L’ORRORE DELL’EUTANASIA IN ITALIA E NEL MONDO

Eluana Englaro(Gianluca Martone) Uno dei mali attuali più gravi della nostra società è indubbiamente quello legato all’eutanasia, tema molto dibattuto in questi ultimi mesi sia a livello nazionale che mondiale.
L’agenzia internazionale Lifesitenews ha riportato alcuni mesi fa un articolo, in cui sono riportati dati allarmanti ed inquietanti provenienti dal Belgio in materia di eutanasia.
“Il British Journal of Medical Ethics riporta un articolo sul Belgio – una delle prime nazioni al mondo ad aver legalizzato l’eutanasia – che rivela statistiche a dir poco allarmanti. Le richieste di “suicidio assistito” sono sempre più in aumento, ma il dato ancora più preoccupante è che si sta diffondendo l’abominevole pratica di accorciare intenzionalmente la vita dei pazienti senza una loro esplicita richiesta. Nuove linee guida stanno dando sempre più potere ai medici di rifiutare cure “inutili” per abbreviare il processo di morte somministrando sedativi che operino in tal senso. Lo studio pubblicato dalla rivista scientifica riporta i seguenti dati. Nel 2013, l’1,7 % di tutti i decessi (oltre 1.700) sono stati il ​​risultato dell’uso di farmaci di fine vita senza un’esplicita richiesta – in lieve calo rispetto al 2007 (1,8 %), e circa la metà della percentuale registrata nel 1998 (3,2 %), quando l’eutanasia non era ancora legale.
“Il numero di “eutanasie non volontarie” – si spiega nella relazione – sembra essere diminuito, ma è davvero così? In realtà, da quando l’eutanasia è stata legalizzata, i medici sono molto più preparati a discutere tale questione con i loro pazienti, e, dunque, riescono a convincerli (quindi indurli) più facilmente a ricorrere all’eutanasia volontaria. Senza contare che sempre più spesso vengono utilizzate tecniche “alternative”, come la “sedazione palliativa” che ben si distingue dalle note cure palliative, perché può indurre la morte del paziente privandoli di cibo e acqua.
Il rapporto è il risultato di un progetto di ricerca sull’eutanasia in Belgio iniziata nel 2003 da Raphael Cohen-Almagor, professore di studi politici ed internazionali presso la Hull University nel Regno Unito, appena un anno dopo la legalizzazione della cosiddetta “dolce morte”. A due settimane dalla pubblicazione, nonostante sia stato commentato dalla stampa britannica, i media belgi “stranamente” non ne hanno fatto alcun cenno. I risultati dello studio sono davvero allarmanti. Quando il Belgio ha imitato il suo vicino settentrionale (i Paesi Bassi) nel decidere che i malati terminali che soffrono in modo insopportabile dovrebbero poter chiedere l’eutanasia – ed anche i malati non terminali, come i tetraplegici – il punto fondamentale della legge era quello di rispettare l’autonomia dei pazienti ed agire in base al loro “libero arbitrio”. E invece, nel giro di pochi anni, tale normativa è stata interpretata sempre più liberamente, dando spazio all’uccisione dei depressi, dei portatori di handicap e persino di quelli che sono semplicemente stanchi di vivere. Il Belgio non è ancora arrivato ai livelli agghiaccianti raggiunti dai Paesi Bassi – anche se poco ci manca – dove l’eutanasia viene somministrata a persone che stanno sulla via della demenza o a coloro che sono incapaci di prendere una decisione consapevole. In Belgio infatti, la richiesta e il consenso devono essere redatti per iscritto e questo dovrebbe escludere ovviamente le persone in coma o coloro che sono infermi di mente. Lo studio di Cohen-Almagor dimostra che delle persone la cui morte viene accelerata attraverso i farmaci, più della metà superano gli 80 anni, oltre i due terzi hanno una malattia diversa dal cancro, e più di due terzi sono in ospedale. Nel 77,9 % dei casi, la decisione non è stata discussa per niente con il paziente; nel 70.1 % di questi casi, si trattava di persone in coma, mentre all’argomento della “demenza” si è fatto ricorso nel 21,1 % dei casi. Ciò significa che i medici in Belgio decidono della vita dei loro pazienti, quando un’agonia è durata abbastanza a lungo, o quando vogliono facilitare la morte di un malato terminale, di un paziente demente e “disumanamente deteriorato”. In altre parole, i pazienti che non sono considerati più degni di vivere”.
Un fatto raccapricciante è giunto nello scorso mese di febbraio dall’Olanda, riportato dal giornalista di Tempi Leone Grotti, che ha sconvolto le coscienze di molte persone. Ecco l’articolo in commento.
“Storia di Annie Bus, cattolica di 75 anni, sposata da 52 anni con tre figlie e della dottoressa Constance de Vries, che l’ha uccisa nonostante non avesse i requisiti previsti dalla legge. «Questione di libertà» Ci sono volute quattro siringhe accuratamente numerate. La prima conteneva una semplice soluzione salina per pulire la cannula inserita in vena, la seconda un leggero anestetico per preparare le vene, la terza un potente anestetico per addormentare la mente in dieci secondi e la quarta 150 milligrammi di Rocuronium, che rilassa i muscoli fino a paralizzarli. Così il sistema respiratorio si blocca e non si sente più niente. Ai tempi della dignità, la morte, quella «buona», funziona così. Ed è così che, è morta in Olanda Annie Bus. La donna di 75 anni ha potuto richiedere l’eutanasia grazie alla legge approvata nel 2002 e la dottoressa Constance de Vries l’ha uccisa anche se Annie non aveva i requisiti previsti dalla legge. A de Vries questo non importa, ci ha fatto il callo ormai e sa che i paletti fissati dalla legge sono solo una scusa, un paraocchi per chi ha lo stomaco debole e vuole fingere di non capire che cos’è l’eutanasia: diritto di essere uccisi come e quando si vuole per illudersi di comandare, oltre che alla vita, anche alla morte. Non tutti i dottori in Olanda violano la legge apertamente e spudoratamente. Il medico di base di Annie Bus, infatti, si è rifiutato di ucciderla: «Non sei una malata terminale», quindi non si può fare, si è giustificato. Ma quando certi dettagli prevalgono sulla volontà e l’autonomia dell’individuo, in Olanda si può ricorrere alla Levendseindekliniek, alla “clinica di fine vita” fondata dalla potente associazione Nvve (“Diritto di morire”)”.“La dottoressa de Vries fa parte di una delle 37 unità mobili della clinica, che nel 2014 ha ucciso oltre 200 pazienti. Per le irregolarità compiute, e di cui tutti sono a conoscenza, la clinica ha avuto appena tre richiami ufficiali. Ma tutto è continuato come prima. De Vries ha ucciso tra i sette e i dieci pazienti all’anno, mai più di uno al giorno, «anche se una volta ho fatto un’eccezione». «Io uccido le persone – racconta all’inviata del Der Spiegel – e la prima volta tremavo».Ora se la cava con molto meno. Resta sempre un po’ nervosa, soffre ancora ma si è abituata. In fondo, il suo lavoro è poca cosa rispetto alle almeno 4.829 persone (ufficialmente) morte per eutanasia in Olanda nel 2013. Tredici al giorno. Se gli studi di Lancet sono veri, dovrebbero invece essere morte circa 5.794 persone, 16 al giorno. Sta di fatto che l’eutanasia causa il tre per cento di tutte le morti nel Paese”.Una decisione clamorosa sempre in questa delicata tematica è stata riportata da Avvenire, con un interessante articolo di Lorenzo Schoepflin.
“L’Associazione pediatri olandesi (Nederlandse Vereniging voor Kindergeneeskunde, Nvk) si è espressa favorevolmente circa l’estensione dell’eutanasia a minori al di sotto del dodicesimo anno di vita. Il limite di età, secondo la Nvk, dovrebbe essere abbassato in base a valutazioni specifiche circa le facoltà mentali dei pazienti. In alcuni casi, anche bambini che non abbiano compiuto dodici anni si mostrano capaci di capire le conseguenze delle loro decisioni e delle relative scelte mediche. La Nkv si è espressa su istanza del ministro della Salute, Edith Schippers. Questa, un anno fa, aveva chiesto di colmare la lacuna presente nella prassi di applicazione dell’eutanasia, che in alcune occasioni poneva i pediatri di fronte a dubbi circa le azioni da intraprendere. In Olanda, infatti, la “dolce morte” è prevista per i neonati – secondo il tristemente celebre Protocollo di Groningen – e, appunto, per bambini oltre i 12 anni. Proprio il dottor Eduard Verhagen, ideatore del Protocollo, si era espresso, un anno fa, sul quotidiano olandese Volkskrant circa l’opportunità di acconsentire alla richiesta di morte dei bambini. La formula utilizzata dal dottor Verhagen fu quella usuale, con riferimento a «circostanze estremamente eccezionali» relative ad un bambino che «sta morendo» nelle quali si sceglie di offrire ai genitori una «morte dignitosa» per il proprio figlio. Il parere della Nvk ha suscitato forti polemiche poiché si teme che sia un impulso a decisioni affrettate di genitori e bambini afflitti dalla sofferenza. Con questo primo passo, l’Olanda si incammina sulla strada del Belgio, che da più di un anno consente l’eutanasia per minori che si mostrino capaci di decidere della propria vita in accordo con i genitori”. Lo scorso 18 settembre, su Corrispondenza Romana è stato pubblicato sempre in materia di eutanasia un articolo di notevole importanza, nel quale si pone in evidenza il ruolo del Grande Oriente di Francia, la piu’ importante loggia massonica, nella legalizzazione del suicidio assistito anche per i minori.
“Dopo l’approvazione a larga maggioranza in sede di Assemblea Nazionale della proposta di legge sul cosiddetto “fine vita”, la massoneria francese dà evidentemente per acquisita la legalizzazione dell’eutanasia, infischiandosene dei ‘distinguo’ operati nell’assise parlamentare per chetare le coscienze. Perché, si disse, il “fine vita” – che il Capo dello Stato, François Hollande, incluse tra i punti qualificanti del suo programma elettorale nella corsa all’Eliseo – non autorizzerebbe di per sé né l’eutanasia, né il suicidio assistito, trattandosi “solamente” del “diritto” ad una «sedazione profonda, continua» ed irreversibile sino alla morte dei pazienti in fase terminale. I massoni, sempre più spregiudicati, danno per scontato che, vinta questa battaglia, si possa vincere anche la successiva, quella dell’eutanasia vera e propria, e puntano anzi già alla fase ulteriore ovvero alla sua estensione anche ai minori, aspetto cui si presterebbe ancora «poca attenzione», ritenendo riduttivo sottoporlo all’«autorità genitoriale», come recita un comunicato-stampa appositamente diffuso dal Gof-Grand’Oriente di Francia, il quale tiene come “modello” il Belgio: padre e madre, insomma, dovrebbero limitarsi al mantenimento, alla crescita ed all’educazione della prole, ma verrebbero totalmente esautorati dalle proprie funzioni ed esclusi da qualsiasi possibilità di intervento nel caso i loro figli intendano abortire o ammazzarsi. Sulla liberalizzazione dell’eutanasia premono sostanzialmente le logge di tutto il mondo, compreso il Grand’Oriente d’Italia, per il quale «ogni essere umano» dovrebbe «restare padrone della sua vita e della sua morte», in nome di una presunta «dignità e libertà di coscienza» dell’individuo e contro ogni «verità assoluta». Questo è quanto dichiarato già nel 2007 dall’allora Gran Maestro, l’avv. Gustavo Raffi, ad un convegno sul tema promosso a Rimini. Ponendosi perfettamente in linea, come mentalità, con quella che Benedetto XVI (allora ancora Card. Ratzinger) definì nella S.Messa Pro eligendo Romano Pontifice, il 18 aprile 2005, “la dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.Sabato 10 ottobre, è stato pubblicato su Tempi un agghiacciante articolo scritto da Benedetta Frigerio, nel quale viene raccontato il gravissimo episodio di Andrea, bambina di soli 12 anni fatta morire di fame e sete in Spagna.
“Dopo quattro giorni senza alimenti, si è spenta la ragazzina al centro di un caso di eutanasia. I genitori, l’ospedale, i tribunali. Storia tragica di una “dolce morte” Dopo quattro giorni senza cibo e acqua, la dodicenne Andrea Lago è morta all’ospedale clinico di Santiago de Compostela. I supporti vitali che servivano per nutrire Andrea, affetta sin da piccola da una malattia neurodegenerativa che le ha bloccato progressivamente gli arti, le erano stati tolti dopo una battaglia ingaggiata lo scorso giugno dai genitori, Antonio Lago e Estela Ordonez (nella foto), convinti che la figlia dovesse morire “dignitosamente”. «Non vogliamo vederla agonizzante, deperita, in pena e incapace di riconoscerci».
A giugno il parlamento della Galizia aveva approvato, all’unanimità, una legge sul fine vita, aprendo un foro nella diga. La norma, infatti, pur escludendo l’eutanasia e parlando di sedazione «senza accorciare la vita», lasciava spazio ad interpretazioni, ammettendo generiche «limitazioni di trattamento» in condizioni cliniche irrecuperabili. L’ospedale, nonostante le richieste dei genitori, si era opposto spiegando che «la piccola non provava alcun dolore». Il caso era poi arrivato al governo regionale della Galizia, che aveva emesso un parere non vincolante in cui si richiedeva la rimozione dell’alimentazione e dell’idratazione. L’ospedale aveva mantenuto la propria posizione. A quel punto i genitori si sono rivolti al tribunale di Santiago, che ha richiesto l’intervento di quattro esperti, per sapere se i medici stessero «prolungando inutilmente l’agonia della bambina». La tragedia è stata politicizzata e usata dal leader del partito socialista, Pedro Sànchez, che ha promesso la legalizzazione dell’eutanasia in caso di vittoria alle elezioni generali di dicembre. Al contrario, l’assessore alla Salute del governo della Galizia, Rocio Mosquera, si è schierato dalla parte dei medici, spiegando che privare una persona del cibo e dell’acqua è un atto di «eutanasia attiva».
La campagna martellante dell’”Associazione Morte Dignitosa” ha puntato sul «diritto del paziente che ha la libertà di rifiutare i trattamenti», nonostante Andrea non potesse esprimersi e nonostante cibo e acqua non siano trattamenti medici. Solo il vescovo di Alcala de Henares, Juan Antonio Reig Pla, ha ricordato il documento di Benedetto XVI del 2007, in cui rispondeva ad alcune domande della Conferenza Episcopale americana, spiegando che alimentazione e idratazione fornite tramite dispositivi medici non possono essere interrotte perché sono «un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita». Citando Papa Benedetto, il Vescovo ha poi spiegato che «un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona la cui dignità umana è fondamentale», che comprende «la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali». Di fronte alla decisione dei genitori di rivolgersi al giudice, l’ospedale alla fine ha ceduto”.
Sempre su Corrispondenza Romana, pochi giorni fa è stato riportato un articolo di Alfredo De Matteo, nel quale è stato evidenziato il si del cattolico Brown al suicidio assistito anche in California.
“La storia si ripete: un’altra legge ingiusta ed omicida è stata sottoscritta da un politico sedicente cattolico. Accade in California, dove il governatore Jerry Brown, dichiaratamente cattolico ed ex seminarista, ha apposto la sua firma ad un provvedimento che legalizza la pratica disumana del cosiddetto suicidio assistito. Il governatore ha spiegato, in una lettera ai legislatori, di aver sottoscritto il documento dopo attenta ed accurata riflessione che lo ha portato a mettersi nei panni del paziente (secondo il suo punto di vista, però…). Brown ha rivelato, altresì, di essersi consultato, tra gli altri, con un vescovo cattolico, con amici ex seminaristi come lui e soprattutto con … la sua coscienza. «Non so cosa farei io in caso di prolungata e dolorosa agonia, sono sicuro tuttavia che sarebbe un conforto poter considerare tra le opzioni quella contemplata in questo testo. E non vorrei negare a nessuno questo diritto», scrive nella lettera il governatore della California. La legge sull’eutanasia ricalca quelle già in vigore in altri Stati americani, ossia Oregon, Vermont, Washington e Montana, seppur con qualche differenza: il testo prevede che il provvedimento venga rivisto dopo dieci anni di applicazione (e migliaia di morti ammazzati, aggiungiamo noi…) e una serie di accorgimenti per garantire che nessuno venga assassinato contro la sua volontà. In particolare, i medici dovranno sostenere una serie di colloqui privati con gli aspiranti suicidi, accertarsi che i pazienti siano in grado di assumere i medicinali in maniera consapevole ed autonoma e subordinare l’approvazione, che dovrà essere ratificata da due medici, a fronte di una serie di richieste scritte da parte del paziente. Nella società attuale che esalta in maniera innaturale e sganciata dalla dimensione etica e razionale i diritti umani, tanto che essi spesso tendono a ritorcersi contro l’uomo stesso, giocano un ruolo decisivo i cattolici, i quali non di rado si fanno essi stessi promotori di leggi ingiuste o avallano provvedimenti altrettanto iniqui. Segno che il vero problema non sono tanto le derive laiciste degli Stati atei contemporanei ma il contributo decisivo del mondo cattolico al processo di autodistruzione dell’umanità, sia nei termini di collaborazione attiva al male ed all’errore, sia nei termini di un’opposizione tutt’altro che eroica al male ed all’errore stessi”.
Purtroppo, anche in Italia si sta diffondendo una preoccupante campagna mediatica pro eutanasia, come ha sottolineato il giornalista Santambrogio sulla “Nuova Bussola Quotidiana” lo scorso 11 dicembre 2014, orchestrata dalla massoneria italiana.
“Lo spot colpisce duro, ma le voci sono studiate, scandiscono le parole in modo calmo e convinto. Segno di una decisione masticata a lungo e dunque irrevocabile. La rèclame della “dolce morte” è firmata dai radicali, che non sono nuovi a campagne di questo tipo (loro non buttano mai via niente, tranne i feti) si offre a un pubblico adulto e maturo, criticamente formato alla tolleranza e all’impassibilità cosmica: quelli che non muoverebbero un dito neppure se vedessero un disgraziato pronto a saltare dal ponte. Si capisce che è fattura di professionisti esperti e ben allenati sul campo. Sono settanta i testimonial per propagandare l’imprescindibile diritto all’eutanasia legale, arruolati dall’associazione Luca Coscioni per un video-appello rivolto al Parlamento perché venga riconosciuta la libertà di scegliere come morire, ma anche l’urgenza del testamento biologico. A recitare lo stesso gingle: «Voglio decidere come morire», ci sono malati, medici e infermieri e poi vipponi e star del mondo della scienza, della cultura, del giornalismo e dello spettacolo. Qualche nome di questo tristo club: Roberto Saviano, Umberto Veronesi, Marianna Aprile, Corrado Augias, Luca Barbarossa, Paolo Mieli, Marco Bellocchio, Emma Bonino, Selvaggia Lucarelli, Maurizio Costanzo, Vittorio Feltri, Giulia Innocenzi, Neri Marcorè, Rocco Papaleo, Filippo Facci e Aldo Nove. Chiedono che venga discussa in Parlamento al più presto la proposta di legge di iniziativa popolare in materia di suicidio assistito. L’esistenza, rivendicano con orgoglio i candidati suicidi, è questione di libere scelte e pure la morte lo è. «Mia madre è morta tra sofferenze atroci», ci informa un tizio, «e io non ho potuto far nulla per aiutarla». Come non essere d’accordo con questa richiesta del morire senza dolore , della soluzione migliore per dare scacco alla malattia anticipandola nel finale? Ma l’orribile è tutto nella risposta che si trasforma la migliore soluzione nella soluzione finale: l’assassinio come atto supremo della compassione e dell’amore al prossimo. É così che la reclame eutanasica si mostra per quella che è: una danza macabra, un rifiuto del senso e della libertà, del loro lato più oscuro e crudele, ma non per questo meno reale. L’altra faccia delle scelte consapevoli e creative. Ovvio: nessuno sceglie di morire di cancro o sotto le ruote di un Tir. Ma si badi: neppure siamo stati noi a decidere di nascere, né a scegliere madre e padre, tantomeno a programmare l’avvenire di figli e amici. La società dei sani e perfetti, dei felici e contenti è solo una tragica illusione, un inganno che ha già desertificato la storia. Solo la malafede politica può osare riproporlo, mascherando un delitto come espressione nobilissima ed estrema della libertà. No: lo spot eutanasico e quegli attori ricchi e potenti, improbabili dead man walking sotto la regia del solito Pannella sono soltanto un irragionevole invito ad alzare bandiera bianca e a soffocare l’urlo della nostra umanità ferita. Fanno i furbi con la vita e invitano a prendere la scorciatoia. Cattivi e presuntuosi maestri: dopo averci insegnato per anni sui loro giornali come si sta al mondo, ora vorrebbero pure indicarci come si muore. Forse vinceranno loro, ma non è detto: prepariamoci a resistere”.
Ha rappresentato uno straordinario inno alla Vita la bellissima testimonianza da Philip Johnson, seminarista cattolico di 30 anni affetto da cancro al cervello, il quale ha scritto questa commovente lettera pubblicata su Tempi quasi un anno fa, indirizzandola alla giovane Brittany Maynard, che decise pochi giorni dopo di interrompere la sua esistenza terrena con il suicidio assistito.
“La scorsa settimana mi sono imbattuto nella straziante storia di Brittany Maynard (…). Mi ha davvero colpito perché mi hanno diagnosticato un cancro al cervello incurabile molto simile nel 2008 quando avevo 24 anni. (…) La media di sopravvivenza secondo la maggior parte degli studi è di 18 mesi, anche dopo chemioterapie e radioterapie aggressive. Avevo molte speranze e molti sogni che in un attimo sono sembrati svanire Mi hanno diagnosticato il cancro durante il mio secondo dispiegamento in Marina nel Golfo arabico del nord . Ricordo che quando ho visto al computer le immagini del mio cervello sono andato nella cappella cattolica della mia base e sono caduto a terra piangendo. Ho chiesto a Dio: “Perché proprio io?”. Il giorno dopo sono tornato negli Stati Uniti per curarmi. Dopo alcuni mesi di radio e chemioterapia, ho lasciato la Marina e sono entrato in un seminario cattolico, vocazione che sentivo da quando avevo 19 anni. Spero di diventare diacono in primavera e sacerdote tra un anno.
Ho vissuto sei anni di costante tumulto, crisi e tormenti. Come Brittany, non voglio morire né voglio soffrire per le probabili conseguenze di questa malattia. Penso che nessuno voglia morire così. Secondo i medici, perderò gradualmente il controllo delle mie funzioni corporee, potrei soffrire la paralisi e l’incontinenza, ed è molto probabile che le mie facoltà mentali si annebbieranno e mi porteranno ad avere le allucinazioni prima di morire. Questo mi terrorizza, ma non mi rende meno umano. La mia vita ha ancora un significato per me, per Dio, per la mia famiglia e i miei amici e salvo guarigioni miracolose continuerà ad avere un significato anche dopo che resterò paralizzato in un letto di ospedale. La mia famiglia e i miei amici mi amano per quello che sono, non solo per quei tratti della mia personalità che lentamente la malattia si porterà via.
Ovviamente, ho vissuto più di quanto mi sarei aspettato. Ci sono stati momenti negli ultimi sei anni in cui ho desiderato che il cancro crescesse e mi uccidesse velocemente per allontanare la mia mente dalla sofferenza e dalla tristezza. (…) Ma dentro di me sapevo che questo approccio è inutile. La malattia è diventata parte di me e anche se non mi definisce come persona, ha cambiato ciò che sono e ciò che sarò. Anch’io, come la madre di Brittany, all’inizio ho sperato nel miracolo. Ora però capisco che “miracolo” non significa per forza guarigione immediata. Non moriremmo forse comunque più tardi per altri motivi? (…) Ogni giorno di vita è un dono e i doni possono essere tolti in ogni momento. Chiunque soffra di una malattia terminale lo sa molto bene. Sono sopravvissuto alle più ottimistiche previsioni, e penso che questa sia un miracolo, ma ho sperimentato innumerevoli miracoli in posti dove mai avrei immaginato di trovarli. Durante gli anni in seminario ho potuto stare vicino ai malati e ai sofferenti perché ero in grado di comprenderli. Ho avuto la fortuna di servire a Lourdes gli infermi che si fidano di Dio con tutto il cuore per trovare un senso alle loro sofferenze. Entrando in rapporto con loro, ho ricevuto più di quanto ho dato.
Ho capito che la sofferenza fa parte della condizione umana e non deve essere sprecata o tagliata via per paura di perdere il controllo. Forse questo è il più grande miracolo che Dio mi ha fatto sperimentare. La sofferenza non è senza senso e non sta a noi prendere in mano le nostre vite. (…) La nostra sofferenza può avere un grande significato se proviamo a unirla alla Passione di Cristo e la offriamo per la conversione e le intenzioni degli altri. Anche se sono spaventose, le sofferenze che sperimenteremo nelle nostre vite possono essere mutuate in qualcosa di positivo. Questo è un compito molto difficile per me ma è raggiungibile. Il momento che vive Brittany è duro ma la sua scelta non è coraggiosa, perché nessuna diagnosi giustifica il suicidio. È una tentazione comprensibile, ma porta a evitare un’importante realtà della vita. Purtroppo, Brittany perderà i momenti più intimi della sua vita – i suoi cari che la consolano durante la sofferenza, i suoi ultimi momenti con loro e il grande mistero della morte – in cambio di un’opzione più veloce e “indolore”, più concentrata su se stessa che sugli altri.A causa della mia malattia ho vissuto grandi momenti di sofferenza ma anche di gioia.Continuerò a pregare per Brittany mentre combatte la sua malattia. Io continuo a essere triste. Continuo a piangere. Continuo a chiedere a Dio di mostrarmi la Sua volontà attraverso questa sofferenza e di permettermi di diventare il Suo prete, ma so che non sono solo nelle mie sofferenze. Ho la mia famiglia, i miei amici, e il sostegno di tutta la Chiesa. Ho camminato nella stessa situazione di Brittany, ma non ho mai camminato da solo. Questa è la bellezza della Chiesa. Possa Brittany capire che la amiamo prima che si suicidi e che se sceglie di combattere questa malattia, la sua vita e la sua testimonianza saranno un incredibile esempio per le innumerevoli persone che sono nella sua situazione. Sicuramente lo sarà per me, che continuo a combattere contro il mio cancro”.