Calvi Risorta. Ci ha lasciati Gemma Merola, poetessa e pittrice della nostalgia

(di Paolo Mesolella) CALVI RISORTA La poesia (ma anche la pittura) Gemma Merola ce l’aveva nel sangue. “Sono nata – diceva – con questa predisposizione e fin da piccola ho iniziato a scrivere versi. Lo stesso mi è capitato di fare per la pittura, mi veniva da dentro un forte desiderio di scrivere e raffigurare quel che sentivo o vedevo: mio padre, il mio maestro, gli ambienti in cui vivevo”. Nelle notti insonni, scriveva “ quando il mio cuore era angosciato, la poesia arrivava come un temporale”, una poesia malinconica perché “scrivere poesie è come tagliare di sé ogni volta un pezzettino”. Gemma Merola, 84 anni, autodidatta di Zuni di Calvi Risorta, entusiasmava chiunque per il suo grande amore verso l’arte. Un’arte che è stata la sua passione di tutta la vita. Da qualche giorno però,Gemma ci ha lasciati orfani della sua poesia malinconica e della sua pittura minimalista. L’arte, in questi anni, gli aveva dato anche delle soddisfazioni: due mostre a Calvi Risorta e la pubblicazione dei suoi versi nell’antologia poetica “Le poesie della mia vita” curata dal prof. Paolo Mesolella per le edizioni Caserta24ore. Dei suoi quadri “Il Cristo in bianco e nero “, “Il gatto arrabbiato” e “la rosa bruciata”, disse il pittore caleno Nicola Migliozzi, bisognerebbe fare un trittico da conservare gelosamente. La sua casa è rimasta una sorte di bottega artistica con una sessantina di oli, tra i quali interessanti volti di Cristo, nature morte, vasi fioriti, ritratti ed un bel autoritratto del 1975. Molto interessanti anche “Un vecchio al tramonto”, “Donna in pelliccia” e “ Il cagnolino col giornale”. Opere su carta e su tela, che partono dal 1960 ed arrivano ad oggi, fino al bellissimo Crocifisso rimasto incompiuto a causa della lunga malattia che non le permetteva più, da 15 anni, di pitturare. Lo stesso amore Gemma lo aveva messo nella poesia: da “Pensando al mio amore” ad “Una domanda” la sua poesia è poesia della quotidianità, del ricordo, del tempo, dell’infanzia trascorsa in un mondo contadino, una poesia della nostalgia che spesso diventa tristezza quando si sofferma sulla sua travagliata esistenza. Il suo rapporto conflittuale con la madre, l’amarezza per il fratello discriminato, la malinconia per il disfacimento del proprio corpo e la fiducia in Dio, fanno da sfondo ai suoi ricordi d’infanzia del padre, dei fratelli, della maestra, del suo paese, del suo amore incompreso, della vecchia tessitrice, del vecchio frantoio e della stessa gioia di vivere. Gemma metteva a nudo i suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi momenti di sconforto ma anche gli slanci di entusiasmo e di felicità e il suo stesso tentativo di cercare la verità. Gemma infatti era consapevole che la verità è racchiusa in una mano velata allo sguardo umano (“La velata mano”). Ed attendeva con trepidazione il momento in cui il velo sarebbe caduto e la verità si sarebbe dispiegata ai suoi occhi. Oggi che ci ha lasciati in silenzo, in punta di piedi in questo periodo pandemico che ci allontana dagli affetti, “ ha chiuso gli occhi per fuggire via dall’infrenabile angoscia che le distruggeva la vita”; non solo, sembra ancora di “vedere morire l’impalpabile brandello del suo corpo sofferente”. Perché, oggi, la sua sofferenza è diventata la stessa che vedeva riflessa nel Cristo che dipingeva. “Io Dio lo vedo – scriveva – lo vedo sempre, ma mai lo vedo contento”. Grazie poetessa Gemma, per averci insegnato quanto può essere malinconica la nostangia.

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