APPELLO VERSO LA MACROREGIONE TRIVENETO A STATUTO SPECIALE

( Giuseppe PACE) Il 6 gennaio 2016, all’Hotel, C. Plaza, di Limena (PD), si è svolta una Conferenza Stampa. Relatori l’Avv. Ivone Cacciavillani, il prof. di Economia dell’Università Ferruccio Bresolin, il noto Sociologo dell’Università di Venezia Ulderico Bernardi e Ermanno Chaesen che conduce una Tv locale. Tutti e 4 i relatori, presente la Stampa locale, regionale e nazionale, hanno illustrato le ragioni di una proposta Triveneto e rinviato ai primi di marzo di riprendere la proposta in un Convegno a Villa Pisani di Strà (VE) nel Salone del Tiepolo. Il noto Avv. Cacciavillani, che avevo già sentito in un’associazione di difesa di Villa Breda, nel dare la parola alla Stampa, ha detto”in Veneto si dice”le bocche si chiudono solo ai sacchi” ed anche nel chiedere alla stampa di fare grancassa della proposta del Triveneto: “un contadino conosce più di un Papa da solo”. Ho rivisto volentieri il prof. Ulderico Bernardi che sosteneva che non esiste l’Italia, ma tante Italie, ciascuna in ogni Comune. Quale componente del Comitato Promotore della macroregione Triveneto, e prima ancora tra i soci fondatori del rinato Movimento Triveneto, fondato da +S. Miotello, mi sento di scrivere che il Triveneto non è avulso da altre grandi Regioni italiane da realizzare in sostituzione delle attuali 20. L’Italia deve rivedere il numero e i confini regionali per governare meglio i suoi 60 milioni di ab. e per amministrare il suo territorio di 300 mila kmq. Si pensi che da tempo vado scrivendo anche su questo mass media che il Sannio deve essere fatto allargando l’attuale Molise (di soli 300 mila ab.) al beneventano, alto casertano, alto foggiano, ecc. per giungere almeno a 1 milione di ab., ma la macroregione che comprenderà anche parte del Lazio, verrà imposta dall’alto perché i feudi politici molisani e campani non pensano di illuminarsi né di essere illuminati da altri. L’unione delle tre regioni (Veneto con 4.927.153 ab. ed esteso18.407 kmq; Trentino A.A. con 1.053.205 ab. 13.605 kmq e Friuli V.G. con 1.227.241 ab., 7.862 kmq) in un’unica regione (Triveneto) come prevista dall’articolo 132 della Costituzione italiana, avrebbe due aspetti di grande rilievo: uno esterno, ovvero di contributo allo sviluppo complessivo dell’Europa centro-meridionale; uno interno, di una crescita più sostenibile sul piano sociale ed ambientale. Perché diciamo sì alle macroregioni, è un interessante articolo di Ettore Bonalberti, dal sito http://www.formiche.net/ del 28/12/2014. Egli( mio conoscente come anche l’Avv. D. Menorello che è un altro dei Soci Promotori del Triveneto ), scrive che”L’Italia vive la realtà istituzionale regionale diversificata tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale. Una congerie di competenze accumulate in maniera confusa e progressiva: dai decreti delega che, dal 1977, hanno affidato alle regioni molte competenze amministrative; alle caotiche funzioni relative al Controllo del territorio, ripartite e spesso rimpallate tra regioni, province e comuni, sino al decentramento delle leggi Bassanini e alla modifica del Titolo V della Costituzione con l’invenzione delle competenze concorrenti, fonti del caos permanente dei ricorsi presso la Corte Costituzionale. E’ questa la triste realtà in cui versa il nostro regionalismo. permanendo l’ormai incomprensibile, iniqua e anti storica differenziazione tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale”. Da decenni vivendo in Veneto mi rendo conto che il Triveneto è molto similare sia pure in una congerie di tante diversità. Ma per un Naturalista è facile capire la biodiversità non solo biologica, ma anche culturale e sociale. Sul piano internazionale o esterno, le tre regioni che costituirebbero il Triveneto acquisirebbero una capacità competitiva e attrattiva che va ben oltre la sommatoria delle componenti sociali di ciascuna ma conquisterebbe un valore che è multiplo di questo aggregato. Aumento della capacità attrattiva e della competitività territoriale non significherebbe però chiusura o venir meno al ruolo di grande responsabilità che questo territorio avrebbe nei confronti di tutto il sistema padano, alpino e dell’Alto Adriatico. Questa responsabilità o consapevolezza del proprio ruolo del Triveneto deriva essenzialmente da tre fattori quello ambientale, quello infrastrutturale e quello culturale. Sul piano ambientale non va dimenticato che la montagna grande protagonista di questo aggregato di regioni è produttrice di importanti “beni pubblici” quali l’acqua e la salubrità dell’aria che come tali devono essere sottratti alle logiche del mercato e affidati alla mano pubblica. Solo una grande capacità di sintesi politica può compenetrare l’asimmetria di interessi tra chi vorrebbe fare della montagna un grande parco naturale per usarlo consumisticamente e chi invece nella montagna vuole vivere e produrre per ottener livelli di benessere compatibili con quelli della pianura. Così pure solo una grande capacità di sintesi politica può conciliare le esigenze di vita e di relazioni del proprio territorio con le servitù di passaggio che i grandi assi infrastrutturali e logistici richiedono al territorio. Infatti la portualità dell’Alto Adriatico, unitamente agli assi infrastrutturali del nord-est necessitano di una governance in grado di conciliare aspetti locali ed esigenze di relazioni di respiro. Il Veneto per lungo tempo è stata terra di povertà ed emigrazione. Dal dopo guerra, a seguito di un notevole sviluppo industriale, è una delle regioni più ricche d’Europa. Grazie al suo patrimonio paesaggistico, storico, artistico e architettonico è, con oltre 16,2 milioni di visitatori e 61,8 milioni di presenze turistiche nel 2014, la regione più visitata d’Italia. Un’Italia con 12 regioni, 8 in meno di quelle attuali. E un’Italia che sul tema si divide, dibatte. Gli scontri animano soprattutto il mondo politico che, da quando il tema di una nuova divisione geografica è tornato alla ribalta. In particolare, il dibattito si accende fra le file del Pd, lo stesso partito da cui proviene la proposta di legge Ranucci-Morassut per ridurre le regioni. Serracchiani contro Moretti – La questione più spinosa è quella che riguarda un possibile accorpamento di Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto che andrebbero a formare la macro regione del Triveneto. Le frange del Pd sono divise: i trentini e friulani si dicono contrari, i veneti favorevoli. Debora Serracchiani, vicesegretaria nazionale del Partito Democratico, e presidente del Friuli Venezia Giulia, ha tentato addirittura di smentire l’attualità politica del tema, dicendo che “il governo non ha in agenda nulla del genere e lo stesso vale per il Pd”. La risposta di Alessandra Moretti, capogruppo dem nel consiglio regionale del Veneto, non ha tardato ad arrivare. “Giustamente la governatrice tutela gli interessi della sua regione – ha detto la Moretti, riferendosi alla Serracchiani – ma forse dimentica che questa è una legislatura costituente, chiamata ad approvare importanti riforme istituzionali nell’ottica della razionalizzazione e dell’efficienza. Come appunto le macro regioni, dotate di un’ampia autonomia, capace di superare il concetto dello statuto speciale che non ha più ragioni, né storiche né economiche, per sussistere. È arrivato il momento che il Veneto possa competere ad armi pari, senza più subire la concorrenza sleale che viene esercitata oggi dal Trentino Alto Adige e dal Friuli Venezia Giulia”. Le altre frange del Pd – Ma contro una possibile Triveneto, la Moretti deve fari i conti anche con altri esponenti del suo partito, primo fra tutti il senatore triestino Francesco Russo, che sulla questione ha detto, senza mezzi termini: “Di fronte a un progetto che prevedrebbe la fusione del Friuli Venezia Giulia con il Veneto e il Trentino Alto Adige è possibile che la specialità dei nostri territori venga messa in discussione e il baricentro decisionale spostato verso il Veneto”. Il centro destra – Più compatto il centro destra, dove l’idea non piace. La Lega Nord, attraverso Nicola Finco, fa sapere che “trentini e friulani non permetteranno mai di avere la loro stessa specialità, per cui tanto vale accorpare piuttosto le regioni piccole e spendaccione come Molise e Basilicata”. Così alla fine, a sostenere il Pd, potrebbe essere solo il Movimento 5 Stelle che da sempre crede negli Stati Uniti d’Italia e che sta pensando all’ipotesi di un Triveneto già da tempo.“Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali. Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale. I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi. Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile. Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra”. (L. Gambi, 1995, dal saggio “L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative” ) (vedi anche lo studio di Anna Treves su “Lucio Gambi e le Regioni”): Abbiamo voluto iniziare la nostra riflessione sulle “regioni da cambiare” (trasformare in macroregioni) con la parte di uno scritto del 1995 di L. Gambi (uno dei più importanti geografi del ‘900: Ravenna 1920 – Firenze 2006), per dimostrare che l’inadeguatezza e l’antistoricità dell’attuale disegno territoriale dei confini delle istituzioni italiche (non solo le regioni, ma anche i comuni, e le province che ancora in qualche modo persistono), questo disegno dei confini territoriali va necessariamente ripensato e concretamente rivisto. Regioni indicate nella Costituzione del 1948 ed effettivamente nate con grandi speranze nel 1970. Speranze subito deluse. Apparati “statuali” si sono insediati, e se l’idea di avere Istituzioni più vicine al cittadino, più attente alla spese (meno sprechi degli apparati centrali) ebbene, ciò si è dimostrato ampiamente errato. Venti piccoli stati con i loro tanti consiglieri regionali, con le prebende e gli onori (e nessun onere) a loro spettanti con burocrazie lente ed autoreferenti. Tra l’altro nella Costituzione veniva sottolineato che il vero obiettivo delle Regioni era quello di legislazione, programmazione e controllo: cosa del tutto disattesa fin dall’inizio. Le Regioni si sono “accollate” buona parte della gestione di tanti servizi, con consorzi, consigli di amministrazione, altri apparati dispendiosi messi in campo. La situazione è del tutto degenerata con la riforma del titolo V della Costituzione del 2001: lo scopo era di dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, spostando i centri di spesa e di decisione dal centro al “locale”, dove di più si poteva “toccare il problema”, avvicinandosi ai cittadini.
L’IPOTESI DELLE 12 MACROREGIONI
1- Valle D’Aosta Piemonte Liguria; 2- Regione Lombardia; 3- Regione Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige); 4- Regione Emilia Romagna (Emilia Romagna + Provincia Pesaro); 5- Regione Adriatica (Abruzzo + Province Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia); 6- Regione Appenninica (Toscana, Umbria + Provincia Viterbo), 7- Regione Sardegna, 8- Regione di Roma (Capitale Roma + Provincia di Roma), 9- Regione Tirrenica (Campania + Province Latina, Frosinone), 10- Regione Sicilia, 11- Regione del Ponente (Calabria + Provincia Potenza), 12- Regione del Levante (Puglia + Province Matera e Campobasso). Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero 3 macroregioni: 1) quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 ab. e una sup. di 97.796 kmq); 2) quella del Centro accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 ab. e una sup. di 104.993 kmq); 3) Quella del Sud dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 ab. e una sup. di 98.929 kmq) E’ così che la riforma del titolo V della costituzione ribaltava la filosofia del “potere” dello Stato nei confronti delle Regioni: si specificava quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni tutto il resto, di tutte quelle cose non nominate esplicitamente. Un’autonomia pertanto non solo della Sanità (che già c’era prima del 2001) ma in particolare della gestione finanziaria (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativa (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli). Questa riforma dalle ottime intenzioni perché federalista (com’era stato poi fin dall’inizio l’istituzione delle Regioni) è stato un disastro: il picco di spesa incontrollata è salito, la creazione di cosiddette “società partecipate” (cioè società di servizi più o meno utili in cui le Regioni hanno percentuali di partecipazione, e che paiono più modi per gestire denari e sistemare consiglieri di amministrazione…) è salito esponenzialmente. Pertanto una realtà istituzionale regionale in Italia diversificata tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale. “Le regioni così come sono non funzionano più e rischiano di rimanere schiacciate sotto una montagna di debiti” concordano adesso i presidenti di Campania, Lazio e Piemonte (da sponde politiche diverse il primo rispetto agli altri due).
La proposta di macroregioni con il ddl Morassut e Ranucci
È un movimento d’opinione bipartisan, che supera i confini del centrosinistra. Certo, non tutti quelli che reclamano una riforma pensano a un’improvvisa rivoluzione. Debora Serracchiani – presidente del Friuli Venezia Giulia e soprattutto vicesegretaria del Pd – invita le Regioni a mettere in comune alcune attività, a partire dalla sanità e dai trasporti. Quando intervenire, come intervenire? Le ricette si moltiplicano. Il progetto di legge del deputato azzurro Massimo Palmizio assomiglia a una “cura shock”: 3 regioni per lui, possono bastare. Via in un colpo anche gli statuti speciali, via soprattutto l’autonomia sancita dall’articolo 116 della Carta. Idee che si ritrovano anche nell’appello pubblico per un «nuovo regionalismo macroregionale» sottoscritto dai deputati dem Dario Ginefra, Enzo Amendola, Ernesto Carbone. A ben vedere, però, non tutti i progetti depositati dalla primavera del 2013 vanno nella stessa direzione. La ricetta di Edmondo Cirielli (FdI) prevede “matrimoni” tra Regioni, ma non esclude la possibilità di crearne di nuove. L’unico requisito è che abbiano «un minimo di un milione di abitanti». Giorgia Meloni, invece, in un’altra proposta sottoscritta con Cirielli chiede di cancellare del tutto le Province, istituendo alcune decine di Regioni nuove di zecca. Tra queste, la Padania orientale, Tanaro, Etruria, Salento, Valsesia, Ciociaria e Napoletano. In tutto, trentasei. (Tommaso Ciriaco).Proposte analoghe sono state presentate da parlamentari di Forza Italia come Paolo Russo, l’ex ministro Maria Stella Gelmini e il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta. Per costoro il numero delle Macroregioni potrebbe scendere a cinque anche se è tutto da analizzare il nodo delle Regioni a statuto speciale. Di qui la necessità di ripensare al nostro assetto istituzionale ricollegandoci a una corretta interpretazione del pensiero regionalista sturziano e alla lezione del prof Miglio che, per primo, teorizzò L’idea delle macroregioni come possibile soluzione al complesso e disorganico processo di formazione storico politica dell’unità nazionale. E’ un tema che è presente anche in Francia, dove Il primo ministro francese, Manuel Valls, ha proposto di “ridurre della metà il numero delle regioni” entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) “entro il 2021″.Le Regioni passerebbero dalle attuali 22 a 12 con un risparmio di spesa  annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Sostenitori della tesi del prof Miglio, “da anni proponiamo in Italia il passaggio dalle attuali 2 regioni a 5-6 macroregioni”. E’ di questi giorni la presentazione di un progetto di legge da parte di due deputati PD, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che prevede la riduzione delle attuali 20 regioni a dodici regioni così individuate: Regione Alpina (Piemonte-Liguria – Val d’Aosta)-Lombardia- Regione Triveneto- Regione Emilia-Romagna-Regione Appenninica- Regione Adriatica- Regione Roma Capitale- Regione Tirrenica-Regione del Levante-Regione del Ponente- Regione Sicilia-Regione Sardegna. Insomma la proposta comincia a farsi strada.
tra le varie proposte di MACROREGIONI
Nel Veneto viviamo l’ormai insostenibile condizione di terra di confine con due regioni a statuto speciale quali il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige. E’ stata l’intuizione dei democratici cristiani veneti a sviluppare agli inizi degli anni’80 l’idea di Alpe –Adria, nella concezione berniniana dell’EUROPA DELLE REGIONI, nella quale un ruolo trainante poteva e doveva essere assunto dall’area del Nord-Est o del Triveneto. Esaurita la falsa prospettiva dell’indipendenza del Veneto assai più realistica può diventare quella della costruzione della macroregione del Nord-Est o del Triveneto.  Non si tratta di togliere o ridurre l’autonomia che, seppur in maniera diversa, godono oggi il Friuli V. Giulia e  il Trentino Alto Adige, ma di spalmare su tutte e tre le regioni la stessa autonomia.  Ci soccorrono due articoli della nostra Costituzione ai quali possiamo ricorrere:Articolo 116 (vedi ultimo comma)Il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.