UNA CLINICA ECCELLENTE CONTRO L’ABORTO IN IRPINIA

(Gianluca Martone) Spesso la cronaca è caratterizzata da gravi episodi di malasanità, i quali ripropongono tristemente all’attenzione dei cittadini l’annosa questione della sanità italiana, da sempre al centro di numerose polemiche. Tuttavia, in questo caso, siamo contenti di mettere in risalto un’eccellenza campana in ambito sanitario, l’ospedale- clinica Sant’Ottone Frangipane di Ariano Irpino, in particolare il reparto di ginecologia ed ostetricia. Nei giorni scorsi, una giovane mamma sannita ha portato a termine in modo assolutamente positivo la sua terza gravidanza presso la clinica della cittadina irpina e, dopo il parto, ha voluto rilasciare la sua testimonianza in esclusiva al nostro Quotidiano, mettendo in risalto la professionalità degli operatori sanitari di questa struttura, probabilmente poco conosciuta ed apprezzata nella Regione Campania.
“Tutti gli addetti del reparto mi hanno accolto in modo straordinario come veri e propri membri di una grande famiglia”- ha cosi risposto la giovane donna-“ho potuto riscontrare una condizione ottimale sia dal punto di vista igienico- sanitario sia per quanto riguarda la salute psico-fisica della donna, la quale viene messa nelle migliori condizioni possibili per partorire. Nella sala operatoria, ove naturalmente mio marito non poteva accedere, un’infermiera mi è stata molto vicina e mi ha sostenuto molto dopo il parto cesareo, in quanto ho avuto un’emorragia. Qualche giorno fa, siamo ritornati i nuovo presso la clinica per la visita di controllo di mio figlio e abbiamo trovato ancora un ambiente straordinario e accogliente. Nella Regione Campania, ci sono strutture non considerate nel migliore dei modi, come ad esempio questa clinica, in cui ci si puo’ avvalere di servizi eccellenti, a differenza di tante altre strutture molto piu’ note, nelle quali spesso una partoriente viene trattata come un numero e non come una persona bisognosa di cure e di assistenza, senza alcun rispetto per la sua maternità e la sua inalienabile dignità. Mi auguro che la Regione Campania finanzierà maggiormente queste cliniche rispetto ad altre, le quali non offrono alcun servizio a tante donne in stato interessante. Vorrei infine far notare due aspetti molto importanti relativi a questa struttura: il fatto che alcuni anni fa l’avrebbero voluta chiudere per vari motivi e, soprattutto, NON SI PRATICANO ABORTI, A DIFFERENZA DEGLI ALTRI OSPEDALI”.
Questa splendida testimonianza fa riflettere molto, soprattutto considerando che, alcuni mesi fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un’inchiesta shock sul Cardarelli Napoli, in un interessante articolo di Antonio Crispino, che pubblico integralmente.
“Apri la porta del reparto del “Cardarelli” di Napoli e ti trovi immerso in una sorta di girone dantesco. Ascolti i lamenti che si mischiano in un corridoio che potrebbe essere quello di una città in guerra. All’orario delle visite si ammassano malati, parenti, medici e infermieri. Diventa difficile persino camminare. Mentre ci si spintona per passare, saltano davanti agli occhi le immagini di un anziano a cui stanno cambiando un catetere, nel corridoio. Accanto c’è una donna con un grosso taglio alla fronte. Una ragazza, forse la figlia, è appena arrivata. Da due buste nere estrae lenzuola e plaid. Guardando il paziente dopo capiamo perché. Non tutti hanno le coperte. Ad alcuni manca persino il cuscino. Hanno un braccio dietro la testa. Sono semplicemente appoggiati sul rivestimento nero della barella. Infermieri e medici fanno su e giù a passo svelto, chiedendo “permesso” tra la gente. Chi non ha amici o familiari vicino allunga la mano al loro passaggio chiedendo attenzione. I dottori cercano di dare una risposta a tutti, si dimenano alla men peggio. Non è possibile fare altrimenti. Se non lo vedessimo con i nostri occhi sarebbe impossibile da credere. La fila improvvisata di “posti letto” arriva fino in fondo al corridoio. Anzi, va oltre. Fuori al reparto, sul pianerottolo, davanti alle scale. Oppure davanti agli ingressi degli ascensori. Quella a cui assistiamo non è un’emergenza. E’ la quotidianità di un ospedale che conta circa 90 mila ricoveri ordinari all’anno. Dove i pazienti che arrivano al Pronto soccorso possono attendere anche cinque o sei ore prima di essere visitati. E quelli che sono classificati “codice giallo”, vale a dire di media-alta gravità, sono curati nelle condizioni che vi abbiamo descritto. Condizioni di cui tutti sono a conoscenza: personale, dirigenti, politici, sindacati, istituzioni. “Sono quasi trent’anni che lavoro come infermiere all’ospedale Antonio Cardarelli di Napoli e fin dal primo giorno di lavoro ho assistito all’emergenza barelle” ci dice un dipendente che accetta di parlarci solo a patto dell’anonimato. “Chi denuncia queste situazioni rischia il licenziamento, come se stesse screditando l’azienda sanitaria. Invece questa è semplicemente la realtà che tutti potrebbero testimoniare e a cui tutti ormai abbiamo fatto l’abitudine”. Ormai nessuno si lamenta più. “Ogni tanto c’è qualche parente che si arrabbia e sfoga con noi infermieri o con i dottori. Ma che possiamo farci? Qualche anno fa un assessore regionale alla Sanità ci fece sapere che un paziente non poteva restare in barella per più di diciotto minuti. Ma nessuno ci ha mai detto cosa bisogna fare al diciannovesimo minuto”. La sera prima di incontrare questo infermiere ci segnalano che un uomo intorno ai 50 anni è caduto dalla lettiga. “Ha riportato delle lesioni alla testa. Ci è andata bene perché se l’è cavata con escoriazioni e qualche ematoma. Non è la prima volta che succede”. Sono almeno due i casi in cui pazienti sarebbero morti in seguito a una caduta da posti letto improvvisati. I parenti denunciarono l’accaduto, la magistratura aprì inchieste, la direzione del Cardarelli anche. Ma poi i pazienti sono tornati a cadere. “Perché è praticamente impossibile prestare assistenza in queste condizioni. Sarebbe meglio metterli in strada, forse il passaggio di qualche passante risulterebbe più utile”. Quando si arriva al collasso i malati sono sistemati all’esterno del reparto. Non c’è campanello in caso di malore improvviso, bisogna aspettare che passi un infermiere a controllare. “In queste condizioni precarie diventa difficile anche somministrare la terapia. In alcuni casi mi sono trovato davanti a pazienti che dovevano assumere antibiotici alle 8,00 e invece ci è stato possibile passare solo alle 13,00. Lo so, fa rabbia ma non è colpa nostra. Anche a me è capitato di avere familiari ricoverati nel corridoio e anche io avrei voluto un assessore, un sindaco, un ministro della Salute per potergli chiedere: tu metteresti tua mamma su questa barella in mezzo al corridoio?”.
Pochi mesi fa, sconvolse la Calabria e tutto il nostro Paese la morte di una mamma, che aveva partorito due gemelli, notizia riportata dal Mattino:” La Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha aperto un’inchiesta per accertare eventuali responsabilità nella morte di una donna di 43 anni deceduta ieri sera negli «Ospedali riuniti» dopo che nei giorni scorsi aveva dato alla luce nello stesso ospedale, con parto cesareo, due gemelli. La donna, di cui non sono state rese le generalità, era stata ricoverata nel reparto di Ginecologia dei «Riuniti» il 3 giugno scorso per essere sottoposta a parto cesareo, intervento che era riuscito, tanto che la signora era stata dimessa dopo cinque giorni di degenza. Qualche giorno fa, però, i primi malesseri ed il nuovo ricovero nell’ospedale di Reggio, dove ieri sera la donna é deceduta. Il decesso della donna, secondo le prime risultanze, sarebbe stato provocato da un’imponente emorragia. L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria é stata avviata dopo la denuncia presentata dai familiari della donna, che aveva altri due figli. Il pm di turno della Procura di Reggio Calabria ha disposto l’autopsia, che dovrebbe essere effettuata nella giornata di domani. La donna, dopo che ieri era stata riportata negli «Ospedali Riuniti», era stata ricoverata nel reparto di Rianimazione, dove é sopraggiunto il decesso”.
Alcuni mesi fa, Avvenire ha riportato un gravissimo caso di malasanità avvenuto al Santobono di Napoli:” Una bimba di otto mesi, che era stata dimessa ieri dall’ospedale “Santobono”, è morta oggi a Napoli dopo che le sue condizioni si erano aggravate e i genitori la stavano riportando al presidio sanitario. Lo si apprende da fonti investigative. I familiari hanno presentato un esposto alla polizia. Aperta una inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Luigi Frunzio. La bimba era stata ricoverata per problemi respiratori lo scorso 8 febbraio. La Procura ha disposto il sequestro della documentazione sanitaria presso l’ospedale e acquisirà eventualmente la documentazione relativa a cure ricevute in precedenza a casa. Gli investigatori della polizia hanno raccolto la testimonianza della pediatra della bimba. Anche i genitori, che risiedono nel quartiere di Ponticelli, alla periferia orientale della città, saranno ascoltati nelle prossime ore. La salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria”.
Questo quadro molto desolante, che rende pertanto la clinica irpina una struttura da tutelare in ambito sanitario, è reso ancora piu’ drammatico dai rischi e dai pericoli legati alle gravidanze e resi noti sul Mattino in un articolo alcuni mesi fa:” Sono sempre più “anziane” le mamme italiane, continuano a fare pochi figli e ancora troppo spesso, 4 volte su 10, partoriscono con taglio cesareo. Ma a preoccupare è che, ancora oggi, un parto su 10 avviene in punti nascita “a rischio” e al termine di una gravidanza molto medicalizzata, dove in media ogni donna si sottopone a 5 ecografie, quando normalmente se ne consigliano solo tre. A fornire il quadro di come si nasce in Italia è il Rapporto annuale sull’evento nascita, realizzato dal Ministero della Salute, che illustra i dati rilevati nel 2013 dal flusso informativo del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP). Basato sui dati di 526 punti nascita, il rapporto mostra il continuo calo del numero medio di figli per donna, arrivato a 1,39 nel 2013, rispetto a 1,46 del 2010. Le Province Autonome di Trento e Bolzano mostrano livelli più elevati di fecondità, mentre le regioni meno prolifiche sono Sardegna, Basilicata e Molise. L’età media delle mamme italiane si avvicina sempre più ai 33 anni (32,7), e il numero delle nascite continua a calare, attestandosi a 512.327, così come cala quello dei parti, 503.272. In particolare, uno su 5 è relativo a madri di cittadinanza non italiana, ma in regioni come Emilia Romagna e Lombardia, questa percentuale arriva al 30%.. L’8,6% delle donne mette al mondo figli in punti nascita ‘a rischio’, perché effettuano meno di 500 parti annui, soglia minima, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, affinché la struttura possa essere considerata ‘sicura’. Altro aspetto che preoccupa gli esperti è la percentuale di cesarei, pari al 35,5% dei parti, ma con picchi del 53,8% nelle case di cura private contro il 33,1% degli ospedali pubblici. Interessante notare come le madri italiane vi ricorrano nel 37,3% dei parti, mentre quelle straniere solo nel 28,5%. Dal punto di vista geografico, alla Campania resta la ‘maglia nera’, con cesarei a quota 59%. A destare allarme, in un periodo in cui le prestazioni inutili sono nel mirino, sono le troppe ecografie, spesso non necessarie. In media ogni gestante ne fa oltre 5 in 9 mesi di gravidanza quando è di tre numero raccomandato dal Ministero della Salute: si va da 3,8 ecografie per parto nella Regione Piemonte a 7 ecografie nella Regione Basilicata. «I dati rilevati – si legge nel rapporto – evidenziano ancora il fenomeno dell’eccessiva medicalizzazione e del sovra-utilizzo di prestazioni diagnostiche in gravidanza», tanto più che «il numero di ecografie effettuate non appare correlato al decorso della gravidanza». Se alcune donne si controllano troppo, altre lo fanno troppo poco, in genere le più giovani. In particolare il 3,8% delle madri al di sotto dei 20 anni non fanno controlli e il 13,7 li fa tardi (con prima visita oltre l’undicesima settimana di gestazione). L’88,3% dei parti, ma con ampia variabilità regionale, avviene negli ospedali pubblici o convenzionati, l’11,7% nelle case di cura private e solo lo 0,1% a casa. L’1,66% delle gravidanze è frutto della procreazione medicalmente assistita. Infine, 9 volte su 10, al momento del parto, la donna ha accanto a sé il padre del bambino o della bambina”.
Il comportamento lodevole dei medici e degli infermieri di questo ospedale, in particolare per il rifiuto di praticare l’orrendo crimine dell’aborto, contrasta in modo drammatico con gli orrori commessi dalla clinica americana Planned Parenthood, ben documentati in un interessante del collega Tommaso Scandroglio:” Due membri pro-life del Center for Medical Progress nel luglio del 2014 hanno incontrato sotto copertura la dott.ssa Deborah Nucatola, Senior Director del servizio medico della International Planned Parenthood Federation (IPPF), la più potente organizzazione abortista al mondo con sede negli USA. L’incontro è stato filmato di nascosto (qui il video: www.lifesitenews.com) e la registrazione è stata resa pubblica in questi giorni. Nel video la Nucatola, che sovraintende al lavoro di tutti i centri della IPPF sin dal 2009, ha rivelato che la sua organizzazione vende organi e parti del corpo di feti e bambini abortiti. Questo significa che il prelievo di organi deve avvenire su feto o bambino vivo – e non si usa di certo l’anestesia – e con una età gestazionale molto matura, perché gli organi e gli arti devono essere perfettamente formati. I due membri del Center for Medical Progress si erano finti acquirenti di un centro che acquisisce tessuti fetali e la Nucatola in un pranzo di lavoro al ristorante ha spiegato loro per filo e per segno questo nuovo “servizio” della IPPF. «Molte persone cercano cuori, fegato e polmoni e molte vogliono anche gli arti inferiori – spiega la Nucatola ‒ non so cosa possono farne, io credo per i muscoli». Il Codice penale statunitense così recita: «Vendere o comprare parti del corpo umano è crimine federale» (42 US Code 274 e) e questo commercio è sanzionabile fino a 10 anni di carcere e mezzo milione di dollari. La Senior Director ha poi spiegato che, mentre mangiava insalata e beveva un calice di vino rosso, fanno estrazioni anche di organi su commissione e dunque «per questo motivo i fornitori (i medici abortisti) operano con la guida degli ultrasuoni, così sanno dove mettere il forcipe. (…) Siamo diventati molto bravi a prelevare cuore, polmoni, fegato, perché sapendo questo non schiaccio questa parte, ma schiaccio sotto, oppure schiaccio sopra, e vedo se riesco ad avere tutto, tutto intatto». Per avere la testa del bambino è preferibile indurre il parto podalico. Ma questa procedura configura il cosiddetto aborto a nascita parziale – il bambino vivo viene estratto quasi per intero dal copro della madre – pratica vietata negli States e sanzionabile con due anni di prigione e 250 mila dollari di multa. La Nucatola nel video ha poi rivelato che ogni parte del bambino può valere dai 30 ai 100 dollari. Calcolando il numero di aborti che compie ogni clinica affiliata con l’IPPF, quest’ultima potrebbe guadagnare sui 100mila dollari all’anno per clinica. Il video è ormai una realtà virale in rete. La IPPF ha risposto alle critiche dicendo che riprendere di nascosto un suo dirigente «è stato immorale» (sic) e che in realtà prelevano tessuti fetali per curare le persone. Ma tutti hanno compreso che in realtà si trattava di una scusa pietosa. L’IPP si è mostrata per quello che è. Un tritacarne di bambini. A dirlo sono i dati ufficiali: solo negli Stati Uniti, nell’anno fiscale 2014/2015, Planned Parenthood ha praticato 323.999 aborti e ricevuto 553,7 milioni di dollari in contributi pubblici, pari al 43% del miliardo e 296 milioni complessivamente a disposizione. Non solo. I numeri dell’orrore parlano anche di 931.589 kit per la contraccezione d’emergenza distribuiti, di 718 sterilizzazioni femminili effettuate e di 3.445 vasectomie maschili; le cliniche affiliate hanno prodotto profitti per 61,2 milioni di dollari, pur avendo eseguito complessivamente 123.226 screening in meno al seno, garantito 1.265 servizi prenatali in meno e pur avendo registrato un numero di utenti inferiore di circa 200 mila unità (-11%), come rivelato dall’agenzia LifeSiteNews. Nonostante ciò, la multinazionale dell’aborto si è vista contemporaneamente incrementare di quasi 25 milioni di dollari le sovvenzioni pubbliche. Consentendole di spendere 39,3 milioni in pubbliche relazioni, altri 16,7 milioni in iniziative sociali e 4,6 milioni nel restyling del marchio. Non solo: i fondi giunti ancora una volta a pioggia dallo Stato han fornito a Planned Parenthood i mezzi per rialzare la cresta, nonostante lo scandalo recentemente provocato dai video diffusi, tali da inchiodare i vertici dell’organizzazione alle proprie responsabilità per il traffico degli organi ricavati dai feti abortiti illegalmente. Eppure, Planned Parenthood annuncia di voler puntare tutto sulla promozione, di voler stringere nuove alleanze, di mirare a leggi statali sempre più complici, come quella in discussione in California: se approvata, permetterebbe anche a chi non sia medico di compiere aborti. E poi minaccia: «Siamo pronti a lottare in tribunale, ogniqualvolta l’accesso all’aborto venga posto in discussione». Specificando come l’ultima frontiera di questa autentica macchina da guerra pro-choice sia quella Lgbt, tema che ritiene collegato a quello dei diritti riproduttivi (leggasi aborto): per questo, l’azienda ha salutato con entusiasmo la decisione della Corte Suprema di considerare le “nozze” gay un «diritto costituzionale» e si è detta «orgogliosa» di fornire assistenza sanitaria a molti omosessuali, ad esempio somministrando loro, in oltre 26 centri presenti in 10 Stati americani, gli ormoni necessari per i trattamenti transgender. Son questi ad esser da loro considerati dei trionfi. “Trionfi” davvero sterili, sotto tutti i punti di vista, tali da soddisfare, al più, capricciosi ed egoistici solipsismi, privi di un’autentica apertura all’altro ed alla vita, soprattutto incapaci di amore, quello vero, e di relazioni, che non siano autoreferenziali egocentrismi”.
Pertanto, la professionalità degli addetti al lavoro di una struttura medica dovrebbe essere valutata innanzitutto considerando il fatto che questa clinica rifiuta di praticare aborti, mettendo al primo posto come Valori la Vita e non il denaro, lo sterco del demonio, come viene definito dalla Sacra Scrittura. Infatti, L’aborto è una grandissima fonte di guadagno (vedi ad esempio qui e qui). Anche per questo è ormai considerato un “diritto intoccabile”. Sulla pelle dei bambini e delle mamme, ma anche di tutti i parenti e gli amici della famiglia coinvolta, si possono lucrare lauti compensi. American Life League (ALL) ha pubblicato qualche giorno fa un rapporto in cui viene messo nero su bianco quanto si percepisce lavorando per Planned Parenthood (PP), la principale agenzia che promuove l’aborto negli Stati Uniti. La retribuzione media annuale dei dirigenti è di 186.071 dollari. L’87% di essi guadagna più di 100.000 dollari l’anno, il 37% oltre 200.000 dollari e il restante 13% supera i 300.000 dollari. La presidente, Cecile Richards, arriva a guadagnare 590.928 dollari annui. Cifre da far girare la testa…
Eppure da sempre Planned Parenthood afferma di esistere per aiutare le donne più povere e sfortunate. Fa un certo effetto però sapere che il 78% dei suoi “pazienti” percepiscono un reddito ben al di sotto del livello minimo di povertà, mentre gli stipendi dei suoi dirigenti, sommati tutti insieme, nel 2013 ammontavano a 11.536.408 mila dollari. Jim Sedlak, vice presidente di ALL ha rilevato questa strana disparità, notando peraltro che lo stipendio medio di un dirigente di Planned Parenthood è tra i più alti degli Stati Uniti. E bisogna anche tener conto del fatto che circa il 40% delle entrate dell’ente è dato dalle tasse dei contribuenti americani, siano essi pro-life o pro-choice.
Anche la presidente di ALL, Judie Brown, ha stigmatizzato l’ipocrisia di PP: un ente che dice di servire i poveri non può poi pagare stipendi enormi ai suoi dirigenti. Ma l’ideologia di fondo è chiara: l’aborto viene promosso in quanto fonte di guadagno. E non ha alcuna importanza che i soldi ottenuti grondino sangue umano… Interpellata in merito, la presidente Cecile Richards ha confermato i dati riportati, specificando che sono pubblici e che il suo stipendio è frutto di duro lavoro. Ha sottolineato poi che Planned Parenthood, in termini di costi-efficacia, è il miglior fornitore di servizi di pianificazione familiare negli USA: dunque gli introiti sono ottenuti onestamente e meritatamente. Ma la verità su cui la Richards tace sono i 58 milioni gli esseri umani uccisi dall’aborto solo negli Stati Uniti dal 1973 e il miliardo annuo di profitto che PP fattura, sempre “grazie” alle pratiche abortive promosse. Business is business”.
Questa grave situazione è divenuta evidente lo scorso mese di Aprile in un episodio drammatico e avvenuto sempre a Reggio Calabria, dove sono stati effettuati quattro aborti senza consenso, come ha riportato Avvenire:” Aborti senza consenso, lesioni irreversibili o decessi di neonati: 11 persone sono state sottoposte a misure cautelari dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria nell’ambito di persone “Mala Sanitas”, con le accuse di falso ideologico e materiale ed interruzone di gravidanza senza consenso, reati commessi nel Presidio ospedaliero “Bianchi-Melacrino-Morelli” di Reggio Calabria. Gli arresti e gli altri provvedimenti riguardano sanitari dei reparti di Ostetricia e Ginecologia, di Neonatologia e di Anestesia. In dettaglio, si tratta di 4 misure cautelari degli arresti domiciliari nei confronti di medici e di 7 misure interdittive della sospensione dell’esercizio della professione (medica e/o sanitaria) per la durata di 12 mesi a carico di 6 medici e di 1 ostetrica. Le indagini hanno permesso di accertare l’esistenza, nei reparti del Presidio ospedaliero, di un sistema di copertura illecito, condiviso dall’intero apparato sanitario, che è stato attuato in occasione di errori medici commessi nell’esecuzione dell’intervento sulle singole gestanti o pazienti per evitare di incorrere nelle conseguenti responsabilità. In particolare, gli episodi di malasanità accertati hanno riguardato il decesso (in due distinti casi) di due bimbi appena nati, le irreversibili lesioni di un altro bimbo dichiarato invalido al 100%, i traumi e le crisi epilettiche e miocloniche di una partoriente, il procurato aborto di una donna non consenziente e le lacerazioni strutturali ed endemiche di parti intime di altre pazienti. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11,00 presso il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria alla presenza del Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria Cafiero de Raho”.
Cosa fare dinanzi a questi gravi episodi? Ritrovare il coraggio della testimonianza, come l’ eroico infermiere Giorgio Celsi, grande combattente contro l’aborto da molti anni, il quale ha rilasciato in esclusiva una sua accorata testimonianza pro life sul nostro Quotidiano. Fondatore dell’Associazione “Ora et Labora in Difesa della Vita e membro del Comitato No 194, Giorgio ha affermato con coraggio:”Sono una di quelle persone che, in base al falso pietismo di chi vorrebbe imporci l’ideologia vuota e menzognera del pensiero unico totalitario, sarebbe stato meglio per me che non fossi mai nato. Infatti, essendo stato da piccolo in orfanotrofio avendo perso mia mamma ad un anno e mio papà a 6, per alcuni avrei dovuto avere chissà quale vita infelice e quindi non degna di essere vissuta. Ecco perché quando sento consigliare ad una mamma di abortire il proprio bambino per una gravidanza difficile, per problemi sociali o economici non posso che dissentire e portare la mia personale testimonianza. Perché il mio impegno a Difesa della Vita concepita? Perché penso come diceva Madre Teresa di Calcutta che “l’aborto è il più grande distruttore della pace oggi nel mondo, il più grande distruttore dell’amore”; un tributo a Satana e perché, visto l’esperienza di mia sorella che dopo due aborti volontari ora è da anni ricoverata in un centro per malati di mente (e pensare che lavorava come ragioniera in Regione), sono sempre più dell’idea che non si possa pensare di aiutare una mamma uccidendogli il frutto dell’amore che porta in grembo ma superando insieme le difficoltà”. Il coraggioso infermiere ha poi proseguito:” Che strana società è la nostra che ci invita caldamente ad aumentare i consumi per poter rilanciare l’economia e poi spende addirittura milioni di euro per sopprimere nei nostri ospedali con l’aborto e le pillole abortive i futuri consumatori. Che strana società è la nostra che sta tagliando i soldi per la sanità, per l’assistenza agli anziani e ai disabili, aumenta i ticket e le prestazioni a pagamento, mentre poi riesce sempre a trovare i soldi per gli aborti chirurgici e chimici (ricordo che un aborto costa al contribuente dai 1.800 ai 5.000 euro). Che strana società è la nostra dove un numero crescente di famiglie sono messe in seria difficoltà dal fatto che i tempi di attesa per sottoporsi a indagini diagnostiche e visite specialistiche sono sempre più lunghi (si parla anche di anni) e i ticket sempre più cari, mentre un aborto lo esegui al massimo in una settimana e in modo totalmente gratuito. Che strana società è la nostra che toglie i fondi per curare moltissime gravi malattie non ritenendole più urgenti (vedi ad esempio per la Sclerosi Multipla) mentre ritiene urgente la fecondazione eterologa (tanto da farla entrare addirittura nei LEA: Livelli Essenziali di Assistenza), che di certo non serve a curare nessuna malattia. Che strana società è la nostra che si allarma per la denatalità e gli enormi problemi che ne derivano, quando poi al posto di mettere nelle condizioni le famiglie di fare figli e di crescerli in serenità, pensa solo a far sposare le coppie Gay che i figli naturalmente non ne possono avere, ma che alcuni nostri politici vorrebbero farglieli comprare. Che strana società è la nostra dove, se una mamma uccide il suo bambino già nato è omicidio, mentre se lo uccide nel grembo è un diritto garantito in modo gratuito da una legge dello stato. Senza peraltro non considerare che il diritto alla vita non dipende dalle dimensioni o dall’essere o meno nel grembo materno, ma dall’essere vivo e che la Vita inizia dal concepimento! Che strana società è la nostra che chiama IVG=Interruzione Volontaria di Gravidanza l’omicidio di un bambino nel grembo materno tramite aborto, quando invece il verbo “interruzione “si coniuga per qualcosa che si interrompe per un certo periodo di tempo e successivamente è possibile riprendere. Ma se tu interrompi la vita di un embrione non puoi riprenderla da dove l’hai interrotta! E questo è solo un esempio di come si cambiano le parole per confondere le coscienze, come se le parole potessero cambiare la verità! Che strana società è la nostra dove un uomo per legge è escluso dal diritto di decidere della Vita di suo figlio visto che: “La richiesta di Interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna” – Articolo 12 legge 194 -, salvo però poi doverci essere quando in caso di separazione deve pagare gli alimenti. Che strana società la nostra dove una ragazzina la si ritiene matura né di votare, né di guidare la macchina fino al compimento dei 18 anni, mentre la si ritiene matura di abortire anche a 12 o 13 anni, addirittura senza doverlo dire ai propri genitori (articolo 12 legge 194), salvo poi finire ricoverate come è successo più volte per tentato suicidio in Neuropsichiatria Infantile perché appunto non hanno avuto l’aiuto dei genitori (io, lavorando in psichiatria queste cose le so bene). Che strana società è questa in cui se un aborto viene fatto al di fuori della legge, il medico che lo esegue viene perseguito per omicidio, mentre se viene fatto in un ospedale pubblico secondo la legge il “medico” (più che medico lo chiamerei Boia) viene pure pagato per eseguirlo e la cosa maligna e perversa è che nel secondo caso è addirittura lo stato che decreta la pena di morte di chi anche se ancora nel grembo materno, ha pieno diritto di cittadinanza e che anzi andrebbe protetto in modo particolare in quanto più debole e indifeso. Che strana società la nostra che da una parte spende milioni di euro per non far nascere con l’aborto bambini che ci sono già e dall’altra ne spende altrettanti per creare la vita in vitro, adesso anche con la Fecondazione Eterologa (ricordo che un ovulo costa circa 800 euro e gli spermatozoi circa 250 euro per ogni ciclo). E’ paradossale poi il fatto che le nostre tasse servano per pagare l’aborto alle donne povere e la fecondazione artificiale a quelle ricche! Che strana società è la nostra dove alcuni politicanti e alcuni pseudo medici vorrebbero far passare l’utero in affitto come un gesto nobile perché fa nascere un bambino che altrimenti non sarebbe mai nato, salvo poi essere favorevole all’aborto che non fa nascere un bambino che sarebbe certamente nato. Che strana la nostra società visto che, se troviamo su un pianeta lontano un insieme di cellule, lo chiamiamo vita, mentre se sono nel grembo materno lo chiamiamo grumo di cellule. Che strana società è la nostra da tempo giustamente impegnata ad abolire a livello internazionale la pena di morte per omicidi premeditati, per pedofilia e per stupratori salvo poi applicarla su esseri umani innocenti tramite l’aborto e l’eutanasia – vedi il caso di Eluana Englaro”: della serie “Nessuno tocchi Caino, ma si può uccidere Abele”. Che strana società la nostra che sta togliendo Dio dalle scuole, dagli ospedali, dai tribunali e dai luoghi Pubblici, salvo poi chiedersi quando succede qualche calamità; “ma Dio dov’è?” Ma quello che ancora è più strano e più grave è che la maggior parte degli italiani continuano ad accettare nell’indifferenza queste cose, senza apparentemente rendersi conto della deriva morale e valoriale della odierna società relativista. “Temo di più l’indifferenza dei buoni che la malvagità dei cattivi” diceva Pio x, infatti, c’è una cosa ancor peggiore del male, ed è l’indifferenza verso il male e il male più grande oggi è l’aborto, perché è un “abominevole Delitto” (Giovanni Paolo II) e un tributo a satana e perchè eliminando la Vita, colpisce Dio stesso che è il Padrone della Vita e la nostra stessa dignità di uomini. Martin L. King diceva: “La nostra vita comincia a finire il giorno che diventiamo silenziosi sulle cose che contano”, non possiamo quindi continuare a vivere di frigoriferi, di Grande Fratello o di partite di calcio, è ora di restare umani è ora di essere noi il cambiamento che vogliamo avvenga nel mondo, di essere noi in prima persona ad impegnarci per dare ai nostri figli un futuro migliore e degno di essere vissuto. Ma per poter far questo dobbiamo fin da ora difendere la Vita, amare la Vita, con tenerezza, con responsabilità, quella Vita che è Sacra agli occhi di Dio, quella Vita che è in ogni bambino anche se malformato o non desiderato, che è in ogni ammalato nei letti d’Ospedale anche se infermi, con piaghe o terminali, ma dobbiamo anche e soprattutto rimettere al centro di questa società che sta perdendo l’anima e la speranza, Dio Padre, che vuole che “l’uomo abbia la Vita e l’abbia in abbondanza” (Giovanni 10,10)”.
Alcuni anni fa, il grande San Pio da Pietrelcina disse:“Il giorno in cui gli uomini, spaventati dal, come si dice, boom economico, dai danni fisici o dai sacrifici economici, perderanno l’orrore dell’aborto, sarà un giorno terribile per l’umanità. Perché è proprio quello il giorno in cui dovrebbero dimostrare di averne orrore. L’aborto non è soltanto omicidio ma pure suicidio della razza umana, se con l’occhio della ragione, si vedesse“la bellezza e la gioia” della terra popolata di vecchi e spopolata di bambini: bruciata come un deserto. Se si riflettesse, allora si comprenderebbe la duplice gravità dell’aborto: con l’aborto si mutila sempre anche la vita dei genitori. Questi genitori vorrei cospargerli con le ceneri dei loro feti distrutti, per inchiodarli alle loro responsabilità e per negare ad essi la possibilità di appello alla propria ignoranza. I resti di un procurato aborto non vanno seppelliti con falsi riguardi e falsa pietà. Sarebbe un abominevole ipocrisia. Quelle ceneri vanno sbattute sulle facce di bronzo dei genitori assassini. Difendere il sopraggiungere dei bambini al mondo è sempre un atto di fede e di speranza nei nostri incontri con Dio sulla terra”.

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