La regionalizzazione della scuola in Veneto è frenata dalla Lega

(Giuseppe Pace, Delegato Veneto del Partito Pensionati per il decentramento scolastico). Dopo la polemica del “Meridionalismo Piagnone” contro il Ministro leghista del Miur, che nelle scuole napoletane ha promesso ”lacrime e sangue”, M. Busetti, fa retromarcia e dichiara in tre interrogazioni parlamentari: “Non esiste una scuola del Sud o del Nord. Quando parlavo di impegno maggiore, nel corso di una mia recente visita, non mi riferivo a coloro che lavorano nella scuola del meridione. Durante la mia esperienza nella scuola, anche come dirigente scolastico, ho potuto apprezzare le doti e le capacità del personale meridionale. Non ho nulla di cui scusarmi per quello che per me è stato un equivoco”. Poi passa ad un’autodifesa del suo operato ministeriale e ai molti fondi sbloccati per le scuole, del Sud in particolare. Dunque il lombardo ministro leghista del Miur, Marco Busetti, ha timore di procedere alla regionalizzazione della scuola, tradendo il contratto sottoscritto con gli elettori e con i grillini del cerchio magico governativo di cui fa parte. Forse Busetti non legge bene le statistiche Ocse-Pisa che assegna punteggi di qualità scolastica molto differenziati tra Sud e Nord Italia: dunque la scuola è già differenziata e regionalizzata di fatto. Nessuno, della Lega, lo avverte di non dire bufale, oppure sanno che lo fa per difendersi soltanto? La Lega perderà consensi in Veneto o prenderà corpo il Settentrionalismo Piagnone: è colpa del Sud se non possiamo riformare la scuola e le altre 22 materie regionalizzabili. Nel 2015-16 il Veneto aveva perso 1607 studenti, 2889 nel 2016-17, 4662 nell’anno in corso e oltre 6000 il prossimo, per complessivi 15.774 studenti in meno. Ci sono regioni che, invece, continuano a incrementare i contingenti di studenti ed è il caso di Piemonte, Lombardia, Lazio, Toscana ed Emilia Romagna. Tutte con segni negativi le regioni del Mezzogiorno. Fino a metà degli anni Sessanta la scuola funzionava meglio di adesso: era una scuola che istruiva meglio, formava l’alunno più critico ed equilibrato, il cittadino più consapevole anche dei doveri, la persona solidale, una scuola dalla quale uscivano studenti più preparati, capaci di affrontare la vita e soprattutto capaci di camminare con le proprie gambe. Allora il ministero della Pubblica istruzione era ritenuto importante e strategico e si nominavano personaggi illustri alla sua guida: da Moro a Spadolini, da Gerardo Bianco a Sergio Mattarella a Oscar Luigi Scalfaro, mentre oggi si preferiscono personalità, meno “clamorosi”, più legati allo schieramento, o al capo corrente, che all’idea di cultura e di istruzione. Ora la scuola è cambiata in peggio: i docenti non sono più rispettati, gli alunni spesso sono maleducati, i rapporti con le famiglie sono difficili, i dirigenti scolastici, in virtù del presunto potere affidato loro dall’autonomia scolastica e dalla legge della “Buona Scuola”. I docenti sono costretti, spesso, a nascondersi, perché hanno “paura” dell’efficacia sanzionatoria dei dirigenti, che si trincera dietro le leggi, le norme, i cavilli burocratici. Il clima all’interno della scuola appare “avvelenato” dai rapporti tra i docenti e i dirigenti scolastici, anche a causa della Legge n.107/2015 che ha dato ampi poteri a questi ultimi. Ciò è tipico di una filosofia statalista: la destra e la sinistra somigliano per l’osannare il loro Stato padrone. Il conflitto che si vive tra le mura scolastiche in cui il dirigente utilizza il suo potere per far sentire la sua autorità non è noto fuori nella società e la scuola come diceva un cantante e prof. di Filosofia, di sinistra:”è come un fortino in mezzo al deserto, dove può succedere di tutto, nessuno lo sa e non interviene”. Il Dirigente scolastico non è più colui che una volta si occupava anche della didattica (come in molti altri Paesi, li ho visti insegnando all’estero), si interessava degli alunni, si preoccupava del loro andamento didattico disciplinare. Ora questa figura professionale è stata “burocratizzata”. Il Dirigente oggi è un “passacarte” (e spesso scrive centinaia di circolari interne chiosando quelle ministeriali), che rappresenta il vertice dell’Istituzione scolastica non preoccupandosi del lavoro dei docenti, ma solo che la scuola funzioni bene. Non esiste più quel senso di umanità che un tempo c’era tra il Preside e il Docente: tutto è stato inghiottito dalla legislazione sterile e fredda che, a sua volta, ha isterilito anche il rapporto tra Dirigente e Docente. Pochi si preoccupano dell’eccesso di statalismo insito nel sistema d’istruzione italiano, avvertito meglio al settentrione che non al meridione. Da tempo si parla di differenziare lo stipendio dei docenti non solo in funzione dell’età o anni di servizio come oggi. Nella scuola è giunto il tempo anche di cominciare a far scegliere all’utenza il Docente e non accettare quello che passa il “Convento laicista”. Di fatto e con molte parole i conservatori si oppongono alla regionalizzazione della scuola. Essi si trincerano su posizioni di stato quo dell’esistente statalismo nell’istruzione, che pone l’Italia a posti terminali nella graduatoria Ocse.. Cosa dicono i molti conservatori scolastici:”Se sono vere le cose che si fanno circolare sulla regionalizzazione dell’istruzione, dei contratti collettivi di lavoro, della mobilità, dei concorsi, dei ruoli e degli stipendi del personale con conseguente negazione dell’universalità del diritto all’istruzione, la parola non può che passare alla mobilitazione e ad ogni forma democratica di lotta per fermare questa deriva autoritaria, negatrice dei diritti della persona e disgregatrice dell’unità nazionale”. Loro solo tengono salda l’unità nazionali, noi regionalisti siamo, invece, per disgregarla? Il solito teorema che da 70 anni viene recitato a memoria: sei con noi sei democratico, altrimenti sei antidemocratico! I Meridionalisti piagnoni e il Pd e Sindacato meridionale sostengono che ”I diritti dello stato sociale, sanciti nella Costituzione in materia di sanità, istruzione, lavoro, ambiente, salute, assistenza, vanno garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale”. Intanto il Governatore del Veneto, Luca Zaia, dapprima era partito deciso per la richiesta di federalismo sulle 23 materie previste, scuola compresa, poi pare che abbia fatto marcia indietro insieme alla ministra, Erika Stefani, assecondando Salvini, che deve accontentare Di Maio-Conte che vogliono parlare, non ora, d’autonomia. A molti del Veneto, Zaia appare, oggi, pronto a prendere anche molto meno di quanto 2,4 milioni di suoi elettori, al suo referendum sull’autonomia, hanno delegato di prendere: tutte e 23 le materie previste. Ma Zaia, forse consigliato male, si limita a chiedere la regionalizzazione dei Dirigenti Scolastici e, a scelta, quella del docenti di ruolo senza incidere strutturalmente sul sistema scolastico statale e statalizzante, poco efficiente e poco rispondente alla società ed economia veneta. Quest’anno sono calate le iscrizioni negli ITIS, mentre prima i giovani in Veneto li privilegiava anche rispetto ai licei scientifici. Da tempo oltre il 15% in Veneto sceglieva la scuola non statale che adesso abbandona per le rette alte a causa della crisi in atto e con gli aumentati costi di gestione scolastica. L’autonomia regionale voluta da Zaia più che da Maroni (che comincia a vedere, nel Nord, la fine della crescita dei consensi alla Lega) ed altri Governatori settentrionali, non deve limitarsi ad ingolfare i ben retribuiti dipendenti regionali come la richiesta veneta di regionalizzare i dirigenti scolastici, e i professori di ruolo a piacere. Anche se dalla seduta del Consiglio dei ministri giallo-verdi è uscita una fumata grigia di pareggio, si chiede ora un anno di ripensamento sull’autonomia regionale. Ma la Lega esiste ancora per gli elettori in Veneto, forse ha ragione Maroni, ne sta finendo l’apogeo come successe per la D.C. in Veneto. Nel corso del Consiglio naz. conclusosi a Bologna da poco tempo l’Andis (Associazione nazionale dirigenti scolastici) ha approvato un ampio documento finalizzato anche a definire temi e obiettivi di cui le forze politiche dovrebbero tenere conto in occasione delle prossime elezioni europee. l’istituzione di Centri di servizio amministrativi per lo svolgimento di pratiche di natura meramente amministrativa. Gli indicatori della crisi del sistema scolastico. Che il nostro sistema scolastico stia attraversando da anni una crisi di difficile soluzione – sostiene l’Andis – è ormai un dato di fatto. Sono almeno 4 gli indicatori di tale crisi: gli elevati tassi di dispersione scolastica, il disallineamento tra richieste del mondo del lavoro e offerta formativa, l’analfabetismo funzionale e il divario nord/sud e centro/periferia. Fa piacere sentirli ammettere che vogliono essere sollevati dal peso degli appalti scolastici delegando uno o più centri regionali amministrativi. Fino a ieri circa 9 presidi sono stati tentati di brutto quando dovevano contattare le ditte per spendere a scuola!

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