ROSARIO LIVATINO, IL GIUDICE SANTO

(di Paolo Mesolella -MIRACOLI) IL PROCURATORE DEL TRIBUNALE DI NAPOLI NORD E VICEPRESIDENTE DEL CENTRO STUDI LIVATINO HA PUBBLICATO UN LIBRO SUL MAGISTRATO ANTIMAFIA CHE SARA’ BEATIFICATO QUESTA MATTINA
Grazie ad un interessante saggio del dott. Domenico Airoma, Procuratore aggiunto del tribunale di Napoli nord e vicepresidente del Centro Studi “Livatino”, in questi giorni si ritorna a parlare di Rosario Livatino, il giovane magistrato del tribunale di Agrigento, assassinato dalla mafia a soli 28 anni. Il giudice Livatino è morto ad Agrigento la mattina del 21 settembre 1990, lungo la statale 640, sotto i colpi di arma da fuoco di quattro sicari della “Stidda” agrigentina, l’organizzazione mafiosa che si opponeva a Cosa Nostra, mentre si recava a lavoro, senza scorta, con la sua Ford Fiesta rossa. “Che vi ho fatto?”, disse guardando in faccia i quattro giovani killer mentre lo uccidevano. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava e grazie alle sue dichiarazioni furono individuati gli assassini. La scena del delitto
Il giudice “ragazzino”, in realtà, già aveva alle spalle dodici anni di carriera: era stato magistrato a Caltanisetta prima come pubblico ministero e poi come giudice. Da PM svolse inchieste sulla politica e sulla tutela dell’ambiente, indagini patrimoniali e bancarie, da giudice portò a termine le prime confische dei beni ai mafiosi e avviò la pratica dei testimoni di giustizia.
Quel mattino di settembre, il giudice Livatino stava percorrendo il viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla citta’ dei templi, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancarono costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada. I sicari poi spararono numerosi colpi di pistola. Lui tentò una fuga disperata. Sceso dalla macchina, cercò scampo nella scarpata, ma fu ammazzato con una scarica di colpi che lo colpirono al volto. Sul luogo del delitto arrivarono l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone da Palermo, Paolo Borsellino da Marsala e Pietro Grasso da Roma. Qualche anno prima, il 29 luglio 1983, a Palermo, in via Pipitone, avevano ucciso Rocco Chinnici, e due anni dopo, con un’autobomba, avrebbero ucciso anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
La vita Si era laureato in giurisprudenza all’università di Palermo il 9 luglio 1975, a soli 24 anni. In quegli anni era in crisi il positivismo giuridico, secondo cui le leggi non sono giuste o ingiuste per il loro contenuto, ma in base al vantaggio che rappresentano per i governanti. Come diceva Trasimaco a Socrate nella “Repubblica” di Platone: “La giustizia consiste sempre nella stessa cosa: in ciò che giova al più forte”. Ma questo per lui allontanava il diritto dalla morale. Il giudice Livativo infatti si ispirava alla Costituzione “Gaudium et Spes”, secondo la quale la legge è giusta se necessaria al bene comune della società. Quando invece soddisfa solo gli interessi dei forti e dei potenti non è una vera legge, ma una “corruzione” di essa. Perché deve privilegiare l’etica sociale a quella individuale e deve perseguire il bene comune.
“La legge dello Stato, scrive Livatino, non può consentire che una persona tolga la vita ad un’altra persona (come nell’aborto o nell’eutanasia), oppure che spezzi l’indissolubilità naturale del matrimonio. La vita appartiene alla sfera dei beni indisponibili che nemmeno lo Stato può negare. Di qui la sua opposizione alla fecondazione artificiale ed il suo favore verso l’obiezione sanitaria contro l’aborto. La giustizia, per il giudice Livatino, deve essere perfezionata dalla carità e deve avere una funzione riabilitativa sul condannato. Il giudice mentre giudica deve avere fiducia nella funzione rieducativa della pena.
“Rosario Livativo, scrive il procuratore Airoma nel suo libro edito da Shalom, è un giudice santo.
Perché nella sua vita è possibile vedere l’essenza della santità. Non quella fatta di gesta eroiche, ma per la fedeltà con cui ha cercato di compiere ogni giorno la volontà di Dio nei suoi doveri quotidiani. Perché, come scrive José Seraiva Monferrato nel suo libro “Come si fa un santo” Edizioni Piemme: “La santità consiste non tanto nel fare cose straordinarie, ma nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita di tutti i giorni”. E il Giudice Livatino portò la sua fede nel suo delicato lavoro a difesa dei più deboli.
Durante una conferenza che tenne nell’aprile del 1986 presso l’istituto delle Suore Vocazioniste a Canicattì, disse:”Fede e diritto impongono delle scelte impegnative e poco alla moda. Fra le decisioni, le scelte più difficili sono sicuramente quelle che hanno a che fare con il diritto alla vita, soprattutto in presenza di leggi che vogliono introdurre nel nostro ordinamento un diritto all’eutanasia o la manipolazione degli embrioni umani. Anche il non credente ha fondate motivazioni per opporsi: la vita umana è tutelata dal diritto naturale che nessun diritto psitivo può violare e contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni indisponibili che né i singoli né la collettività possono aggredire”. Di qui l’importanza data all’obiezione di coscienza e all’obiezione sanitaria contro l’aborto… Ma il giudice Livatino si interessò di problemi ancora più scottanti: come Pubblico Ministero svolse inchieste sulla politica, sulla tutela dell’ambiente, indagini patrimoniali e bancarie, da giudice portò a temine le prime confische dei beni ai mafiosi e fece parte con Falcone e Borsellino della DIA, la Direzione Investigativa Antimafia. Giustizia e carità
Fu un giudice cattolico e santo nell’accezione più profonda del termine. Si può essere giudici e misericordiosi, diceva, se si ha rispetto della dignità di chi ci sta di fronte.
Per lui occorreva superare la giustizia con la carità. Scrive: “La giustizia è necessaria ma non sufficiente, deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore verso il prossimo e verso Dio…”. Perchè, in fondo, la legge, pur nella sua oggettiva identità, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge.
Le due relazioni – Di Livatino ci sono rimaste due relazioni e le sue agende.
La prima relazione ”Il ruolo del giudice nella società che cambia”, è quella tenuta il 7 aprile 1984 al Rotary Club di Canicattì davanti agli studenti del Liceo “Foscolo” che lui stesso aveva frequentato. In essa Livatino parla dell’indipendenza dei giudici e affronta i quattro aspetti che caratterizzano il ruolo del magistrato nella società attuale: i rapporti tra il magistrato ed il mondo dell’economia e del lavoro, i rapporti tra il giudice e la politica, l’immagine pubblica del magistrato, il problema della responsabilità dei giudici.
La seconda conferenza, invece, “Fede e diritto”, tenuta il 30 aprile 1986, nell’istituto delle suore vocazioniste di Canicattì, è particolarmente illuminante. Spiega: ”Compito del magistrato è quello di decidere. Decidere è scegliere… e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà disposto a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamenti da superuomo… Compito del magistrato quindi è quello di dare alla legge un’anima..” e di essere coerente tra la teoria e la pratica, perché “alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”.
L’ agenda – Nel prato lungo la superstrada dov’era caduto agonizzante nel tentativo di sfuggire al commando mafioso, fu trovata la sua agenda. Su di essa, nella prima pagina, c’era la sigla “S.T.D.”, sub tutela Dei, scritta in rosso: una dichiarazione di fede e di vita. Per il suo difficile lavoro di giudice e di magistrato antimafia chiedeva l’aiuto e la protezione di Dio.
Servo di Dio – Nel 1993 l’ arcivescovo di Catania Luigi Bommarito, già vescovo di Agrigento, incaricò la signora Ida Abate, insegnante del giudice, di raccogliere testimonianze per avviare la causa di beatificazione. Poi il tribunale ha ascoltato i testimoni: colleghi, compagni di scuola, insegnanti , avvocati, dirigenti di polizia e ufficiali dei carabinieri che lo avevano conosciuto.
Il 15 settembre 2009, poi, la curia ha inviato in Vaticano l’esito del lavoro svolto dalla comissione diocesana dando l’ incarico di Postulatore della causa di beatificazione a don Giuseppe Livatino, parente del giudice, che il 14 settembre 2009, ha comunicato al Giornale di Sicilia:”E’ stato accertato all’unanimità che gli scritti del magistrato sono la testimonianza di una fede profonda e di un forte attaccamento ai valori cristiani, requisiti essenziali per aprire una pratica di beatificazione”. Il 19 luglio 2011 l’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, firma il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione che viene aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico a Canicattì.
I pentiti di mafia – Il 30 giugno 2016 il pastore Gaetano Puzzandaro, uno dei suoi killer, si pente e chiede perdono inviando, dal carcere di Opera, una lettera riservata all’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro. Qualche mese prima, il 20 aprile 2016, anche Domenico Pace, il killer che gli sparò il colpo finale, aveva chiesto perdono dal supercarcere di Sulmona inviando una lettera al Papa, all’Associazione Amici del giudice Livatino e a don Giuseppe Livatino postulatore della causa di beatificazione. Tra i testimoni anche Michele Emiliano, sindaco di Bari che nel 1985, a soli 26 anni, fu collega di Livatino nella Procura di Agrigento, Luigi D’Angelo, attuale Presidente del Tribunale e Salvatore Cardinale Presidente della Corte di Appello di Caltanissetta.
Il miracolo – Intanto è arrivato anche “il miracolo”: una donna, Elena Valdetara, ha testimoniato di essere stata guarita da una grave forma di leucemia, proprio grazie all’intervento prodigioso del giudice Livatino che le sarebbe apparso in sogno. Elena Valdetara è una donna bresciana affetta dal Morbo di Hodgkin che, intorno al ’93, quindi tre anni dopo il suo assassinio, ha sognato Rosario in abiti sacerdotali, che le preannunciava che sarebbe guarita e avrebbe celebrato 25 anni di matrimonio. Oggi la donna sta bene e conduce una vita normale. Elena ha pensato che era stata aiutata del giudice Livatino perché qualche anno dopo ha visto per caso un inserto del Corriere della Sera in cui si parlava del giudice Livatino e, nella foto, ha riconosciuto l’uomo che le era apparso in sogno. Il 12 settembre 2013, il giornal LiveSicilia, accenna ad un’altra guarigione e scrive: “Arriva dalla Puglia la notizia che parla della guarigione di una donna dovuta, secondo la protagonista della vicenda, a Rosario Livatino. La donna in questione ha 50 anni, era affetta da leucemia ed è guarita, grazie all’apparizione del giudice canicattinese. Non è la prima volta che accade un evento del genere, un altro caso è infatti quello del 1993 con un’altra donna, Elena Valdetara Canale, che era affetta da una leucemia che l’avrebbe condotta secondo i medici a morire entro un anno e mezzo. La malattia aveva portato la donna, dopo 3 anni, al punto di non essere autosufficiente, fino a quando un giorno gli apparve il “giudice ragazzino”, da quel giorno le condizioni della signora Valdetara Canale cominciarono a ristabilizzarsi fino ad arrivare alla guarigione”.
BOX 1 Papa Woitila incontra i genitori Il 9 maggio 1993 papa Giovanni Paolo II, durante la sua visita apostolica ad Agrigento, incontrò i genitori di Livatino nel palazzo vescovile. Fu un incontro silenzioso. Il papa rimase turbato nel vedere i due anziani genitori piangere come bambini e al termine della messa nella Valle dei Templi, prese il microfono e disse: “Dio ha detto non uccidere… e nessuno può calpestare questo diritto santissimo di Dio! Nel nome di Cristo io dico ai responsabili… convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”. Un invito alla conversione, a cambiare vita, perchè ogni uomo dovrà rendere conto del suo operato a Dio. Anche papa Francesco il 17 giugno 2014 parlerà di lui ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura, e ricorderà la sua testimonianza, il suo coraggio nel difendere la dignità della persona umana.
Box 2 Il Centro Studi Livatino
Un gruppo di giudici, avvocati e docenti universitari, (con presidente l’avv. Mauro Ronco, e vicepresidenti i giudici Alfredo Mantovano e Domenico Airoma), sull’esempio del giudice Livatino hanno dato vita ad un Centro Studi a lui intitolato per dare alla giustizia un volto più umano e cristiano nell’epoca del cosidetto diritto mite, versione giuridica del pensiero debole: mite con i forti e forte con i miti. Un luogo di riflessione sui temi scottanti della vita, della famiglia, della libertà religiosa e sull’ideologia del gender. Il centro pubblica anche una rivista on line all’indirizzo www.centrostudilivatino.it
Box 3 A dicembre 2009 Gela gli ha dedicato il suo Palazzetto dello sport «I ragazzi siciliani disse il ministro Alfano durante l’inaugurazione, non hanno bisogno di lezioni antimafia ma di esempi. Rosario Livatino lo è stato. Incarna il modello esemplare di magistrato da cui tutti vorrebbero essere giudicati. Non amava stare sotto i riflettori, non rilasciava interviste. Intitolargli un palazzetto dello sport è un modo intelligente per mantenere vivo il ricordo di un grande giudice». Dopo 19 anni dall’omicidio con una cerimonia ufficiale gli è stata intitolata anche la “sala verde” del Ministero della Giustizia. A Niscemi poi, in suo onore, è nato un Centro d’accoglienza per diversamente abili.
Box 4 Il testimone . Alle 8.20 di quel 21 settembre 1990, Pietro Nava, bergamasco, responsabile delle vendite nel Sud per una ditta di Asti, buca una gomma della sua auto sulla discesa di Enna. Vede una macchina col vetro distrutto, “qualcosa di azzurro” che scappava, una persona che saltava il guard – rail con una pistola in pugno, un altro col casco vicino a una moto. “Qualcosa di azzurro” che scappava: era il giudice Rosario Livatino mentre veniva ammazzato dalla mafia in quella scarpata. Pietro Nava non si e’ girato dall’altra parte, e’ andato dalla polizia e ha identificato i killer.