San Benedetto in Teano. Profilo.

(Giulio De MONACO) TEANO In genere per profilo si intende una scheda biografica di una persona. Ma si può estendere a un monumento a una statua un oggetto a un comò se d’epoca. Nel nostro caso la chiesa monastica in oggetto è un balenìo di profili e vicende. Non ultimo raccontammo storie di fantasmi che videro spettatori annichiliti il rag. Broccoli e il giovine Vernoni. Nella parte più antica della Città, nei pressi della cinta muraria italica risplende una chiesa dedicata a S. Benedetto, con molta probabilità la più antica all’interno delle mura della città alta. Ancor oggi, benché non valorizzata, produce nel visitatore occasionale, come nell’appassionato studioso, intense sensazioni di mistica pace e di suggestione e per l’armonica fuga di colonne, sormontate da capitelli
di vario tipo, appartenuti a edifici di età romana, e per i contrasti chiaroscurali dell’interno la cui abside è ancora in parziale rovina dell’interno densi di arcani motivi. Nel 1968, prima che l’allora Soprintendenza ai Monumenti si imbarcasse nel tentativo di riportarla alle antiche condizioni, la Chiesa si presentava così: a forma basilicale, con tre navate e dodici colonne, di cui nove di granito e tre di marmo cipollino di grandezza variabile, tutte sormontate da capitelli non sempre proporzionati alle colonne. Nonostante i rifacimenti e le aggiunte incongrue dei secoli successivi alla sua fondazione conservava ancora gli inequivocabili elementi stilistici, che indubbiamente la qualificano come tipico esemplare della architettura romanica-cassinese. Sembra che la piccola basilica fosse stata costruita contemporaneamente all’attiguo monastero non prima dell’804, perché non è ricordata nel privilegio di Carlo Magno dello stesso anno. Nell’883, quando il monastero di Montecassino fu devastato dai Saraceni, avidi di saccheggio e di preda i monaci si rifugiarono a Teano, portando il codice della regola scritto da S. Benedetto. I monaci elessero abate Angelario, il primo di una lunga serie di abati teanesi.
Nell’891, un incendio distrusse il complesso monastico mandando allegramente in fumo la regola del santo Abate, scritta da lui, numerose garanzie e atti di donazione accordati da imperatori, notabili e fedeli; si salvò
per fortuna solo una parte del tesoro custodita poi in episcopio. I benedettini risiedettero in Teano trent’anni circa e quando Papa Leone passò a miglior vita si trasferirono a Capua, allettati dalle pressioni e lusinghe dei conti longobardi Landolfo e Atenolfo, di pochi scrupoli e di smodata ambizione. Così a Capua fu eletto il nuovo abate Giovanni, naturalmente, congiunto dei conti Longobardi e il monastero di Teano divenne una sorta di succursale di quello capuano voluto non tanto per esigenze religiose, ma soprattutto per motivi che certo non tornano a onore dei due despoti: prestigio e interesse economico, visto che gestivano le entrate del monastero come fossero personali e maramaldeggiavano sul suo patrimonio Così il monastero di Teano fece il passo del gambero e si ridusse di nuovo ad una semplice cella retta da un preposito soggetto a Montecassino, di modo ché i feudatari e privati con ingorda prepotenza, usufruendo del diritto del più forte e di documenti falsificati, s’impossessarono di molti beni di proprietà dei benedettini. Ma sotto la guida saggia di Aligerno rifiorì nei monasteri l’antica piena adesione alla regola e molti donarono i loro beni. Anche la cella di Teano sentì gli effetti di questa rinascita. A questo punto si inserisce nella storia dei benedettini un fatto fosco,, ma per quell’epoca di ordinaria amministrazione. All’abate Aligerno successe non per libera elezione, ma per ferma volontà di Aloara moglie di Pandolfo Capodiferro un certo Mansone, cugino dei conti longobardi e preposito del monastero di Fondi. Questi, uomo ambizioso e mondano piuttosto che votarsi alla contemplazione e al lavoro, come prescrive la regola, con le sue sopraffazioni e intemperanze divenne inviso a tutti e dopo un decennio di mal governo fu eliminato nel modo per quei tempi più sbrigativo e salutare: gli furono cavati gli occhi e non se ne parlò più.
Nella cella di Teano, particolare non certo trascurabile, furono educati i successori di S. Paride: Mauro, Lupo, Ilario, Angelario, Landone, Pandulfo nominato poi cardinale e tanti altri. Aveva naturalmente il suo scriptorium per la trascrizione dei codici e la formazione dei novizi, visto che uscirono da questa scuola Erchemperto, nato a Castrum Pilanum presso Conca della Campania, autore della nota Historia Langobardorum post Paulum Diaconum e Pietro Diacono, maestro di Paolo Diacono. Il monastero sidicino incominciò a sfiorire quando fu concesso in commenda. Nella II metà del XVI sec. la chiesa, quasi in rovina per trascuratezza, fu restaurata e adattata ai gusti dell’epoca. Nel 1727 furono realizzati altri restauri e trasformazioni che a nulla valsero, perché, in seguito per negligenza dei commendatari il sacro edificio versò in miserevole stato e fu chiuso al culto. Restaurato e riaperto al culto nel 1930 dalla famiglia Martellini, appartiene ora all’ente ecclesiastico cui fu donato
dagli eredi del compianto rag. Giovanni Broccoli. Ora funge da allegro luogo di ritrovo delle giovani marmotte.