Ambiente e 700° anniversario della nascita di Dante ammirato anche dal romeno Eminesco

(di Giuseppe Pace, già prof. Liceo ”Transilvania” di Deva ed esperto di Ecologia Umana). Il 25 marzo 2021 viene celebrato il Dantedì: una giornata dedicata a Dante Alighieri (D.) nella data d’inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia. La ricorrenza – istituita dall’italiano Consiglio dei ministri in vista delle celebrazioni nel 2021 per i 700 anni dalla morte di D. – sarà, grazie alla tecnologia, tutta digitale. Tra gli epiteti con cui viene denominato Dante vi è quello di “padre della lingua italiana”, padre cioè della lingua che parliamo ancor oggi, con una incredibile, anche se solo apparente, continuità dalle origini a oggi. È vero, infatti, che la quasi totalità del lessico comune usato ai nostri giorni ricorre già nei testi volgari del tempo di D.. D. non fu certamente il primo a usare il volgare e non più (solo) il latino in opere letterarie, oltre che in scritti non letterari: considerando la sola letteratura, è noto che la prima scuola poetica, indubbiamente di alto valore, la Scuola Siciliana, ha preceduto D. di qualche decennio (i prodotti dei Siciliani datano a partire dal secondo quarto del XIII secolo); ritrovamenti recenti (una canzone e un frammento in una carta ravennate e un frammento piacentino) ci attestano la diffusione della lirica in volgare, con accompagnamento musicale, nel Nord Italia in un periodo ancora precedente, tra l’ultimo ventennio del XII secolo e il primo ventennio del XIII. D. non è, dunque, l’iniziatore della scrittura letteraria in un volgare italiano. Però con D., e specificamente con la Divina Commedia, i volgari italiani fanno un enorme balzo in avanti: un volgare (nella fattispecie il volgare fiorentino) diventa una lingua capace di parlare di qualsiasi argomento, diventa una lingua enciclopedica, una lingua che può dire tutto. Il volgare cessa di essere solo una lingua da giullari o da poeti che affrontano, sia pure da diverse prospettive, un unico tema, l’amore; tratta di tutti i contenuti che facevano parte della cultura del tempo (filosofici, teologici, politici, psicologici), anche quelli che fino ad allora erano di esclusivo appannaggio del latino. Il volgare si rivela, così, una lingua dal lessico ricco e variegato, sia dal punto di vista semantico che da quello stilistico: per comporre il suo capolavoro (che ha un’estensione di 101.698 parole) D. può far ricorso a un vocabolario di 12.831 parole diverse. D. ha anche creato parole che prima di lui nessuno aveva mai pensato di usare; tipici sono i verbi parasintetici che si trovano nella Divina Commedia (quasi tutti nel Paradiso). Vi è un ultimo aspetto, più marginale ma più popolare, per il quale possiamo sentirci figli di D.: quello dell’inserimento di espressioni o motti danteschi nell’italiano comune, a riprova dell’ampia ricezione, almeno sotto forma di orecchiamento, del testo dantesco. Si va dalle citazioni di interi versi o loro parti che hanno assunto carattere proverbiale (“non ragioniam di loro, ma guarda e passa”, “fatti non foste a viver come bruti”), a modelli che vengono attualizzati con referenti sempre nuovi (per esempio ci si rifà spesso al modello “Galeotto fu il …” per indicare le condizioni propiziatorie di un evento a espressioni entrate a pieno titolo come espressioni idiomatiche nel nostro vocabolario: non mi tange, perdere il ben de l’intelletto, color che sono sospesi, dolenti note, il bel Paese, senza infamia e senza lode, far tremar le vene e i polsi, fino a cosa fatta capo ha che è una rielaborazione del dantesco “capo ha cosa fatta”. Insomma, il lessico che usiamo oggi non è costituito solo dalle parole usate da D. (il vocabolario della comunità linguistica italiana di oggi è ben più ampio di tutto il lessico dantesco), non include tutto il vocabolario di D. (pensando anche solo ai neologismi danteschi, molti si essi sono rimasti hapax), ma contiene ancora, 700 anni dopo la sua morte, tanto vocabolario di D.. È anche per questo che, nonostante i distinguo e le precisazioni che si devono fare, ha senso dare a D. l’epiteto di padre della lingua italiana.  Nella colta città di Padova, un decennio fa, è stata realizzata una Grammatica dell’italiano antico (Bologna, Il Mulino, 2010), coordinata da Lorenzo Renzi, assieme a Giampaolo Salvi: i due studiosi hanno sentito il bisogno di affiancare alla Grande grammatica italiana di riferimento dell’italiano contemporaneo, che avevano curato assieme ad Anna Cardinaletti, una grammatica dell’italiano del Due e Trecento, proprio perché le notevoli differenze tra l’italiano delle origini e l’italiano di oggi impedivano che la grammatica dell’italiano medievale potesse essere descritta compiutamente con le stesse regole con le quali possiamo descrivere e interpretare l’italiano moderno. A Padova D. viene affiancato al Giotto della Cappella degli Scrovegni, a Verona a Shakespeare di Romeo a Giulietta, a Pordenone a Geronimo Stilton che condurrà anche i più piccoli nella selva oscura e a Venezia diventa teatro. Ma c’è anche chi al Sommo Poeta sta cercando di dare un volto, anzi tre: quello del bimbo che a cinque anni perde la madre, dell’adolescente che a nove si innamora di Beatrice e dell’adulto beffato dalla sua Firenze travolta dalle fazioni guelfe e ghibelline e che per questo è costretto a vagare senza patria. Nell’occasione del 700esimo anniversario dantesco, il Comune e l’Università di Verona, ecc. propongono alcuni brevi video che intendono illustrare aspetti noti e meno noti della vita di D., in particolare nel suo rapporto con la città di Verona. A partire da Verona, dove fu ospite di Cangrande della Scala, al quale dedica la cantica del Paradiso. Poi Treviso in casa di Gherardo da Camino, signore della città di cui parla nel nono del Purgatorio: e dove Sile e Cagnan s’accompagna. Padova nel suo leggendario incontro con Giotto. E infine Rovigo quando, di ritorno da un’ambasceria a Venezia nel 1321, si sarebbe smarrito nel Delta del Po e per ritrovare la strada si sarebbe arrampicato su una quercia. Tanto mito, ma una cosa è certa di lì a poco D. morirà a Ravenna di malaria contratta probabilmente proprio durante il ritorno dal suo viaggio veneziano. Padova punta all’affascinante immagine dell’incontro di D. e Giotto, il primo intento ad ultimare la Divina Commedia e il secondo ad affrescare gli Scrovegni. Nell’undicesimo del Purgatorio D. elogia l’artista toscano al punto da scrivere: Credette Cimabue nella pittura tener lo campo, e ora Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura. La vicinanza tra i due illustri toscani sarà il fulcro della mostra A riveder le stelle. «Un’esposizione di arte contemporanea che affonda le radici nel passato attraverso un viaggio a tappe – spiega la curatrice Barbara Codogno – ad ogni stazione ci saranno i versi danteschi affiancati a frammenti degli affreschi del Giotto degli Scrovegni». Accolta dal 30 ottobre al 31 gennaio 2022 al Museo Eremitani, l’esposizione comprende cinquanta opere di grandi dimensioni appartenenti a The bank contemporary art collection. Prenderà, invece, avvio il 7 maggio alla Galleria d’arte moderna Forti nella città scaligera, la mostra Tra D. e Shakespeare: il mito di Verona con il duplice omaggio al poeta e alla città che gli diede un rifugio. Il progetto prevede una selezione di oltre cento opere tra dipinti, sculture, realizzazioni su carta, tessuti, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa provenienti dalle collezioni civiche e da biblioteche e musei italiani ed esteri. Non manca poi l’attenzione per i più piccoli della Fondazione Pordenonelegge che celebra il DanteDì con una lezione digitale affidata a Geronimo Stilton, il roditore giornalista amatissimo dai ragazzi, chiamato questa volta a guidare tante classi della scuola primaria in un divertente viaggio nell’aldilà dantesco. Infine si va in scena: i ragazzi della Compagnia Giovani del Teatro Stabile del Veneto celebreranno l’Alighieri con una riscrittura della Divina Commedia affidata a tre drammaturghi della scena contemporanea: Fausto Paravidino, Letizia Russo e Fabrizio Sinisi con la guida del regista Fabrizio Arcuri. I tre spettacoli andranno in scena a partire da maggio al Teatro Maddalene di Padova. La Galleria dell’Accademia di Firenze ha realizzato un video in cui il direttore Cecilie Hollberg e Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello raccontano L’Albero della Vita di Pacino di Buonaguida, opera conservata nelle collezioni della Galleria, che sarà esposta all’interno della mostra “Onorevole e antico cittadino di Firenze. Il Bargello per Dante”, che aprirà al pubblico il prossimo 21 aprile 2021. Il video sarà online dalle 00.00 del 25 marzo sia sul canale YouTube che sulla pagina FB della Galleria dell’Accademia e dei Musei del Bargello. Pacino da Buonaguida, pittore e miniaturista, che è stato uno dei primissimi illustratori a Firenze della Commedia, nella prima metà del Trecento, con l’aiuto della bottega realizzò ben venticinque copie del poema, fondamentali per la diffusione del testo. A Bologna l’Alma Dantedì ha organizzato una serata con i versi del sommo poeta.“Di prima notte” si intitola il programma di Lecturae Dantis organizzato dal Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Alma Mater di Bologna e con la partecipazione di molti studiosi e scrittori legati all’Ateneo. L’Università felsinea giovedì 25 marzo propone una serata online su Teams a partire dalle 20.30 con la presenza di molti docenti, cultori della materia, scrittori come Marcello Fois, e studiosi che si sono formati a Bologna ma che ora insegnano o svolgono attività di ricerca post-dottorato presso altre università, in Italia e all’estero. Sono decine e decine in tutta Italia e all’estero le iniziative in programma per celebrare il Dantedì, la giornata nazionale dedicata a D.: è infatti il 25 marzo 2021 quando, nella finzione del racconto, il poeta si smarrisce nella selva oscura e inizia il suo viaggio. Padova ai tempi di D. era una piccola Signoria, quella dei Carraresi, ma la sua Diocesi è sempre stata, dopo Roma, influente a livello non solo regionale ma direi mondiale per il numero di missionari sparsi per il mondo come mons. Luigi Paiaro in Kenia, ecc. Ai tempi di Galileo Galilei, il vescovo di Padova era concorde con il sistema eliocentrico copernicano-galileano in disaccordo col papa, suo superiore gerarchico. Ciò dimostra che Padova è stata una sede colta e non bigotta come alcuni vogliono proporre, anche se c’era da considerare che apparteneva alla Repubblica di Venezia e non più alla piccla Signoria dei Carraresi, più provinciali anche se chiamarono Giotto che realizzò il suo capolavoro nel tempo di passaggio di Dante, i primi del 1300. Quando insegnavo in Romania, al Liceo tecnologico “Transilvania”, della città di Deva, capoluogo della Judet Hunedoara, notavo che il loro poeta nazionale Mihail Eminescu (E.), veniva paragonato a Giacomo Leopardi da una collega romena, che insegnava lingua e letteratura italiana. Poiché in Romania, il Ministero Affari Esteri d’Italia, mi aveva incaricato di insegnare oltre che le “Scienze Naturali, Chimica e Geografia”, anche la “Cultura e Civiltà Italiana”, mi sembrava, e mi sembra ancora, di riscontrare più affinità tra E. e Dante Alighieri (D.), sia pure due letterati di quasi 6 secoli lontani tra loro. Pur conscio di apparire a non pochi letterati un presuntuoso o uno sprovveduto, insisto nell’analogia possibile poiché specializzato di Ecologia Umana Internazionale, scienza appresa anche al corso biennale postlaurea dell’Università di Padova, consorziata con altre sette università straniere. L’Ecologia Umana ha i caratteri di scienza multidisciplinare, interdisciplinare e transdisciplinare. Per alcuni tratti storici e personali il sommo poeta italiano D., lo paragonerei, dunque, con l’altrettanto sommo poeta romeno E.. Entrambi hanno scritto e tramandato immortali ed universali opere nella letteratura mondiale perché entrambi subirono, in vita, la brutale e pesante mano del potere repressivo del loro tempo: il 1300 e il 1800. Qualunque scrittore e poeta di valore elevato, che si interessa anche della vita sociale e politica del suo tempo, diventa più grande e famoso per le generazioni che lo seguono. Così è stato sia per E. che per D. In Italia D., fu perseguitato dal potere politico perché Guelfo Bianco. Egli fu costretto all’esilio da Firenze e peregrinò di casa in casa, di città in città, tra cui Padova, fino a Ravenna, dove mori lasciando scritto: ”Ingrata Patria non avrai le mie ossa”. In Romania, E. fu osteggiato per la difesa della lingua romena e ucciso, con avvelenamento lento e segreto, dall’Impero Asburgico. L’impero Asburgico non voleva che attorno alla difesa della lingua nazionale romena, si creasse una classe d’intellettuali non servili all’Impero di Vienna dei nobili Asburgo. Ecco perché, tramite la polizia politica, di nascosto lo avvelenarono lentamente, quasi come Napoleone all’isola di Sant’Elena dove fu avvelenato dagli inglesi per timore che tornasse in Francia ad osteggiarli in terra e in mare con le sue grandi armate popolari, entusiaste del loro imperatore che impersonava la continuazione della rivoluzione francese, che pose fine al dominio eccessivo dei nobili e del clero a scapito degli esponenti delle arti liberali. D. fu grande Poeta e Letterato, ma anche politico, studioso di filosofia e teologia. Nacque a Firenze nel 1265 e morì a Ravenna nel 1321. Come scrivono al Museo Casa di Dante, Unione Fiorentina, D. “rappresenta un’intera cultura, vale a dire quella che si era andata formando a partire dal XII secolo quando, sulla scorta dei nuovi saperi provenienti dal mondo greco-bizantino e arabo, l’Occidente latino acquisì, non senza originali rielaborazioni, un sapere fino ad allora sconosciuto. La sua attività artistica, grazie alla quale viene considerato il padre della lingua italiana, spazia dalla produzione poetica, come le Rime, a quella filosofica, come il Convivio e la Quaestio de aqua et terra; dal trattato politico, come il De Monarchia, a quello linguistico-letterario, come il De vulgari eloquentia. Ma l’opera che ha consegnato D. ad una fama imperitura è la Commedia, vale a dire la descrizione del viaggio che egli avrebbe compiuto nei tre Regni dell’oltretomba; con essa il Poeta ha infatti lasciato nei secoli un’indelebile impronta nell’immaginario collettivo relativamente allo stato delle anime dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Sia l’uomo D. che la sua opera sono strettamente legati alle vicende della vita: l’incontro e la prematura morte di Beatrice, la sventura politica dell’esilio da Firenze, l’attesa di un rinnovamento politico e sociale rappresentano quei nodi tematici senza i quali non è possibile comprendere la figura di D.. Ma non è soltanto il desiderio per la donna amata e per la propria città, entrambe perdute, a guidare l’attività poetica e letteraria di D.: a fronte della situazione politica del suo tempo e dello stato di corruzione in cui versava la Chiesa romana in continua lotta col potere temporale, il poeta fiorentino può essere considerato una tra le voci più importanti che, tra XIII e XIV secolo, stigmatizzarono i propri tempi. C’è di più: se D. può essere considerato un ‘autore universale’, ciò è per il fatto che egli non ha parlato solo alla propria generazione ma all’umanità intera affinché essa, oggi come allora, possa intraprendere (proprio come ha fatto lui in prima persona) un percorso di redenzione, ed è per questo motivo che la sua Commedia, tradotta in molteplici lingue straniere, resta uno dei testi poetico-letterari più letti, studiati e commentati al mondo”. La Divina Commedia, è un poema alegorico-didascalico di D., scritto in lingua volgare fiorentina. Il titolo originale, con cui lo stesso autore designa il suo poema, fu Comedia. L’aggettivo «Divina» le fu attribuito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di D., scritto fra il 1357 e il 1362 e stampato nel 1477. La colta Società Dante Alighieri promuove la diffusione della lingua italiana nel mondo e ha sedi in molte città grandi e piccole come Padova. La Casa di Dante, invece, organizza tanti itinerari e attività per conoscere meglio la vita e l’opera del Sommo Poeta e la Firenze del suo tempo. Le proposte comprendono visite guidate al museo, laboratori didattici e tour della città sulle tracce di D. e sono rivolte sia a singoli e famiglie, sia a gruppi scolastici e turistici. Per cogliere le analogie possibili tra i due poeti in esame bisogna precisare che la vita di D. è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Alla sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell’Italia centrale. A partire dal 1250, un governo comunale composto da borghesi e artigiani aveva messo fine alla supremazia della nobiltà e due anni più tardi vennero coniati i primi fiorini d’oro che sarebbero diventati i “dollari” dell’Europa mercantile. Il conflitto tra guelfi, fedeli all’autorità temporale dei papi, e ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più una guerra tra nobili e borghesi simile alle guerre di supremazia tra città vicine o rivali. Alla nascita di D., dopo la cacciata dei guelfi, la città era ormai da più di cinque anni nelle mani dei ghibellini. Nel 1266, Firenze ritornò nelle mani dei guelfi e i ghibellini vennero espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi, si divise in due fazioni: bianchi e neri. D. nasce a Firenze da una famiglia della piccola nobiltà. Nel 1274, secondo la Vita Nuova, vede per la prima volta Beatrice (Bice di Folco Portinari) della quale si innamora subito perdutamente. D. ha circa dieci anni quando muore la madre Gabriella, la «madre bella». Nel 1283 anche suo padre Alighiero di Bellincione, commerciante, muore e D. a 17 anni diviene il capofamiglia. Il giovane D. segue gli insegnamenti filosofici e teologici delle scuole francescana (Santa Croce) e domenicana (Santa Maria Novella). In questo periodo stringe amicizie e inizia una corrispondenza con i giovani poeti che si fanno chiamare «stilnovisti». Nelle Rime si può trovare l’insieme dell’opera del Poeta, dagli anni della gioventù fiorentina, lungo il corso della sua carriera letteraria, che non risultano inseriti in alcun’altra opera. È in questo contesto che possiamo trovare le tracce del distacco consapevole che è seguito alla prima stesura dell'”Inferno” e del “Purgatorio”, che avrebbe condotto D. verso false concezioni filosofiche, tentazioni della carne e piaceri volgari. A 20 anni sposa Gemma Di Manetto Donati, appartenente a un ramo secondario di una grande famiglia nobile, dalla quale avrà quattro figli, Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia. Nel 1292, due anni dopo la morte di Beatrice, comincia a scrivere la “Vita Nuova”. D. si consacra così molto presto completamente alla poesia studiando filosofia e teologia, in particolare Aristotele e San Tommaso. Rimarrà affascinato dalla lotta politica caratteristica di quel periodo e costruirà tutta la sua opera attorno alla figura dell’Imperatore, mito di un’impossibile unità. Tuttavia nel 1293, in seguito a un decreto che escludeva i nobili dalla vita politica fiorentina, il giovane D. è costretto ad attenersi alla cura dei suoi interessi intellettuali. Nel 1295 un’ordinanza decreta che i nobili riottengano i diritti civici, purché appartenenti ad una corporazione. D. si iscrive a quella dei medici e dei farmacisti, la stessa dei bibliotecari, con la menzione di «poeta». Quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fa più aspra, D. si schiera col partito dei Bianchi che cercano di difendere l’indipendenza della città opponendosi alle tendenze egemoniche del Papa dal dicembre 1294 al 1303. Il Papa era il famoso Bonifacio VIII dei nobili Caetani (nobili di Fondi come testimoniato dalla cappella gentilizia nella cattedrale di Anagni) poi mutati in Gaetani di Piedimonte d’Alife, cittadina, dal 1970 Piedimonte Matese, dove uno di tali nobili, Maria Ranieri Gaetani dell’Aquila d’Aragona Conte di Laurenzana, è stato in classe comune con lo scrivente nel 1965-68. Bonifacio VIII seguì Celestino V, il Papa del Gran Rifiuto, analogamente a Benedetto XVI, 265esimo Papa e Vescovo di Roma? No, poiché il Papa tedesco si è dimesso l’11 febbraio 2013 spontaneamente, ma non costretto come il Papa Sannita, Celestino V. Benedetto XVI, Papa dal 2005 al 2013, ex cardinale Joseph Aloisius Ratzinger, attualmente è Papa emerito della Chiesa cattolica. E’ stato il VII pontefice tedesco nella storia della Chiesa cattolica oltre che uno stimato Teologo. Benedetto XVI successe al polacco Papa Giovanni Paolo II e ha preceduto l’attuale e argentino Papa Francesco. Lo scrivente riconosce al Papa Benedetto XVI il molto coraggio dimostrato nella rinuncia-l’VIII della serie- dal potere dello Stato del Vaticano. Queste precisazioni, che non sono affatto divagazioni come potrebbe pensare lo specialista o il lettore deconcentrato e distratto, con il filo rosso della memoria ci riportano al tempo del sommo poeta fiorentino e servono a comprendere meglio le sue molteplici vicissitudini. Nel 1300 D. viene eletto tra i sei «Priori» – custodi del potere esecutivo, i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria – che, per attenuare la faziosità della lotta politica, prendono la difficile decisione di fare arrestare i più feroci leader dei due schieramenti. Nel 1301, proprio mentre a Firenze arrivava Charles de Valois e il partito dei Neri prendeva il sopravvento (sostenuto dal papato), D. viene chiamato a Roma alla corte di Bonifacio VIII. Iniziano i processi politici: D., accusato di corruzione, viene sospeso dai pubblici uffici e condannato al pagamento di una pesante ammenda. Poiché D. non si abbassa, al pari dei suoi amici, a presentarsi davanti ai giudici, D. viene condannato alla confisca dei beni e «al boia» qualora si fosse fatto trovare sul territorio del Comune di Firenze. E’ così costretto a lasciare la sua città con la coscienza di essere stato beffato dal Papa, che l’aveva trattenuto a Roma mentre i Neri prendevano il potere a Firenze; Bonifacio VIII si guadagnerà così un posto di rilievo nei gironi dell'”Inferno” della “Divina Commedia”. A partire dal 1304 inizia per D. il lungo esilio. Dalla morte di Beatrice agli anni dell’esilio D. si dedica allo studio della filosofia (per lui l’insieme delle scienze profane) e compone liriche d’amore dove lo stile della lode così come il ricordo di Beatrice sono assenti. Il centro del discorso non è più Beatrice ma «la donna gentile», descrizione allegorica della filosofia che traccia l’itinerario interiore di D. verso la saggezza. Redige il Convivio (1304-1307), il trattato incompiuto composto in lingua volgare che diventa una summa enciclopedica di sapere pratico. Quest’opera, è una sintesi di saggi, destinati a coloro che, a causa della loro formazione o della condizione sociale, non hanno direttamente accesso al sapere. Vagherà per città e Corti secondo le opportunità che gli si offriranno e non cesserà di approfondire la sua cultura attraverso le differenti esperienze che vive. Nel 1306 intraprende la redazione della “Divina Commedia” alla quale lavorerà per tutta la vita. Quando inizia «a far parte per se stesso», rinunciando ai tentativi di rientrare con la forza a Firenze con i suoi amici, prende coscienza della propria solitudine e si stacca dalla realtà contemporanea che ritiene dominata da vizio, ingiustizia, corruzione e ineguaglianza. Nel 1308 compone un trattato in latino sulla lingua e lo stile: il “De vulgari eloquentia”, nel quale passa in revisione i differenti dialetti della lingua italiana e proclama di non aver trovato «l’odorante pantera dei bestiari» del Medioevo che cercava, ivi compresi il fiorentino e le sue imperfezioni. Pensa di aver captato «l’insaziabile belva in quel volgare che in ogni città esala il suo odore e in nessuna trova la sua tana». Fonda la teoria di una lingua volgare che chiama «illustre», che non può essere uno dei dialetti locali italiani ma una lingua frutto del lavoro di pulizia portato avanti collettivamente dagli scrittori italiani. È il primo manifesto per la creazione di una lingua letteraria nazionale italiana. Nel 1310 con l’arrivo in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore romano, Dante Alighieri spera nella restaurazione del potere imperiale, che gli permetterebbe di rientrare a Firenze, ma Enrico muore. D. compone “La Monarchia”, in latino, dove dichiara che la monarchia universale è essenziale alla felicità terrestre degli uomini e che il potere imperiale non deve essere sottomesso alla Chiesa. Dibatte anche sui rapporti tra Papato e Impero: al Papa il potere spirituale, all’Imperatore quello temporale. Verso il 1315, gli viene offerto di ritornare a Firenze. Il suo orgoglio ritiene le condizioni troppo umilianti: rifiuta con parole che rimangono una testimonianza della sua dignità umana. Nel 1319 D. è invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, Signore della città; due anni più tardi lo invia a Venezia come ambasciatore. Rientrando da Venezia D. viene colpito da un attacco di malaria: muore a 56 anni nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba. E., nacque a Botosani nel 1850 e mori a Bucarest nel 1889, ma nonostante che sia morto giovane, a soli 39 anni, ha prodotto immortali ed universali opere letterarie. Ebbe, come D., una vita intensa ed impegnata politicamente: fu poeta, filologo, scrittore, giornalista e politico romeno. Molti lo definirono appartenente al tardo-romanticismo. Per inquadrare l’humus culturale che precedette il tempo di Eminescu c’è da dire che nel 1853 fu fondata a Iasi la società Junimea (Giovinezza), di cui Titu Liviu Maiorescu fu un importante esponente grazie anche alla rivista Convorbiri literare (Colloqui letterari). Tra i maggiori scrittori romeni che debuttarono in Juminea vi fu anche E., considerato dalla maggior parte dei critici il più importante ed influente dei poeti rumeni. Le radici della sua poesia si rifanno alla tradizione popolare romena, ma sentono anche l’influenza dalla filosofia tedesca e delle tradizioni induiste, il narratore Ion Creangà, che scrisse storie della tradizione rumena, Ion Luca Caragiale, considerato il primo drammaturgo romeno di levatura europea, e Barbu Stefànescu Delavrancea, che pubblicò i suoi lavori in questo periodo. Tra gli avversari della rivista Juninea si ricorda il filologo, storico e filosofo Bogdan Petriceicu Hasdeu, autore dell’imponente Etymologicum Magnum Romaniae e fondatore di Revista Nouă. Altre riviste importanti furono quelle del movimento simbolista romeno con Literatorul fondata da Alexandru Macedonski e ai primi del XIX sec. primeggia il filologo, storico e letterato, Ovid Densusianu, al quale è dedicata la biblioteca Judetiana di Deva-Hunedoara con la rivista “Vox Libri”, diretta dalla colta Denis Toma, che ha pubblicato miei articoli già dagli anni che insegnavo al CTT di Deva: 2004-08. Altro importante scrittore romeno è Mircea Eliade che tra l’altro scrisse:” «l’essenziale della mia ricerca riguarda l’immagine che l’uomo delle società arcaiche si è fatto di se stesso e del posto che occupa nel cosmo». Altri scrittori romeni famosi sono il filosofo,poeta e drammaturgo, Lucian Blaga, e la poetessa-scrittrice Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman, sostenitrice dei diritti civili in Romania. Prima della rivoluzione del 1989 fu famosa dissidente e sostenitrice dei diritti dell’uomo, ebbe il coraggio di contestare in numerose interviste e dichiarazioni pubbliche di Nicolae Ceauscscu. Vinse il Premio Herder nel 1982 e nel 2005 in Italia vinse il Premio letterario Giuseppe Acerbiil, premio speciale per la poesia, per la sua opera Un tempo gli alberi avevano gli occhi, Editrice Donzelli. È stata presidente di Alleanza Civica e direttrice del museo memoriale delle vittime del comunismo di Sighet. Pubblicate in Italia anche le sue memorie di viaggio, Il mondo sillaba per sillaba, Edizioni Saecula, 2012, prima ha pubblicato: L’orologio senza ore, Elliot, 2018; La mia patria A4. Nuove poesie, Aracne, 2015; Il mondo sillaba per sillaba, Saecula, 2012. In aree provinciali, del nostro pianeta, spesso restano oscurati, dai media nazionali e internazionali, valenti Scrittori. Alcuni di questi, che ho conosciuti direttamente a Deva e letto alcune delle loro opere, sono: Mariana Pandaru, Paolina Popa, Victoria Stolajan, Gligor Hasa, Dumitru Huruba, Dumitru Talvescu, Miron Tic. Altri, non conosciuti direttamente, sono: Napocsa Francz (1877-1933) paleontologo che ci ha lasciato in eredità 150 scritti importanti per capire meglio l’Homo sapiens; Montvan Peterfi (1906-78) biologo e famoso botanico, membro dell’Unesco, Groza Petru (1884-1958) Primo Ministro di Romania con biblioteca rossa a Bacia, suo comune nativo; Belu Octavian e Nadia Comaneci famosi nella cultura sportiva, Dan Costantinescu di Hunedoara, Mihai Dragolea di Petrosani, Daniel Dimitri di Simeria, Valentina Sisma di Geoagiu, Aron e Nicolai Densusianu di Densus,Ioan Dan di Deva, Paul Daian di Criscior, Vasile Copilu-Cheatrà di Vulcan, Sebastian Bornesmia di Buriuc, Cibeseu Julia, Sava P. Laura, ecc. Ma torno a commentare il sommo poeta E., che amò, pare solo platonicamente, Veronica Micle, una donna non immaginaria, ma reale. Ho visitato, nell’autunno del 2004 la Bucovina con i magnifici monasteri fatti erigere da Stefano il Grande del XIV sec.. Tra questi ammirai il monastero di, Văratec, dove c’era la marmorea tomba di Veronica Micle, con la fotografia e sotto la dedica di una sua poesia, per me, estremamente pessimista o realista, quasi leopardiana. Veronica Micle, è stata dunque la musa ispiratrice del sensibile ed universale poeta romeno, e pubblicò la prima raccolta di poesie, “Rendez-vous”, nel 1872, lo stesso anno conobbe E. a Vienna.
La relazione culturale tra i due si trova nell’opera di entrambi nel 1875. Dopo la morte di E., Micle si ritirò in un monastero dove scrisse il volume “Amore e poesia”, in cui raccolse le sue e le poesie che E. le aveva dedicato. Il 3 agosto del 1889 si suicidò, bevendo arsenico, nel monastero di Văratec meno di 3 mesi dopo l’omicidio di E.. La poesia di E. attinge prevalentemente alle fonti popolari, in particolare religiose, della cultura romena, ma si è nutrita anche del romanticismo tedesco e francese, della filosofia di Kant e Schopenhauer. Essa costituisce una sorta di spartiacque tra la letteratura romantica e la moderna letteratura romena e comprende lunghi poemi filosofici, improntati al pessimismo, elegie e idilli amorosi, che prendono talvolta il tono della romanza, roventi satire sociali e politiche, suggestive leggende epiche. Suo poema-capolavoro, scritto in 10 anni, è il poema Luceafărul (“Lucifero”, 1883; trad. it. L’astro, 1927) e alla considerevole produzione lirica, si ricordano le novelle Sărmanul Dionis (“Il povero Dionigi”, 1872) e Cezara (1876), il poema Memento mori (post. 1903) e il romanzo Geniu pustiu (“Genio solitario”, post.1904; trad. it. 1989). In Romania si è conclusa nel 1989 la monumentale pubblicazione (16 voll.) dell’opera di E., cominciata dal Perpessicius nel 1939. E., di agiata famiglia rurale, ebbe un’adolescenza vagabonda. La rivista transilvana Familia gli pubblicò nel 1866 i primi versi, di fattura tradizionale, cambiando in E. il vero nome del poeta, che era Eminovici. Da Vienna, dove il padre lo aveva inviato nel 1869 a completare gli studî, mandò poesie già mature a Convorbiri Literare, la maggiore rivista del tempo, e così entrò in rapporti col circolo “Junimea” e col suo influente animatore e maestro, Titu Maiorescu. Rientrato in patria si dovette adattare a fare il bibliotecario a Iasi, l’ispettore scolastico e il giornalista. La testimonianza della conoscenza di D. da parte di E. giunge attraverso un episodio di carattere sentimentale, evocato da una donna che ne è stata la protagonista, la poetessa Mite Kremnitz: E. le avrebbe chiesto il volume della Comedia per leggerle, in traduzione tedesca, l’episodio di Francesca. Scarse sono tuttavia le tracce dirette della Commedia sull’opera di E.: sul piano formale, pare che verso il 1879 comincino a tentarlo l’endecasillabo e la terzina. Sul piano concettuale, non è troppo forzato vedere (secondo Alessandro Marcu) l’influsso del miro gurge nell’aspirazione di Luceafărul, il protagonista di un famoso poemetto emineschiano, ipostasi del genio e del suo destino, a confondersi come un raggio nel mare di luce della divinità. Per i riferimenti precisi, si vedano, di Luceafărul, le strofe 67-68 e Pd I 79; la strofa 70 e Pd I 82 ss. Bibl. – A. Marcu, Confruntarea muritorului cu divinitatea la D. şi E., in ” Studii Italiene ” VII (1940) 177-178. Le opere più famose di E. sono: Luceafărul (Lucifero), Mi resta un solo desiderio e le cinque Epistole. E. fu attivo nella società letteraria “Junimea”, fu un membro di spicco del Partito Conservatore Romeno e fu, anche, “Redattore capo” del quotidiano “Il Tempo” di Bucarest nonchè giornalista de “Il Corriere di Iași” dell’omonima città che divenne, per un breve periodo, capitale della Romania nella Grande Guerra. E. fu un fervente sostenitore della lingua nazionale romena come D. fu un sostenitore convinto dell’uso della lingua italiana nata dal volgare e in sostituzione della lingua latina adatta solo ai colti ecclesiastici, nobili e a poche proessioni moderne. Entrambi furono osteggiati per aver sostenuto la diffusione linguistica, che noi oggi utilizziamo comodamente. Nella Divina Commedia D. cita molto la natura e gli animali più che le piante: leone, lupa, api colombe, serpenti, ecc.. Sia in E. che in D. il cielo, la divinità e la donna sono particolarmente importanti per elevare l’uomo verso l’universo dell’anima divina. Credo che entrambi abbiano attinto dal politeista Virgilio che scriveva di anima universale. Nelle scuole romene-come al Colegiul Tehnic “Transilvania” di Deva- dove ho insegnato dal 2004 al 2008- ogni anno c’èra la giornata dedicata ad E., in Italia, manca questa bella e buona consuetudine di onorare la memoria e le opere di uno scrittore universale. Ricordo che alla Casa di Cultura di Deva, il collega, letterato e storico, Gligor Hasa (morto, da pochi giorni, a 82 anni), promosse la giornata dedicata ad E., emozionandosi nel ripetere, mormorando sotto voce, i versi del sommo letterato romeno. Se chiedi ad un romeno, anche anziano, chi era E., egli ti sa recitar passi salienti delle opere di E., invece, ciò non si verifica in Italia per D. o per altri grandi scrittori di qualunque dominio culturale. La causa forse è da ricercare nel fatto che oltre mezzo secolo di dittatura comunista in Romania ha obbligato tutti a frequentare le scuole, mentre i 23 anni di dittatura fascista in Italia non hanno egualmente saputo obbligare a frequentare le scuole tutti i cittadini. Ne consegue che in Romania, mediamene, il popolo è più colto, scolasticamente, di quello italiano? Si. Entrambi i popoli latini però hanno la più bassa percentuale di laureati nell’Unione Europea, causata anche dal sistema statalista dell’istruzione (con una visione del cittadino, senza diritti di scelta della scuola e dei docenti) che fa di ognuno il suddito di sua maestà la Burocrazia statale. L’Unione Europea è riuscita a superare in anticipo l’obiettivo, fissato per il 2020, del 40% di laureati. Nel 2018 si contavano infatti 40,7% di giovani (30-34 anni) laureati europei in possesso di laurea, ma con vistose eccezioni, a partire dall’Italia che tra i membri dell’Unione Europea è praticamente fanalino di coda con il 27,8% di laureati, superata solo dalla Romania con il 24,6%. L’Italia è anche tra i Paesi che conta più abbandoni agli studi, dopo Spagna, Malta, e Romania. Spiccano innanzitutto le performance dei Paesi nordici dove oggi praticamente un giovane su due risulta laureato: in Irlanda la quota raggiunge il 56,3%, in Olanda il 49,4%, in Danimarca il 49,1%, nel Regno Unito il 48,8%, in Francia il 46,2% e in Spagna il 42,4%. Poco più indietro la Germania con il 34,9 per cento. Va però segnalato che comunque l’Italia con il 27,8% di laureati ha fatto un buon balzo in avanti partendo da numeri bassi: nel 2002 contava una quota di laureati del 13,1%. In poco meno di 20 anni li ha quasi raddoppiati. A testimonial nel prossimo anno 2021 all’evento organizzato dal Ministero dei Beni Culturali e da PosteItaliane per celebrare i 700 anni dalla scomparsa del Sommo Poeta D., anche da questo media un contributo per la memoria di noi tutti. D. nasce in una famiglia della piccola nobiltà fiorentina e fu un sostenitore dei Guelfi Bianchi. Per questo fu costretto all’esilio dopo la sconfitta di questi ad opera dei Guelfi neri: più integralisti e fedelissimi sostenitori del Papa. Ne “ I Sepolcri” U. Foscolo definì D. il “ghibellin fuggiasco”, probabilmente perchè i Guelfi Bianchi erano a favore dell’imperatore come anni prima lo erano stati i ghibellini (anche se i Guelfi Bianchi, a differenza dei Ghibellini, erano favorevoli ad una convivenza pacifica tra imperatore e pontefice). D. era già partito da Firenze quando Carlo di Valois, entra nella città e sostiene il potere dei guelfi neri: il sommo poeta non ritornerà mai più nella sua città natale, poichè condannato ingiustamente all’esilio. D. nasce a Firenze nel maggio 1265 e muore a Ravenna nel settembre del 1321. Fu sepolto nella Basilica di San Francesco di Ravenna; Sua moglie fu Gemma Donati (1285–1321). Le sue opere più celebri sono state: La Vita Nova; Divina Commedia; De Vulgari Eloquentia; De Monarchia. Il suo primo e più importante maestro d’arte e di vita fu Brunetto Latini, che ebbe una notevole influenza sulla vita politica e civile di Firenze. D. cresce in un ambiente “cortese” ed elegante, impara da solo l’arte della poesia e stringe amicizia con alcuni dei poeti più importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, condividendo con loro un ideale di cultura aristocratica e di poesia raffinata. Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nell’opera del poeta), a cui D. è legato da un amore profondo e sublimato dalla spiritualità stilnovistica. Beatrice muore nel 1290, e questa data segna per il sommo poeta un momento di crisi: l’amore per la giovane donna si trasforma assumendo un valore sempre più finalizzato all’impegno morale, alla ricerca filosofica, alla passione per la verità e la giustizia che infine portano D. (a partire dal 1295) ad entrare attivamente e coscientemente nella vita politica della sua città. La sua carriera politica raggiunge l’apice nel 1300 quando diviene di essere un Guelfo di parte bianca, viene eletto Priore (la carica più importante Di Firenze): il sommo poeta fu un politico moderato, convinto sostenitore dell’autonomia della città di Firenze, che doveva essere libera dalle ingerenze del potere del Papa. L’anno successivo, il papa Bonifacio VIII decide di inviare a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con l’intenzione nascosta di eliminare i Guelfi bianchi dalla scena politica. D. Alighieri e altri due ambasciatori si recano dal Papa per convincerlo a evitare l’intervento francese, ma era troppo tardi! D. era già partito da Firenze quando Carlo di Valois entrò nella città e sostenne il potere dei Guelfi neri: il poeta non ritornerà mai più nella sua città natale, fu condannato, ingiustamente, all’esilio. Per Dante l’esilio rappresenta un momento di sofferenza e di dolore e al tempo stesso uno stimolo per la sua produzione letteraria e poetica: lontano da Firenze può vedere in modo più nitido la corruzione, l’egoismo, l’odio che governano la vita politica, civile e morale dei suoi contemporanei. La denuncia e il tentativo di indirizzare di nuovo l’uomo verso la retta via sono per lui l’ispirazione di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia. Negli anni dell’esilio, D. viaggia per l’Italia centrale e settentrionale, chiede ospitalità alle varie corti (va a Forlì, a Verona, in Lunigiana dai signori Malaspina) continua a sostenere le sue idee politiche nella figura dell’imperatore Arrigo VII, possibile portatore di pace nella penisola italiana (1310); ma di nuovo la speranza svanisce con la morte improvvisa dell’imperatore nel 1313. Negli ultimi anni visita la corte di Can Grande della Scala, a Verona, e di Guido Novello Da Polenta, a Ravenna nel1318 e vi muore nel 1321. “La Divina Commedia”, scritta dal 1306 e il 1321, è il capolavoro di D.. Essa è anche l’opera che racchiude tutta la sua esperienza umana, civile, politica, spirituale e poetica. E’ composta da tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna delle quali comprende 33 canti, scritti in terzine di endecasillabi, eccetto l’Inferno che contiene un canto in più quale prologo all’intera opera. L’Inferno viene completato probabilmente verso il 1309, il Purgatorio verso il 1312, il Paradiso verso il 1318; tuttavia Dante lavora sulla Commedia fino alla morte. E. e D. sono due uomini illustri, studiati ed ammirati da milioni di studiosi, studenti e cittadini qualunque di ogni pare del pianeta Terra. Per millenni ancora i due sommi poeti latini splenderanno nell’universo culturale dell’Homo sapiens, le loro opere sia immortali che universali e non credo che la cultura anglosassone ne abbia prodotti di migliori, nonostante oggi detenga le università migliori del mondo come valuta ogni anno l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). «L’utilità dell’inutile» è il titolo di un fortunato bestseller, pubblicato in francese nel 2013 e tradotto in numerose lingue – incluso, in prossima edizione, il romeno – di Nuccio Ordine, illustre specialista di studi sul Rinascimento e direttore, insieme a Smaranda Bratu Elian, della «Biblioteca Italiana» edita da Humanitas. Le discipline umanistiche, ritenute «inutili» nella logica mercantilistica della nostra società, sono invece indispensabili per il miglioramento di sé e la crescita dell’umanità. Questi alcuni degli assunti espressi e approfonditi nell’intervista realizzata da Smaranda Bratu Elian. «La comunità romena in Italia è in questo momento solamente una nozione. Esiste solo al livello della coscienza collettiva italiana ed è percepita, in generale, negativamente. I romeni d’Italia di oggi sono molto numerosi, molto eterogenei e molto dispersi, senza che si abbia la coscienza di una comunità». In questi termini si presenta la percezione dei romeni in Italia secondo lo storico Ioan-Aurel Pop, già direttore dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistică di Venezia dal 2003 al 2007. L’intervista con il professor Pop dell’Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoca analizza accuratamente anchela ricezione della cultura e della storiografia romena in Italia, la risonanza delle pubblicazioni periodiche specialistiche dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia – l’“Annuario” e i “Quaderni” – negli ambienti culturali e scientifici italiani. Ma prende le mosse proprio da un’analisi dell’attuale profilo ed evoluzione socio-culturale della comunità romena nella Penisola. Il suo prolungato e ben qualificato legame con la realtà italiana Le offre un privilegiato punto di osservazione. Come Le pare che venga percepita la cultura romena in Italia? Spesso con un certo interesse, persino esotico in alcuni. La gente è curiosa di sapere di più anche dei romeni, dal significato del loro nome fino alle loro creazioni rappresentative. Purtroppo, negli ultimi anni sono apparse almeno due drastiche limitazioni, tali da impedire seriamente questa percezione. La prima limitazione proviene dalla “fama” di persone in conflitto con la legge, che parecchi dei nostri compatrioti si sono guadagnati e che viene estesa a tutti i romeni. La seconda implica qualcosa di più profondo e consiste nella promozione di alcuni programmi inadeguati, di interesse strettamente elitario, di ristrettissimo respiro. Non dobbiamo dimenticare che la grande massa del pubblico, potenziale ricettore di cultura, ha un livello di preparazione relativamente ridotto e che non conosce le cose elementari sulla Romania, così come non è in grado di sentire la differenza tra una lingua slava e una romanza. In altre parole, credo che porti maggior vantaggio una semplice conferenza sulla Romania, eventualmente presentata in power point, di fronte a degli studenti di liceo o degli “studenti di terza età”, senza troppe spese.
Bibliografia stesso autore:
-13 saggi e 800 articoli su riviste e quotidiani di100 articoli e 4 saggi dedicati alla RTomania: Italia e Romania:”Geografia Analogie Regionali e di Ecologia Umana”, Sapere Edizioni; con le edizioni online, leolibri.it: Sguardo su Deva e sulla Judet Hunedoara; Dai Daci ai Daco-Romani di ieri e di oggi; Vampiri e Romania.
-Mihai Eminescu apàra limba romàna cu pretul tinerei sale vieti, habsburgii punerand la cale otràvirea lui/5, Banchetul, Revista de cultura, Petrosani, Anu II nr. 16-17-18 (april-mai-junie) 2017
-Mihail Eminescu difese la lingua romena al costo della giovane vita, gli Asburgo lo fecero avvelenare, Il Mezzogiorno, 11.02.2017; Omaggio a Deva e alla Transilvania, Il Mezzogiorno del 15 febbraio 2018; Per l’Università Ecologica ”Traiano” di Deva in Transilvania. Il Mezzogiorno 14/03/ 2018- Per l’Università Ecologica ”Traiano” di Deva in Transilvania. Il Mezzogiorno 14/03/ 2018; La Romania tra tradizione pasquale con uova rosse e innovazioni, Il Mezzogiorno, 4 aprile 2018; San Giovanni da Capestrano nel castello di Hunedoara, Il Mezzogiorno del 28 aprile 2018; Papa Francesco in Romania, Il Mezzogiorno, 14 luglio 2019; Un pezzetto di una navicella spaziale extraterrestre di 250mila anni, Il Mezzogiorno del 29 marzo 2019; L’Ambiente della Romania con Marmosim, un’azienda all’avanguardia tecnologica ed artistica, Il Mezzogiorno del 15 maggio 2018