Napoli. “Anche io partecipai ad un concorso universitario”

“di Giuseppe Pace, prof. in pensione). Anni fa partecipai anch’io ad un concorso per docente universitario di Geografia Fisica. Feci domanda all’Università di Napoli poiché là c’era il coordinatore più anziano, ma, mi risulta, che le mie pubblicazione non vennero nemmeno lette e così quelle degli altri concorrenti. Da quando potei appurare dopo l’espletamento concorsuale, più di due anni circa, la commissione d’esame si limitò a scremare leggendo solo la lista dei titoli e pubblicazioni, valutando quest’ultime in base al tipo di mass media su cui erano pubblicate. Le mie pubblicazioni di riviste di camere di commercio ipotizzo fondatamente che ebbero un valore effimero se non nullo. Dunque una prima inconcruenza: “vale più l’abito che il monaco”. Se ciò continua nel reclutamento dei docenti universitari, ancora oggi, non è bene perché non a tutti è facile permeare le cortine fumogene di riviste specializzate che danno alti punteggi per i concorsi universitari. Si sarebbero dovuti considerare e valutare anche gli esami sostenuti nella disciplina specifica ed affini. Nel mio caso avevo sostenuto Vulcanologia con 28/30, dove svolsi anche la tesi, Geografia Fisica con 27/30, Geologia con 27/30, Geografia Generale con 25/30, ecc.. In quegli anni era sorta anche ad Isernia una prima facoltà universitaria ed un giorno mentre aspettavo che aprisse la biblioteca provinciale, osservai uscire dalla porta accanto 4 studentesse universitarie che ottennero tutte 30/30 all’esame di geologia. Lascio al lettore la deduzione. L’Università Fedrico II di Napoli che frequentai, a fine anni Sessanta ed inizio anni Settanta, risulta essere la più antica università statale o laica del mondo, sec. XIII, Bologna e Padova la seguono, per il carattere laico, sia pure entrambe aperte un pò prima di Napoli. Federico II, persona colta e plurilingue, volle a Napoli l’Università: prima di ogni altra parte del suo vasto impero. Il papato lo avversò, sbagliando poiché frenò l’evoluzione culturale europea. La gemmazione di Università statuarie ed antichissime, come la “Federico II” di Napoli, non ha, di certo, prodotto un miglioramento di qualità, anzi si potrebbe dedurre che lo ha peggiorato e i laureati di università piccole non eccellono affatto anche per il più possibile arrivo in organico di docenti raccomandati. Ciò non significa che dall’Università di Napoli o altrove non ci siano laureati eccellenti, ma la media è bassa, più bassa del settentrione e al pari di Bucarest e ciò è causato anche dai concorsi truccati nel reclutamento dei docenti come la cronaca periodicamente, ma puntualmente, registra ed informa i cittadini. Insieme alle notizie di denunce per concorsi truccati all’università giunge anche puntuale la classifica sulle università più prestigiose, la Qs Ranking fa registrare per il 2019 una sensibile avanzata degli atenei italiani. Tutti, ma non quelli del Mezzogiorno. E la Campania, non più felix da troppo tempo, ancora una volta, arretra sul piano della formazione accademica per non dire anche sul piano del tessuto economico e sociale con la camorra, che invade il territorio e lo controlla più di prima nonostante continue retate della polizia, dei non pochi pentiti ed efferati attentati in pieno centro. Prima della denuncia recentissima del ricercatore di Catania escluso dal concorso universitario truccato, se ne ricorda un altro inglese che denunciò a Firenze analogo meccanismo. Ma leggiamo la cronaca dai media dei Concorsi truccati con la testimonianza: “Io escluso dallʼuniversità perché fuori dal giro dei prof e isolato perché denunciai”. Il ricercatore Giambattista Scirè racconta a Tgcom24 le ingiustizie subite nellʼateneo catanese e la sua battaglia contro lo strapotere dei “baroni” e lʼomertà delle altre vittime” L’inchiesta “Università bandita” ha sollevato il velo su 27 concorsi presunti “truccati” e su altre 97 procedure concorsuali poco chiare. Dalla sospensione del rettore di Catania e di 9 professori, lo scandalo si è allargato agli atenei di Bologna, Cagliari, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. Quaranta i docenti indagati nel capoluogo etneo e 20 in altre università. Inevitabili le polemiche sul sistema dei baroni che avrebbero ancora il potere di stabilire incarichi e carriere accademiche, privilegiando familiari e amici. A raccontare a Tgcom24 quello che succede nella facoltà d’Italia è G. Scirè, ricercatore e portavoce dell’associazione non profit “Trasparenza e Merito. L’Università che vogliamo”, che ha vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia di un sistema che non premia il talento e ha testimoniato nell’inchiesta aperta dalla Procura catanese. Philip Laroma Jezzi, invece, fornì alla Finanza le intercettazioni con un noto ex professore dellʼateneo di Firenze facendo scattare le indagini sul caso dei concorsi truccati. P. Laroma Jezzi è il ricercatore dell’Università di Firenze che, con la sua denuncia, ha fatto scattare le indagini sui concorsi truccati che portò all’arresto di 7 professori (59 furono gli indagati). Il 49enne riuscì a incastrare i baroni utilizzando le intercettazioni, consegnate poi alla Finanza. Gli hanno chiesto di ritirarsi da un concorso per diventare professore spiegandogli “come funzionavano le cose” ma ha rifiutato e poi denunciato. “Non è che tu non sei idoneo, è che non rientri nel patto del mutuando”, sono le parole di Pasquale Russo, professore ordinario di diritto tributario alla facoltà di Giurisprudenza a Firenze, registrate di nascosto col cellulare da Philip Laroma Jezzi. Il ricercatore nato in Inghilterra si è opposto alla strada segnata per lui e per tanti suoi colleghi dai professori della sua materia. Non solo ha registrato due conversazioni fondamentali, ha anche tenuto costantemente informati procura e Guardia di Finanza su quello che avviene all’università, su bandi e concorsi. La ricostruzione dei fatti -Il 22 novembre del 2012, Laroma Jezzi presenta la domanda per l’abilitazione sia a professore associato che ordinario. Quattro mesi più tardi, Pasquale Russo lo chiama invitandolo nel suo studio. L’ex professore, pur conoscendo le doti del ricercatore, cerca di convincerlo a ritirarsi dalla corsa dell’abilitazione, perché i vincitori sono già stati decisi e far passare lui potrebbe metterli in difficoltà quando ci saranno i concorsi. Laroma Jezzi, per nulla convinto della proposta, minaccia di fare un esposto e Russo risponde: “Come si fa ad accettare una cosa simile? Tu non puoi non accettare. Che fai, ricorso? Però così ti giochi la carriera. Qui non siamo sul piano del merito Philip. Smetti di fare l’inglese e fai l’italiano”. “E’ stata fatta una lista e tu non ci sei”, ha ribadito l’ex professore. Laroma Jezzi non ritira la domanda e a dicembre 2013 viene regolarmente bocciato. Fa ricorso al Tar e vince. Ora è abilitato come associato. La seconda registrazione -Il ricercatore fornisce agli inquirenti anche una seconda registrazione del gennaio 2014. Oltre a Russo, in questo caso, è presente anche Guglielmo Fransoni, uno dei commissari che l’hanno bocciato. I due spiegano a Laroma Jezzi che un professore fiorentino, Roberto Cordeiro Guerra, è contro di lui perché vuole fargli passare avanti un suo discepolo a una nuova selezione. “Io non ho capito la tua scelta di restare dopo che ti era stato dato il messaggio di ritirarti – ha detto Fransoni – cioè se uno ti dà il messaggio il motivo c’era, una consapevolezza di com’era orientata la commissione”. Che comportamenti “mafiosi” vi sono nello Stato ai livelli di responsabilità universitaria? In che Italia siamo? L’Italia è quarta in Europa e settima al mondo. 18 atenei italiani inoltre sono stati classificati tra i primi 100 per 36 distinte discipline. In una sola di queste discipline siamo primi al mondo. I campioni degli studi classici infatti si laureano alla Sapienza di Roma, unica università italiana medaglia d’oro in «Studi Classici e Storia Antica». Un ambito molto specifico, che posiziona l’ateneo pubblico italiano davanti all’Università di Oxford e a quella di Cambridge, alla Sorbona di Parigi e alla mitica Harvard. La Sapienza è la star mondiale delle Antichità, Politecnico di Milano tra i primi dieci in Design, L’Università di Padova scala 15 posizioni nella classifica mondiale degli atenei, mentre Napoli e Salerno prime in Campania soltanto. Sono stati pubblicati i risultati della prima edizione dello University Impact Rankings, la nuova classifica elaborata dalla testata internazionale Times Higher Education (THE) con l’obiettivo di evidenziare come il settore dell’Alta Formazione e Ricerca si stia approcciando verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU. L’Università di Padova è decisamente protagonista. Il ranking vuole dare una rappresentazione di come il lavoro delle università influisca sulla comunità, con riferimento ad attività che vanno oltre i primari compiti degli atenei della didattica e della ricerca e che sono riconducibili a un più generale contributo di trasferimento di conoscenza e innovazione nei confronti della società. Attività che vengono oggi più comunemente ricondotte sotto l’espressione “Terza Missione” e che THE ha inteso valutare nella cornice degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU (SDGs). Entrando nel merito della classifica il nostrano Mezzogiorno sfigura, come al solito purtroppo. Eppure per chi vive in un raggio di 180 km da Napoli sembra che di migliori università sia difficile trovarle. Idem appare per Padova. Ciò è un esempio dell’eccesso di provincialismo tutto italiano. Da tempo vado scrivendo che l’Italia sfigura su molti aspetti della sua società odierna ad iniziare dalle scuole mal funzionanti. Gli unici atenei presenti oltre il 101esimo posto sono la Federico II di Napoli e l’Università di Salerno. La classifica di Qs riguarda 1.200 università in 78 Paesi ed è compilata ascoltando l’opinione di 83 mila accademici e 42 mila datori di lavoro. Quattro sono i parametri considerati: reputazione accademica, reputazione del datore di lavoro, citazioni per pubblicazione e Indice H (l’impatto di una ricerca). Cresce il Politecnico di Milano: tra i migliori dieci in tre discipline: sesto in Arte & Design (perde una posizione), settimo in Ingegneria civile (ne guadagna due) e settimo in Ingegneria meccanica (avanza di dieci). In Architettura è undicesimo. L’Università di Bologna è la seconda italiana rappresentata in classifica e il migliore degli atenei nazionali in quattro materie: Arte e studi umanistici, Lingue moderne, Scienze agro-forestali e Odontoiatria. Il terzo campione nazionale è l’Università di Padova, trentaseiesima al mondo in Anatomia (perde, tuttavia, undici posizioni nel confronto mondiale). La privata Bocconi di Milano è ottava al mondo per Business & Management (+2), sedicesima in Economia e diciottesima in Finanza (+11). La città di Milano ha sette università classificate, Roma quattro, Pisa tre. La Statale è la migliore delle italiane in Farmacia e Veterinaria, lo European University Institute, Istituto presente nella Badia di San Domenico a Fiesole e finanziato dall’Unione europea, primeggia in Italia in Scienze politiche e Sociologia. Per un cambio di metodo di calcolo, sono uscite dal ranking il Conservatorio di Roma Santa Cecilia e l’Accademia di Belle Arti (sempre a Roma). Il Politecnico di Torino entra per la prima volta nella classifica di Ingegneria Mineraria, posizionandosi al 24esimo posto. In Campania gli unici due atenei menzionati nella classifica generale sono la Federico II di Napoli e l’Università degli studi di Salerno. Quest’ultima compare unicamente per i corsi di Informatica nella fascia che va dal 451 al 500esimo posto. Napoli sale di graduatoria quando si parla della facoltà di Architettura (151/200), Archeologia (101/150), Ingegneria meccatica e aereonautica (101/150), Ingegneria chimica (151/200) ed Elettronica (151/200). E sempre la Federico II di Napoli compare nel ranking delle facoltà di Medicina (201/250) e Scienze Biologiche (301/350). L’Università di Padova,invece, è tra i top 20 atenei al mondo per sostenibilità „L’ateneo patavino è 16esimo al mondo nel nuovo ranking elaborato da Times Higher Education, volto a misurare l’impatto sulla società delle università, sulla base degli sforzi fatti da quest’ultime verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU“. L’agenzia QS elabora il proprio ranking, in cui rientrano le migliori 1.000 tra le oltre 18.000 università nel mondo, sulla base di 6 macro-indicatori: La reputazione accademica, che valuta il riconoscimento di un ateneo nella comunità scientifica internazionale; La reputazione presso i datori di lavoro, che considera la qualità dei laureati usciti dalle varie università; Le citazioni che misurano l’impatto della produzione scientifica;Il rapporto docenti-studenti come misura della qualità della didattica; Il grado di internazionalizzazione del corpo docente. Il grado di internazionalizzazione degli studenti. „Il professor G. Vidotto, coordinatore della commissione ranking e bilancio sociale, commenta: «Questo eccellente risultato premia gli importanti sforzi compiuti dall’Ateneo nelle diverse aree dello sviluppo sostenibile, nella consapevolezza che è compito anche dell’Università contribuire alla creazione di nuovi modelli di sviluppo sociale, culturale, scientifico-tecnologico ed economico. Un impegno che l’Ateneo ha fatto proprio con l’avvio del progetto “UniPadova Sostenibile” e la redazione della “Carta degli impegni di sostenibilità 2018 – 2022” che recepisce l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, mettendo a sistema politiche e attività già in essere nei diversi ambiti della sostenibilità e promuovendo al proprio interno, a tutti i livelli e in tutti i contesti, il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità da essa dettati, in un’ottica di inclusione e valorizzazione delle differenze».“Un risultato storico: l’Università di Padova tra i top 20 atenei al mondo per sostenibilità „L’Università di Padova si è piazzata 16a a livello globale nell’Impact Ranking complessivo, elaborato sulla base dei risultati ottenuti con riferimento all’obiettivo 17 dell’ONU (“modalità di attuazione e partnership per il perseguimento degli SDG”), considerato come prerequisito indispensabile per la partecipazione al ranking, e dei migliori tre risultati ottenuti con riferimento agli altri SDG. In questo senso, l’Ateneo Patavino è risultato il 7° al mondo verso il perseguimento del quarto obiettivo ONU (“Istruzione di Qualità”), volto a fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva e a garantire opportunità di apprendimento per tutti. Sul risultato ha influito in particolare la capacità dell’Ateneo di attrarre studenti senza precedenti laureati in famiglia (“first generation students”), forte dello spirito inclusivo che da sempre lo caratterizza e che, più in generale, contraddistingue l’intero sistema italiano dell’Alta Formazione. Un altro eccellente risultato è stato ottenuto con riferimento al quinto obiettivo ONU (“Parità di Genere”), che mira a superare la disuguaglianza di genere, ritenuta uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile, alla crescita economica e alla riduzione della povertà. Verso questo obiettivo l’Università di Padova si è posizionata 13a al mondo, forte delle azioni intraprese in tale ambito negli ultimi anni, tra cui l’istituzione di un prorettorato alle relazioni culturali, sociali e di genere, la redazione del Bilancio di Genere e lo sviluppo di progetti e iniziative volti a sostenere le pari opportunità tra uomini e donne in tutte le sfere della vita accademica: dalla popolazione studentesca al personale docente e tecnico amministrativo, ai rapporti con la società. Un ottimo risultato è stato ottenuto anche nell’ambito del terzo obiettivo ONU (“Salute e Benessere”), dove l’Università di Padova si è piazzata al 37° posto mondiale, grazie all’impegno profuso a favore della salute pubblica. L’Ateneo è risultato, infine, tra i primi 50 al mondo anche per l’obiettivo 9 (“Industria, innovazione e infrastrutture”) volto a favorire investimenti in infrastrutture sostenibili e nella ricerca scientifica per una maggiore adozione di tecnologie pulite e rispettose dell’ambiente. L’Italia è piena d’eccellenze, quasi in tutti i settori e domini culturali, ma la media della qualità del suo sistema d’istruzione è basso. Basso è il numero di laureati e quei pochi emigrano per un ascensore sociale bloccato dalla mancanza di meritocrazia. Il Sud poi è destinato a soccombere nella competizione internazionale come anche le sue scuole ed università se qualcuno e qualcosa non inverta la tendenza. Credo che lo Stato, gravido di burocrazia e di scaricabarile delle responsabilità, non sia capace di intercettare e governare il bisogno nuovo di istruzione reale. Invece lo è più di qualche generico privato tra i genitori e tra i professionisti affermatisi in vari ambiti culturali, economici ed artistici. E’ nelle energie nuove del privato eccellente che sta la soluzione delle arretratezze sistematiche nostrane. La gemmazione delle sedi universitarie in Italia ha danneggiato la qualità dell’offerta. Vediamo che intorno allo spopolato Matese, le più vicine sono quello molisane di Isernia e Campobasso, ma anche ingegneria a Termoli. Quelle campani più vicine sono a Benevento, Santa Maria Capua Vetere, Caserta, Capua, Napoli, Salerno, Sant’Angelo dei Lombardi (AV). Ma anche le sedi universitarie del basso Lazio sono vicine al Matese come Frosinone e Cassino, frequentate dai residenti di Capriati al Volturno, Pratella, ecc. con studenti spesso non adatti allo studio come altri che frequentano università più antiche. Le università come le altre istituzioni risentono sempre dell’ambiente economico e sociale del territorio in cui operano. Non c’è dunque da meravigliarsi se al Settentrione le Università siano migliori del Mezzogiorno e così le altre scuole, gli ospedali, ecc.. Questo esodo di cervelli, se rivela una situazione di “carenza strutturale di adeguate opportunità lavorative, si traduce a sua volta nel perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo”. Tutte le regioni hanno un saldo migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale, comprese le brillanti Lombardia ed Emilia-Romagna: queste ultime infatti conquistano terreno in termini assoluti solo se alle “perdite” verso l’estero si aggiungono i “guadagni” legati alla mobilità interregionale di laureati (quelle dal Sud al Nord). In Basilicata, Calabria e Sicilia il quadro è decisamente negativo: alle migrazioni verso l’estero, che comportano un saldo negativo tra il -4 e il -7 per mille, si sommano quelle verso altre regioni d’Italia fino ad arrivare a un tasso migratorio tra -26 e -28 per mille. I laureati inoltre in termini percentuali emigrano più della media degli italiani, che comunque non sfigurano (dal 2008 al 2016 sono stati ben 623.885 i nostri connazionali espatriati). Il nostro Paese spende circa il 4% del Pil (stime Ocse) per l’intero ciclo di istruzione dei suoi cittadini: quasi 69 miliardi di euro, pari a circa 20 volte la Imu-Tasi sulla prima casa abolita qualche anno fa. In passato qualcuno ha indicato in circa 100mila euro la spesa pubblica complessiva per l’istruzione di un o una giovane che conclude l’università. Bene, anzi malissimo: perché il quinto Rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile, presentato qualche mese fa, porta pessime notizie. Il Mezzogiorno dunque è doppiamente colpito dalla fuga di cervelli (sia al Nord che all’estero). Necessita una riforma della riforma per ridurre i danni. I dettagli per una nuova riforma sostanziale bisogna esaminarli e poi applicarli in un nuovo sistema di istruzione e scolastico. Ma quando si tocca la casta dei baroni universitari? Come? Privatizzandoli e ponendoli a contratti triennali rinnovabili o meno. A sponsorizzare i loro stipendi dovrebbero essere le tasse universitarie e le aziende del territorio. Non continuare, come ora, che l’orario e le assenze alle lezioni degli anacronistici baroni non siano affidate ad alcun controllo se non la pagella degli studenti, che in alcune università, sono capaci anche di porre 4 e non solo 10/10 per paura cdi ritorsioni baronali! Insegnando all’estero ho potuto constatare che le eccellenze nostrane sono in molte istituzioni culturali, solo in Italia lo statalismo burocratico le blocca non poco per un comportamento sibillino statalista di molti docenti, che sono stati formati così e replicano la formazione ad altri non cambiando alcunchè.