;altra quinta vi hanno così il diritto<br />
coll&#8217;ipoteca alla mano. Ancona, Livorno, Firenze vivono sotto il giogo usuraio<br />
degli israeliti. Fra costoro già vagheggiano il giorno, nel quale le ville più<br />
sontuose, le tenute più pingui ed i palazzi più celebri del patriziato cadranno<br />
in loro balia, per essere pegni di prestiti da essi fatti agli sconsigliati o<br />
imbecilli padroni, inabili a liberarsene&#8230;Nulla diciamo di Roma più che dalle<br />
baionette italiane occupata dai lacci della grande rete giudaica, la quale vi<br />
serra dentro ogni sorta di pesci piccoli e grandi: che poi restano ingoiati in<br />
una successione di guai, di pianti e di miserie che muovono a pietà. L&#8217;usura, i<br />
questa capitale ben più del giudaismo che dell&#8217;italianità, vi regna sovrana; e<br />
coll&#8217;usura vi passeggiano fastose la frode, la camorra e la rapina&#8230;Milano,<br />
Torino, Venezia, Modena, Bologna, Firenze vivono dell&#8217;opinione pubblica<br />
fabbricata nei ghetti e nele sinagoghe. I giornali così detti officiosi sono<br />
tutti, o poco meno, merce ebraica, venduta al governo. Non parliamo di Roma,<br />
dove si stenta a imbattersi in un diario liberalesco, che non dipenda da Israello.&#8221;.<br />
Avrebbe il Fascismo spazzato via i residui del vecchio mondo liberale e<br />
democratico (dopo aver distrutto la sua struttura istituzional-<br />
parlamentaristica ed i partiti, autentiche sanguisughe al servizio permanente<br />
effettivo degli interessi capitalistici) come richiedevano i tanti assertori di<br />
una &#8220;seconda rivoluzione&#8221;? Avrebbe Mussolini affrontato la questione sociale in<br />
senso rivoluzionario e infine debellato il pescecanismo capitalistico che, fuor<br />
di retorica, era nient&#8217;altro che il tradizionale parassitismo ebraico dotatosi<br />
di maggiori spazi di manovra per meglio operare sui mercati nazionali occupando<br />
i principali gangli dell&#8217;amministrazione dello Stato liberale?<br />
Mussolini aveva le idee chiare in merito sebbene non avesse probabilmente la<br />
forza sufficiente per opporsi energicamente e affrontare direttamente il nemico<br />
che, tronfio e borioso, si ergeva dinnanzi al Fascismo minacciandolo e<br />
ricattandolo. Già sul &#8220;Popolo d&#8217;Italia&#8221; del 4 giugno 1919, analizzando gli<br />
sviluppi della rivoluzione bolscevica russa, aveva sottolineato la convergenza<br />
di interessi tra i rivoluzionari di Lenin e i plutocrati capitalisti di Wall<br />
Street (&#8221;Se Pietrogrado non cade, se Denikin segna il passo, gli è che così<br />
vogliono i grandi banchieri ebraici di Londra e di New York, legati da vincoli<br />
di razza cogli ebrei che a Mosca come a Budapest, si prendono una rivincita<br />
contro la razza ariana (&#8230;) La razza non tradisce la razza. Il Bolscevismo è<br />
difeso dalla plutocrazia internazionale&#8221;) tornando qualche tempo più tardi<br />
sulla questione. Ma rispetto agli ebrei italiani il Duce fu costretto, volenti<br />
o nolenti, a muoversi con estrema cautela - quand&#8217;anche con enorme diffidenza -<br />
alternando parole di biasimo e rassicurazioni di sorta (&#8221;&#8230;in Italia non si fa<br />
assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla<br />
religione alla politica, alle armi, all&#8217;economia&#8230;La nuova Sionne gli ebrei<br />
italiani l&#8217;hanno qui, in questa nostra terra, che del resto, molti di essi,<br />
hanno difeso, eroicamente, col sangue.&#8221;) garantendo che &#8220;l&#8217;Italia non conosce<br />
l&#8217;antisemitismo&#8221;.<br />
Vedremo come alla fondazione dei Fasci di Piazza San Sepolcro contribuissero<br />
diversi ebrei e moltissimi altri militassero, fin dalla prima ora, nelle<br />
squadra d&#8217;azione fasciste e infine nel Partito. Il nodo gordiano che, a nostro<br />
avviso, Mussolini doveva sciogliere era quello se o meno affrontare<br />
direttamente il nemico o procrastinare a tempi migliori e più idonei quella<br />
che, comunque la si fosse vista, sarebbe stata la più importante, ed urgente,<br />
delle decisioni prese dal Fascismo: eliminare l&#8217;influenza nefasta dell&#8217;ebraismo<br />
dal corpo sociale, economico e politico della nazione e limitarne e frenarne<br />
l&#8217;azione disintegrativa e sovversiva. Un nodo gordiano che verrà sciolto solo,<br />
e solo apparentemente tra l&#8217;altro, con il varo della legislazione razziale del<br />
1938 come lucidamente sottolineerà Giovanni Preziosi e come, purtroppo, sarà<br />
evidente dalla progressiva e continuata azione sabotatrice di ebrei e massoni<br />
(questi ultimi longa manus dell&#8217;Internazionale Ebraica inseriti nei circoli<br />
direttivi del Fascismo dopo la chiusura ufficiale delle Logge decretata dal Regime nel 1926).<br />
&#8220;Il Fascismo - scriverà Preziosi (3) in un famoso &#8220;Memoriale&#8221; inviato da<br />
Monaco di Baviera al Duce in data 31 Gennaio 1944 - ha un solo vero e grande<br />
nemico: l&#8217;ebreo, e con lui il suo maggiore strumento, il massone. L&#8217;ebreo-<br />
massoneria domina tutta la vita nazionale ed è il vero Governo d&#8217;Italia. Voi<br />
sapete - proseguirà rivolgendosi a Mussolini - quali armi, ebrei e massoni,<br />
hanno adoperato per metterVi in condizioni di non darmi ascolto. Tutto fu messo<br />
in opera contro di me, dal giorno (22 febbraio 1923) in cui mi feci promotore,<br />
d&#8217;accordo con Michele Bianchi (lui che non avrebbe mai tradito!) di una<br />
riunione agli Uffici della Camera per far portare a Voi la proposta - sapendo<br />
il Vostro pensiero ed i Vostri precedenti in materia - della dichiarazione di<br />
incompatibilità tra massoneria e Fascismo. La presenza di un avvocato che noi<br />
ritenevamo non massone (il Sottosegretario ai LL.PP Alessandro Sardi) fece sì<br />
che la sera stessa, prima ancora di Voi , fossero informate della riunione<br />
ambedue le massonerie, le quali provvidero subito a mettere al sicuro i loro<br />
archivi. Intuirono allora i massoni che le finalità prime della Relazione sulla<br />
Riforma delle Pubbliche Amministrazioni, che io ero stato chiamato a svolgere<br />
in Gran Consiglio, avrebbero avuto per scopo la eliminazione dei massoni dalla<br />
burocrazia e dall&#8217;esercito. (&#8230;.) Voi sapete che in ogni occasione che mi si<br />
offriva Vi ho detto e scritto LA VERITA&#8217;. Vi ho detto e scritto che l&#8217;ebraismo<br />
e la massoneria erano in Italia, anche in Regime Fascista, padroni della<br />
situazione. La soppressione delle Logge e le leggi razziali avevano avuto il<br />
solo effetto di rafforzare l&#8217;ebreo-massoneria che non voleva l&#8217;alleanza con la<br />
Germania e non voleva questa guerra. Ad alleanza rafforzata e a guerra iniziata<br />
la massoneria mise in opera tutte le sue forze con lo scopo preciso di far<br />
perdere la guerra e rovesciare il Fascismo. Voi sapete che fin dal novembre<br />
1939, in base ad una conversazione con un Cardinale, io Vi scrissi della<br />
esistenza di un piano ben preciso e noto al Vaticano, tendente a non fare<br />
uscire l&#8217;Italia dalla neutralità, per portarla poi allo sganciamento dall&#8217;Asse,<br />
indi ad una intesa con Inghilterra e Francia, e non si disperava di portarla<br />
poi in guerra contro la Germania. Il piano era attribuito al Ministro degli<br />
Esteri e sarebbe stato concordato a Lione. Il discorso alla Camera di Ciano,<br />
nel quale, senza consenso della Germania, rese noto un impegno segreto sulla<br />
data in cui l&#8217;Italia si sarebbe dichiarata pronta alla guerra, sembrò l&#8217;inizio<br />
dello sganciamento dall&#8217;Asse; anche perchè in quei mesi la parola &#8220;Asse&#8221; sparì<br />
dal vocabolario giornalistico. (&#8230;) Voi sapete che allorchè Vi fecero dire che<br />
&#8220;la questione ebraica in Italia si poteva considerare risoluta&#8221; e che &#8220;gli<br />
arianizzati si potevano contare sulle dita di una mano&#8221;, io presi posizione con<br />
un articolo ne &#8220;La Vita Italiana&#8221; del 15 settembre 1942 e dissi che questo<br />
significava &#8220;nascondere le piaghe&#8221;, e aggiungevo: &#8220;Un giorno o l&#8217;altro le<br />
piaghe faranno cancrena e l&#8217;opera di coloro che avranno contribuito a<br />
nasconderle apparirà opera di tradimento. Io non voglio contribuire a<br />
nasconderle.&#8221;. E, dopo, questa premessa, dimostrai che non solo la questione<br />
ebraica non era stata risoluta, ma s&#8217;era aggravata in quanto costituiva &#8220;il<br />
vero e proprio Cavallo di Troia della città assediata&#8221;. E dissi quale era il<br />
modo di risolverla. Il solo effetto di quella presa di posizione furono la<br />
irritazione del Sottosegretario Buffarini-Guidi che governava in materia<br />
ebraico-massonica, e una comunicazione del Ministro della Cultura Popolare<br />
Pavolini che minacciava gravi provvedimenti, naturalmente contro di me.&#8221;.<br />
Non avrà vita facile nè avranno per anni e anni ascolto le parole intemerate<br />
di Preziosi che avvertiva, ammoniva e lanciava l&#8217;allarme a non abbassare la<br />
guardia sul fronte della questione più spinosa e fondamentale per una nazione<br />
che voglia seriamente impegnarsi a conquistare la propria sovranità nazionale<br />
in campo politico e soprattutto economico&#8230;perchè senza sovranità economico-<br />
monetaria non esiste sovranità politica e senza un&#8217;approccio diretto ad<br />
affrontare la questione &#8220;maledetta&#8221; in tutti i suoi aspetti nessun popolo,<br />
nessuna nazione, potrà mai dirsi al riparo dai ricatti dell&#8217;usurocrazia<br />
finanziaria internazionale che determina da almeno due secoli la storia mondiale.<br />
Esiste un potere segreto, occulto, che - al di sopra di governi ed istituzioni<br />
nazionali - opera con l&#8217;obiettivo di pervenire ad un governo unico mondiale: il<br />
governo della tirannia ebraica, l&#8217;asservimento completo del genere umano ai<br />
diktat della sinagoga, da realizzarsi attraverso la kippizzazione dell&#8217;umanità&#8230;.<br />
Niente di nuovo insomma&#8230;. Non c&#8217;è assolutamente niente di nuovo nè di<br />
diverso sul quale formulare analisi politiche conformi a percorsi di milizia antagonista&#8230;<br />
E noi, difatti, continuiamo a scrivere le stesse identiche cose&#8230;. &#8216;Annoiatevi&#8217; pure&#8230;.<br />
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI<br />
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA &#8220;ISLAM ITALIA&#8221;<br />
22 MAGGIO 2010<br />
Note -<br />
1 - Nicola Bombacci - articolo &#8220;Il discorso del Campidoglio&#8221; - da &#8220;La Verità&#8221;<br />
- Anno 1 Nr. 1 - Aprile 1936;<br />
2 - &#8220;Della questione giudaica in Europa&#8221; - Prato 1891;<br />
3 - &#8220;Memoriale di Giovanni Preziosi a Benito Mussolini&#8221; - Monaco 31.01.1944 -<br />
(crf Renzo De Felice - &#8220;Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo&#8221; - Ediz.<br />
&#8220;Einaudi&#8221; - Torino 1961);</p>
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		<item>
		<title>QUANDO LA COSTITUZIONE SI FERMAVA AI CANCELLLI DELLE FABBRICHE</title>
		<link>http://www.caserta24ore.it/18052010/quando-la-costituzione-si-fermava-ai-cancellli-delle-fabbriche/</link>
		<comments>http://www.caserta24ore.it/18052010/quando-la-costituzione-si-fermava-ai-cancellli-delle-fabbriche/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 May 2010 18:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[CASERTA Ricorrono i 40 anni dello Statuto dei Lavoratori, la Legge 20 maggio 1970, n. 300, che rappresentò una svolta epocale non soltanto nei rapporti all’interno del mondo del lavoro ma un cambiamento profondo anche sul piano sociale, politico e culturale.
La Legge 300 portò a compimento il dettato costituzionale che pone il lavoro a fondamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CASERTA Ricorrono i 40 anni dello Statuto dei Lavoratori, la Legge 20 maggio 1970, n. 300, che rappresentò una svolta epocale non soltanto nei rapporti all’interno del mondo del lavoro<span id="more-10950"></span> ma un cambiamento profondo anche sul piano sociale, politico e culturale.<br />
La Legge 300 portò a compimento il dettato costituzionale che pone il lavoro a fondamento della nostra democrazia, eliminando la stridente contraddizione che vedeva proprio i luoghi di produzione esclusi dalla applicazione dei principi costituzionali.<br />
Oggi forse le conquiste in tema di dignità, tutela e relazioni sindacali che lo Statuto assicurò ci sembrano scontate e, pertanto, forse non attribuiamo loro l’importanza che meritano e, di conseguenza, corriamo il rischio di indebolirle di fronte ad attacchi che, sotto la  falsa veste di un presunto “riformismo”,  tendono in realtà a riportare indietro di decenni l’orologio della storia.<br />
In effetti lo Statuto dei Lavoratori costituisce una delle più evidenti dimostrazioni della grandezza del nostro impianto costituzionale che, all’interno di un rigoroso sistema democratico-parlamentare, “disegna” per lo Stato nuovi compiti e nuovi obiettivi predisponendo le “linee guida” di una legislazione avvenire. Una Costituzione che prefigura, nelle sue norme, uno Stato socialmente e politicamente più evoluto, lasciando alle forze politiche il tempo di attuarlo.<br />
Figli di quello spirito politico e culturale sono i partiti democratici che, in un periodo di grande travaglio per il paese, stretto tra l’inizio della stagione del terrorismo e le grandi lotte operaie, seppero – pur con diverse idee e prospettive – licenziare un documento che ancor oggi, al di là delle critiche interessate, pone l’Italia all’avanguardia nella tutela giuridica dei diritti dei lavoratori.<br />
A riprova di un senso di responsabilità politica ben diverso da quello attuale, anche il partito liberale – tradizionalmente vicino alle esigenze delle imprese – votò la Legge riconoscendo il grande sforzo di sintesi operato, la valenza giuridica e la necessità sociale.<br />
Va ricordato tuttavia che erano occorsi oltre venti anni per giungere alla concreta traduzione legislativa dei principi costituzionali in tema di lavoro e che, evidentemente, il percorso non era stato agevole. Ecco perché è giusto ricordare ed onorare in questo anniversario la memoria dei tre uomini che tenacemente vollero e consentirono il provvedimento.<br />
Il primo fu Giacomo Brodolini, sindacalista socialista e Ministro del Lavoro che purtroppo morì prima di aver visto nascere la  “sua”  Legge  ma che ebbe la fortuna di passare il testimone ideale al successore nel dicastero Carlo Donat Cattin, anch’egli di formazione sindacale quale dirigente dei sindacati cattolici. Il terzo è Gino Giugni, intelligente e brillante giurista cui si deve l’impianto tecnico\giuridico della Legge.<br />
L’intento di questo modesto omaggio a quegli uomini non è retorico in quanto stiamo vivendo una stagione di costanti ed ofidici attacchi alla Costituzione ed alle sue conquiste da parte di forze politiche e culturali (ma sostanzialmente ispirate e guidate da “poteri economici”) che vedono nei diritti civili e del lavoro un serio ostacolo ai loro interessi e progetti.<br />
Il disegno di Giugni, Brodolini e Donat Cattin era diametralmente opposto a questa “nuova cultura”, coerente con quella Costituzione che da uomini e da politici amavano e cioè il progetto di una Società equilibrata, capace di tenere insieme i diritti ed i doveri di tutti, ma nella giustizia ed equità sociale : in una parola una democrazia sostanziale e non formale.<br />
Carta 48 chiede  a tutti di condividere il ricordo di quei personaggi e di quello spirito, di difendere lo Statuto dei Lavoratori, anzi di rendere ancor più efficaci alcune irrinunciabili tutele, basti pensare alle migliaia di infortuni e morti sul lavoro che ancora registriamo. Una difesa necessaria ad evitare che una cultura debole di contenuti e manovrata negli scopi, ci faccia perdere la memoria storica, oggi tanto necessaria per affrontare i problemi del lavoro e della democrazia che nel nostro Paese sono oggi centrali.<br />
Caserta 18 maggio 2010					Associazione Carta ‘48<br />
www.carta48.org</p>
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		<title>La Scomunica</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 18:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[(di Livio Orlandini) Il 2 novembre 1870 poche settimane dopo la Breccia di Porta Pia e quindi la conquista di Roma da parte del Regio Esercito Italiano, il Papa Pio IX lanciò la Scomunica contro il Re d’Italia Vittorio Emanuele II che il decreto ufficiale definiva “un Re di briganti alla testa di una banda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Livio Orlandini) Il 2 novembre 1870 poche settimane dopo la Breccia di Porta Pia e quindi la conquista di Roma da parte del Regio Esercito Italiano, il Papa Pio IX lanciò la Scomunica contro il Re d’Italia Vittorio Emanuele II <span id="more-10737"></span>che il decreto ufficiale definiva “un Re di briganti alla testa di una banda di delinquenti”. A parte le frasi molto forti si può comprendere l’ira del Papa a cui era stato sottratto uno Stato e lui a cui competeva la responsabilità e la salvaguardia di questo enorme Patrimonio si tutelava nell’unico modo che gli era consentito. Certo gli Italiani che venivano definiti briganti e delinquenti non ci rimasero bene. Diciamolo chiaramente in pratica Pio IX maledì l’Italia Unita e coloro che avevano agito per la realizzazione di questo avvenimento. Poi passarono gli anni e nel 1929 furono firmati i Patti Lateranensi che posero fine al contrasto tra la Santa Sede e il Regno d’Italia, e il Papa allora regnante definì il capo del governo italiano firmatario dell’accordo, “l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”. Qui non possiamo elencare tutti i paragrafi di questo concordato ma la verità storica ci impone di evidenziare la cifra che l’Italia versò al Vaticano quale risarcimento del danno subito: lire 1 miliardo e 750 milioni, una somma enorme tenuto conto dell’epoca. Vittorio Emanuele II che si spense nel 1878 ricevette i sacramenti in punto di morte per cui la scomunica fu applicata in misura “soft” ma il fatto storico sussiste. Così come sono esistiti i fatti che abbiamo sommariamente elencati: il Concordato li ha risolti, altri accordi sono stati sottoscritti negli anni ‘80 dal governo Craxi ma se dopo la guerra viene la pace e dopo la lite viene l’accordo, la Storia non si cancella e certe azioni e certe parole pesano come pietre.</p>
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		<title>Napoli. Resistenza e Costituzione</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 21:16:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[NAPOLI. Una lezione-conversazione con Guido D’Agostino presidente dell&#8217;Istituto Campano per la Storia della Resistenza venerdì 30 aprile, ore 17 Palazzo Serra di Cassano, Istituto per gli Studi Filosofici,
via Monte di Dio, 14 - Napoli a cura della Società di Studi Politici nell’ambito della rassegna i “Venerdì della Politica”
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			<content:encoded><![CDATA[<p>NAPOLI. Una lezione-conversazione con Guido D’Agostino presidente dell&#8217;Istituto Campano per la Storia della Resistenza venerdì 30 aprile, ore 17 Palazzo Serra di Cassano,<span id="more-10596"></span> Istituto per gli Studi Filosofici,<br />
via Monte di Dio, 14 - Napoli a cura della Società di Studi Politici nell’ambito della rassegna i “Venerdì della Politica”</p>
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		<title>BRONTE Lunedì mattina alle 10 e 30, il sindaco di Bronte, Pino Firrarello, taglierà il nastro inaugurale del nuovo viale Indipendenza</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 19:31:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolom</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[(da  Francesco Paolo Catania) BRONTE Egregio Sindaco, Chi conosce un pò di storia siciliana di fronte a questo nome resta assai perplesso: Indipendenza di quale paese? e da chi? È forse impazzito dedicando un viale ad un&#8217;Indipendenza Siciliana che non c&#8217;è e che sarebbe considerata sovversiva?
O è dedicato all&#8217;indipendenza dell&#8217;Italia? E se così è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(da  Francesco Paolo Catania) BRONTE Egregio Sindaco, Chi conosce un pò di storia siciliana di fronte a questo nome resta assai perplesso: Indipendenza di quale paese? e da chi?<span id="more-10507"></span> È forse impazzito dedicando un viale ad un&#8217;Indipendenza Siciliana che non c&#8217;è e che sarebbe considerata sovversiva?<br />
O è dedicato all&#8217;indipendenza dell&#8217;Italia? E se così è da chi?  Dagli austriaci che in Sicilia non hanno mai messo piede da dominatori ma solo da legittimi re di Sicilia (1720-1734)? O da chi altro se no?<br />
In realtà il suo viale è il viale dell&#8217;equivoco per eccellenza e della mistificazione<br />
Lo sa che a Palermo esiste una piazza dedicata a l&#8217;indipendenza? nello stesso luogo un manipolo di generosi repubblicani (giacobini) furono decapitati e impiccati per aver tentato di dar vita alla fine del &#8216;700 ad una Repubblica Siciliana del tutto indipendente da Napoli.<br />
Fra questi eroi dimenticati della Nostra Piccola Patria ricordiamo il Francesco Paolo di Blasi come &#8220;capo&#8221; di quella sfortunata congiura: sogno sfortunato e coraggioso di sollevare la Nostra Terra da secoli di servitù, sogno che aveva precedenti illustri (il nuovo Vespro dei primi del &#8216;500 contro il Moncada, la congiura di Squarcialupo, etc&#8230;) e che sperava di congiungere l&#8217;emancipazione politica della Sicilia con un&#8217;emancipazione sociale ed economica&#8230;<br />
Da quella stessa piazza nel 1866 prese le mosse l&#8217;esercito &#8220;italiano&#8221; per sedare nel sangue la c.d. rivolta del &#8220;sette e mezzo&#8221;; rivolta che ebbe tante anime (borbonica, clericale, mazziniana) ma il cui sale era quello dei separatisti delusi dal Garibaldismo&#8230;<br />
Quella piazza, come il suo viale, dovrebbe a buon diritto chiamarsi Piazza (Viale) dell&#8217;Indipendenza Siciliana (non come rivendicazione che a noi appare indesiderabile ed impraticabile) ma come fatto storico, come aspirazione storica che è incivile dimenticare.<br />
E invece, approfittando del fatto che mentre il Governo Italiano sparava a vista sui Siciliani che lottavano per il pane e l&#8217;autodeterminazione si stava svolgendo un&#8217;altra guerra (la III guerra d&#8217;indipendenza per la liberazione del Veneto dagli Austriaci), si è dedicata la Piazza proprio a quella guerra lontanissima nello spirito dalle rivendicazioni siciliane: un obelisco nel centro della Piazza ricorda i martiri della &#8220;indipendenza italiana&#8221; del 1866, proprio del 1866, per mettere così una pietra tombale sulle aspirazioni dei Siciliani e far loro confondere le idee sulle date e sui veri nostri interessi&#8230;<br />
Non si ebbe però il coraggio di chiamarla Piazza dell&#8217;Indipendenza Italiana, si lasciò così &#8220;Piazza Indipendenza&#8221;, senza aggiungere altro. Ricordiamo che tecnicamente la Sicilia, a parte l&#8217;appartenenza all&#8217;Italia, non era politicamente parlando dipendente da nessuno stato straniero da tempi immemorabili (per lo meno da quando, nell&#8217;847, l&#8217;emiro di Sicilia cominciò a considerarsi indipendente dai sovrani del Nordafrica). Quindi non ha senso dire che abbiamo lottato per &#8220;l&#8217;indipendenza dell&#8217;Italia&#8221;; semmai per l&#8217;Unità (e infatti abbiamo anche una piazza Unità d&#8217;Italia), anche se neanche questo è vero perché il risorgimento siciliano fu tutt&#8217;al più confederalista e mai annessionista al di fuori di piccolissime minoranze.<br />
Ma la memoria storica da noi sembra perduta e questa piazza, come il suo viale, - a suo modo vergognosa - giace tra il Parlamento del Palazzo Reale e il Governo di Palazzo d&#8217;Orleans.<br />
L&#8217;ALTRA SICILIA-Antudo<br />
il movimento della diaspora siciliana<br />
www.laltrasicilia.org</p>
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