SANNIO. Alife capitale delle cipolle e Bojano del peperone

(Giuseppe PACE). ALIFE-BOJANO. Alife (CE) è la capitale delle cipolle per l’intero territorio sannita dell’Alto Casertano, mentre sull’altro versante del Matese, Bojano (CB) lo è per i peperoni. Già si è scritto, altre volte in questo Qotidiano, sulle qualità delle cipolle alifane, che sono buone non solo per i buon gustai, ma che venivano utilizzate anche dai gladiatori romani. Ad Alife esiste anche la pizza omonima delle cipolle, da degustare ad esempio fuori Porta Roma. Alife è una città di quasi 8 mila residenti, in gran parte con abitazioni nelle antiche mura romane con le 4 porte che segnano il cardo (Porta Piedimonte e Porta Fiume-Volturno) e il decumano (Porta Roma e Porta Napoli). La città fu abitata, di certo, dai Sanniti dal VII sec. a. C. come testimoniano i reperti nel bel museo civico locale e nella storica fontana posta davanti all’antichissima cattedrale alifana, dedicata a San Sisto, protettore e patrono di Alife. Nel mio libro “Piedimonte e Letino tra Campania e Sannio” (in gran parte delle edicole alifane è reperibile) ho dedicato molto spazio ad Alife poiché più antica di Piedimonte d’Alife (solo dal 1974 Piedimonte Matese per errore storico dettato da becero campanilismo guidato da qualche politico locale e un certo professore proponente). Alife dunque, con la sua posizione territoriale (il territorio è il più esteso dell’Alto Casertano) appartiene ancora al Sannio e alla sua futuribile Regione Sannio con estensione del Molise a tutto il beneventano e Alto Casertano. Pare che il nuovo Sindaco d’Alife, dr. Salvatore Cirioli, sia concorde con lo scrivente, ma dobbiamo ancora presentare il libro ad Alife come promesso. Letino, mio paesetto di nascita, fino al 1945 apparteneva a Campobasso come anche Gallo Matese, Prata, Ciorlano, Fontegreca e Capriati al Volturno, poi sono comuni passati all’amministrazione casertana, che quasi nulla ha di Sannio oltre Caiazzo (CE). Molte tradizioni, il modo di fare e di pensare dei paesani e cittadini dell’ampio territorio dell’Alto Casertano (circa 100 mila residenti), hanno poco in comune con i campani e napoletani in particolare. Napoli “pigliatutto” troppo spesso influenza, negativamente, gli alto matesini, a cominciare dalla malasanità, la malavita ed un’amministrazione pubblica poco illuminante. In una futura Regione Sannio, Alife, diverebbe una tra le prime città regionali e non quasi l’ultima della immensa Campania, non più felix, purtroppo. Anche Bojano riacquisterebbe un po’ meglio il ruolo avuto dalla Storia di capitale dei Sanniti Pentri: Bovianum vetus. 2 volte ho svolto il ruolo di Sacerdote Sannita nelle Primavere Sacre e Ver Sacrum svolto a Bojano, dove sorge il fiume Biferno. Bojano è ricca di Storia, analogamente ad Alife, ma affonda ancora di più nella storia del Sannio per la posizione geostorica a nord della “montagna sacra dei Sanniti”, il Matese. Oggi Bojano registra oltre 8 mila residenti e più di 15 mila presenti soprattutto di Sabato con il mercato settimanale. La cittadina ha non poche industrie nel circondario e primeggia per la produzione di mozzarelle, vendute dappertutto, anche in Giappone come mi riferisce l’amico Anacleto Goffredo Del Pinto, cittadino onorario di Bojano e noto cultore di reperti sannitici. A Bojano erano apprezzate, sulla tavola dei Borboni, le trote, ma anche le tortanelle, i fagioli, il grano duro. Il clima d’Alife però è più mediterraneo e caldo e non quasi continentale come a Bojano (CB). Se ad Alife l’agricoltura è florida per il clima, il territorio pianeggiante ed il pedemontano matesino è ricco di oliveti e vigneti, mentre a Bojano, sul versante nord del comune Matese, il territorio è ricco, tra l’altro, di buoni peperoni, che sono stati decantati nella presentazione del libro di Michele Tanno, noto cultore e ricercatore dei prodotti autoctoni molisani e padre dell’Associazione “Arca Sannita”. Alla presentazione bojanese c’era il fior fiore degli scrittori locali, che sono molti (tra cui: F. De Socio, A. Spina, M. Campanella, O. Muccilli, O. Gentile, ecc.), accompagnati da cultori del paesaggio e come Rocco Cirino, pastori, allevatori, contadini e tanti giovani che, hanno potuto godere anche della musica del talento di Campochiaro, Francesco Scarselli, campione del Mondo di organetto. La serata, aperta dalla prefazione del coordinatore dei Borghi d’Eccellenza, leader partner del progetto Borghi della Salute, ha visto interventi mirati del Prof. Marco Tagliaferri, presidente dei Borghi della Salute, e dell’autore del libro Michele Tanno. Una platea attenta e convintamente attiva nel porre domande sollecitate dal tema della serata, ha dato il via ad un progetto che dal basso vedrà presto realizzarsi un orto sperimentale di varietà di ortaggi tipicamente bojanesi. La storia parte da San Biase per poi toccare Limosano, Lucito, Civitacampomarano, Petrella, sino ad arrivare in Puglia lungo le vie del tratturo (quello che lambisce il pedemontano matesino a nord è il tratturo Pescasseroli-Candela, utilizzato anche da mio nonno letinese). La copertina del libro suddetto, è senza dubbio, espressione poetica di tutto il racconto, di un racconto che mira all’innamoramento di un territorio unico quale il Sannio. Da qui lo sprone ai giovani e meno giovani, a donne e bambini, nel partecipare attivamente alla riscoperta delle nostre identità nel nome di un progetto Regione Sannio con Associazioni culturali già esistenti nell’alto casertano come Cuore Sannita e in Molise come “Arca Sannita”, che mirano a riscoprire la Storica Regione Sannio e a conservare il nostro BIO, per riportare in vita l’orto di una volta con le gustose cipolle d’Alife e i prelibati peperoni di Bojano. Alife vanta una tradizione millenaria legata alla cipolla, sorprendente l’iscrizione sepolcrale del I sec. d. C., rinvenuta in località Pizzone, poco lontana dal Volturno, dove viene citata una Ceparia archene. Il nome caeparia deriva da caepa, cipolla, perciò caeparius era il venditore di cipolle. Questo particolare ortaggio veniva usato dai Romani come medicamento. Passando per il Medioevo ed arrivando fino al secolo scorso la cipolla ha sempre fatto parte dell’economia alifana, maggiori riconoscimenti sono arrivati proprio in questo periodo, nel 1939 il sig. Sasso Luigi fu vincitore di un “diploma con medaglia”, per la bontà delle cipolle inviate alla Fiera Campionaria Internazionale di Milano. Le bibliche emigrazioni alifane verso le Americhe e l’italiano “miracolo economico” (1953-73) fecero regredire la coltivazione della cipolla alifana fino alla quasi scomparsa. Da circa un decennio si è ricominciato a coltivare con interesse questo ortaggio negli orti alifani un tempo solo nel perimetro urbano, poi con gli anni espansi anche fuori delle mura romane. Importante da ricordare che i cannavinari del Sannio Alifano producono anche i semi della cipolla. La cipolla alifana si differenzia dalle altre per il suo equilibrato carattere organolettico: sapida, callosa, dolce e dunque non pungente. Essa è apprezzata da ristoratori di alta gastronomia e ristoranti italiani che l’hanno inserita nei loro menù. Tutto questo ed altro è scritto nel libro “Conversando sulla cipolla in Alife” del dr. Rosario Di Lello. Il libro è ricco di informazioni sulla cipolla e sulla sua storia, è principalmente dedicato agli Alifani e alla storia plurimillenaria dell’antica Città di Alife. L’alifana Banca Capasso-la stessa che ha, in parte, finanziato il mio libro sopracitato- è finanziatrice della pubblicazione e si augura che possa essere una guida per una platea di giovani studenti meritevoli e privi di mezzi, pure aiutati, con borse di studio, dal mecenatismo della Banca Capasso. Il libro di Rosario Di Lello, ricco di tante informazioni sulla cipolla e sulla sua storia, è principalmente dedicato ad Alife e alla storia plurimillenaria. Essa è spesso oggetto di studio dell’alifano doc prof. di Lettere, Giovanni Guadagno, che però, per “deformazione” professionale induce solo la ricerca storica “sepolta” o del passato. Ma è Rosario Di Lello che eccelle nelle relazioni tra storia e realtà attuale locale in tante delle sue apprezzate pubblicazioni come “le Focarelle di Pietraroja”, donatemi quasi calde di stampa, anni fa quando era medico ospedaliero a Piedimonte d’Alife, pardon Matese. Come Di Lello, ricorda nella premessa, riportando un brano tratto da un articolo di A. Cornelio, comparso sull’Annuario del Medio Volturno nell’anno 2005, “è la storia di un paese di persone semplici e oneste, dolci e aspre come l’ortaggio che li rappresenta e che continua a dare il meglio di sé in cucina”. Il libro di Di Lello può senz’altro definirsi come uno dei trattati più completi sulla storia di questa particolare ortaggio e spazia dall’uso che ne facevano i Greci all’utilizzo medicamentoso dei Romani, suggerito tra l’altro da illustri autori quali Celso e Plinio. Di Lello non tralascia il ricco Medioevo alifano, dove l’orto e la relativa produzione di ortaggi, tra cui la cipolla, non fu più un semplice complemento dell’agricoltura bensì divenne un’attività essenziale prima e dopo della folle distruzione saracena. Si impose sia l’orto chiuso, che circondava l‘abitazione del contadino e che soddisfaceva la domanda domestica oltre che quella di mercato, sia il piccolo fazzoletto di terra dal quale il contadino ricavava, un modesto raccolto per la famiglia. Viene poi l’Età Moderna, ricca di maggiori e più particolari notizie. L’autore ha riportato, tra l’altro, un breve brano tratto da testi risalenti all’inizio del XVI secolo, scritto in volgare, dove gli alifani chiedevano al feudatario che “il corso d’acqua che andava per mezzo l’abitato di Alife dovesse essere pulito tre volte l’anno da quei cannavinari i quali si servivano di detta acqua e così di tutte le altre acque che scorrevano verso la detta città di Alife”. Di quei canali, un tempo tanto diffusi all’interno delle mura, e che utilizzavano le acque del Torano per irrigare il fertile terreno dei tantissimi cittadini, oramai ne rimangono ben pochi. Ne sopravvive qualcuno in via San Pietro e un altro nel giardino della Banca Capasso. L’autore annota che nel XIX secolo nella piana di Alife lo stato dell’orticoltura non era “abietto” e perché non vi mancava l’acqua, rifornita dai due rami del Torano, e perché “gente di luoghi anche lontani” vi si recava a coltivare i suoi campi. Da alcuni dati statistici dell’epoca – riferiti al 1856 – in Alife su 2.902 abitanti vi si contavano ben 1.000 contadini, quasi il 40% della popolazione, mentre nella vicina Piedimonte d’Alife su 8.441 abitanti soltanto il 23% era rappresentato dal ceto contadino. Sul finire del secolo la nascita di Società di Mutuo Soccorso, Casse di Risparmio e Banche diede un notevole impulso all’agricoltura. Gli inizi del nuovo secolo furono caratterizzati da tantissimi alifani che presero la via del Nuovo Mondo. Nonostante tutto la popolazione di Alife crebbe notevolmente. Nel 1927, annotava il Finelli, Alife contava 4.773 abitanti, con un incremento del 60% rispetto a metà del secolo precedente. A cavallo degli anni ’20 e ’30 furono bonificate le zone di San Simeone e Boscarello, da parte di coloni giunti soprattutto dal Veneto. Nel 1927 fu costituito a Piedimonte Matese il Consorzio di Bonifica con l’intento di provvedere alla completa irrigazione dell’agro Alifano. In quest’epoca, precisamente nel 1912, come ricorda Rosario di Lello, fu fondata da alcuni giovani alifani il Credito Agrario Sannita di Antonio Capasso & Zazzarino snc, con la mission di venire incontro alle esigenze degli agricoltori Alifani. La Società nel 1925 venne trasformata in ditta individuale con il nome di Banca Capasso Antonio curano con profondo amore. L’odierna crisi, economica e sociale, iniziata nel 2008, ha rimesso in gioco la terra, le coltivazioni biologiche, la produzione a chilometro zero, i cibi genuini con i sapori d’antico. Qualcuno ha iniziato a coltivare di nuovo gli orti, a ricercare i semi perduti della cipolla alifana, per farla rinascere e con essa gli opulenti orti alifani. Alife dovrebbe organizzare presentazione di progetti di valorizzazione dei suoi prodotti agricoli come le più note cipolle alifane, della sua ricca storia sannitica, romana e medievale. Fare assaporare agli invitati la saggezza del passato anche attraverso la degustazione di pane, olio, vino e cipolle. In questa grave crisi economica nazionale, rilanciare i prodotti d’eccellenza dell’agricoltura locale connessi alla storia di Bojano e d’Alife, costituirebbe un forte volano ed un buon incubatoio di idee progettuali, necessarie per frenare l’esodo dei giovani e l’abbandono dell’agricoltura. L’aggregazione è da sviluppare guidandola culturalmente e politicamente perché fonte di ricostruzione di un assetto sociale non sempre edificante (letto spesso dalle cronache di decadentismo marcato), e poco attento a fare cultura nei luoghi di incontro come i ristoranti, i bar, gli agriturismi. Sull’antica varietà delle cipolle d’Alife si racconta che già i gladiatori romani ne andassero ghiotti e che la utilizzassero anche per strofinarsi il corpo al fine di rassodare i muscoli. Probabilmente la scuola gladiatoria di Capua utilizzava le cipolle alifane e lo stesso Spartaco ne avrà apprezzato le qualità, che forse gli hanno dato anche la forza di organizzare la famosa rivolta a Roma, poi sedata con la forza delle legioni di Silla, lo stesso che domò il nostro Sannio con l’importante città di Alife, prima della definitiva sottomissione del 290 a.C., mentre nel 321 subì la cocente sconfitta delle note Forche Caudine a Cusano Mutri (BN), come scrisse lo storico padovano Tito Livio. L’Associazione culturale Cuore Sannita, cura molto la ricerca sul territorio del vasto Sannio ed in particolare lo fa con passione ammirevole l’Avv. Antonio Fattore, insieme a Giuseppe D’Abbraccio, Presidente, entrambi lettori del mio libro dedicato al futuro di questi territori nella Regione Sannio.