LETINO. Con l’artista Stolu muore un pezzo del paese più in alto dei monti del Matese.

(di Giuseppe Pace, nativo di Letino). E’ morto l’artista letinese della pietra, Luigi Stocchetti (Stolu). A dirmelo un’ora fa, per telefono, è stato suo cugino da Caserta Mario Stocchetti, fratello dell’ex Sindaco letinese morto a 76 anni alcuni anni fa, a Caserta e che con Stolu aveva lo stesso nome e cognome. Stolu è morto nel paesetto matesino, Letino, dov’era nato nel 1940. Ho pensato di scrivergli un necrologio, come feci per l’omonimo suddetto, anche perché, giorni fa rientrando dalla Tunisia, avevo osservato il gruppo di escursionisti sulla cima di Miletto e tra i tanti vi era Stolu (il primo seduto, per chi osserva, a sinistra in basso la foto allegata). Riporto pertanto la foto dopo una delle opere artistiche di Stolu esposta nel belvedere letinese all’ingresso del paesetto proveniente da Gallo Matese con vista sul lago sottostante. Segue l’invito a pensare all’aldilà di sant’Agostino d’Ippona (Algeria), che visitò alcuni decenni dopo San Cipriano, che fu martirizzato a Cartagine come colto vescovo cristiano nel 258 d. C.. L’artista della pietra letenise, Stolu, aveva esposto le sue opere artistiche in vari ambienti sociali e culturali compreso quello dell’ASMV di Piedimonte Matese, quando era presieduta dal Filosofo e Storico Dante B. Marrocco, personalità eccellente piedimontese da me descritta in “Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio”. Stolu dopo una vita vissuta in parte da vedovo con figli piccoli da crescere, a 81 anni, ci lascia come un pastore che raggiunge parte della sua perfezione artistica in cielo. Luigi ha interpretato appieno la sua indole semplice, popolare e di figlio di pastori letinesi veraci. Tra pastori e contadini c’è una notevole differenza d’indole? Lenin diceva che i contadini erano tutti monarchici, molto legati alle tradizioni, pertanto ammoniva gli altri bolscevichi a diffidarne sia durante che dopo la sua Rivoluzione d’Ottobre del 1917. In effetti dietro gli ufficiali nobili dell’armata bianca combattevano schiere di contadini russi contro l’armata rossa costituita da metalmeccanici, minatori e soldati: indottrinati da filosofi e politicanti seminatori delle idee espresse nel Capitale dal borghese (più optimates che populares, direi), tedesco, C. Marx. Sembra che tra pastori e contadini ci sia una notevole differenza di sensibilità culturale anche se, a mio giudizio è, in fondo in fondo, solo una questione di Homo sapiens impregnato un po’ dell’ambiente sociale e culturale nel quale vive. L’indole è un’altra cosa e gran parte di essa è iscritta nel Dna di ciascuno. Come Stolu anch’io sono un filosofo pastorale letinese, che scrive anche, sia pure in modo imperfetto come lo era Stolu per l’arte della pietra, che gli ha fatto mietere non pochi riconoscimenti da persone qualunque e intenditori non solo del Sannio nativo. Fino all’epoca delle moderne migrazioni, che per i letinesi sono iniziate a fine 1800 con alcuni emigrati in Argentina, lassù sulle montagne più alte del Matese si restava dalla nascita alla morte. Qualcuno non è mai uscito dal perimetro territoriale letinese né è mai salito sulla cima dei molti monti circostanti il paesetto di Letino per scrutare oltre il limitato paesaggio ed orizzonte. Per Stolu, invece, c’era stato un breve periodo d’emigrazione ma il richiamo della nostalgia canaglia lo ha fatto rientrare nei ranghi pastorali, ma con la variante artistica. Si è messo a fare lo scultore fin da piccolo dapprima osservando le pietre alle Secine dove avevano la masserie i suoi genitori, poi ha iniziato a incidervi sopra creando pian piano una sua arte di scultore di rocce. Dunque delle litografie originali che lasciavano intravvedere opere artistiche tipiche dell’arte popolare rupestre, quasi come le pietre della Valle Camonica. Solo che in Valle Camonica sono state incise con altre pietre e Stolu nell’alta valle del Lete, si serviva, negli ultimi anni, anche di mezzi meccanici. Egli mi ricorda l’artista Sannita di Bojano, Mario Cavaliere, che scolpiva con martello e scalpello anche le pietre da cui ricavava guerrieri sanniti delle Forche Caudine, soldati morenti al fronte, valigie d’emigrante, cinghiali, fontane, pacchiana bojanese e fauna del Trattura Pescasseroli-Candela, che presentò in mostra a Santa Croce del Sannio (BN) invitandomi a scendere da Padova per relazionare su “Fauna e flora dell’Alto Sannio”. Fu sollecitato al gradito invito oltre che da un mio articolo su di una rivista patavina con respiro nazionale ed oltre (Risorse, salute e ambiente del Centro Studi Uomo e Ambiente n. 12/1990), anche dal Direttore dell’Istituto Storico dell’indigeno ed europeista G. M. Galanti, Don Enrico Narciso, autore di saggi e promotore di convegni sulla Transumanza, ora riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. Stolu, l’artista letinese, come Cavaliere incideva superficialmente le pietre piccole e grandi, dunque un’arte semplice, primitiva, direi Sannita. Solo che Cavaliere oltre a cimentarsi anche col bronzo plasmava pure l’argilla ricavandone oggetti e animali meravigliosi come l’aquila che vola con un piccolissimo agnello tra gli artigli e il serpente che succhia il latte dalle mammelle della vacca. Ricordo a fine anni Cinquanta, alle Secine di Letino (toponimo di segala e dolina carsica dove nasce il fiume Lete) Stolu, che, insieme al suo coetaneo Giuseppe Di Cecco, imballava fieno che aveva falciato mio padre in terreni affittati per lo sfalcio dell’erba e che poi rivendeva il fieno in inverno agli allevatori intensivi alifani, venafrani, ecc.. A Letino la pastorizia è sempre stata estensiva e transumante fino a Marcianise, Teano e a Candela lungo lo storico Tratturo Pescasseroli-Candela, che utilizzava anche mio nonno omonimo paterno, morto nel 1937. Nell’arte di Stolu c’era il suo mondo semplice di pastore e filosofo letinese, anche se a sentirlo parlare di politica aveva sposato appieno il mito dell’infantilismo anarchico e perseguiva l’egalitarismo dogmatico marxoide. Non tutti i suoi conterranei hanno creduto alla sua arte, alcuni invitavano a non promuoverlo per evitare che si auto incensasse a Michelangelo letinese. Forse i filosofi marxisti più di Stolu che avevano letto e riletto libri di Sinistra e solo quelli, all’inizio lo hanno incentivato a scolpire, altri, compreso qualche prete i servizio a Letino, non pare. Stolu era una persona onesta, semplice, notevolmente fantasioso ed anche con un senso sacrale spiccato. Credeva in una religiosità popolare che si tramanda di madre in figlio e nipote a Letino, come lo fu per mia nonna paterna che ci insegnava a recitare l’Angelo custode prima di dormire alla masseria Canale, guardando il cimitero in alto, allora poco illuminato. In quel cimitero ci sono tutti i letinesi “passati a migliore vita” dal 1888, prima erano sotto i pavimenti delle chiese come altrove nel Sannio Pentro, di cui Letino è parte geostorica. Su questo media ho scritto un necrologio a suo cugino omonimo ed ex sindaco di Letino, che propose di spostare il camposanto fuori del castello medievale scontrandosi con il pensiero dominante locale e dovette desistere. Eppure proponeva un rilancio turistico del castello a fini turistici e avrebbe voluto spostarlo di poche centinaia di metri verso le Pietre Carrate, pare. L’ex Sindaco omaggiò più di me la tomba di Bettino Craxi ad Hammamet in Tunisia (dove fu sepolto ne 2000) e dove sono stato da poco anch’io ad osservare ed ascoltare d’ambiente socioeconomico tunisino prima e dopo che il Presidente tunisino decidesse il golpe di congelare il Parlamento per un mese? Stolu, a differenza del cugino più colto e scolarizzato fino alla laurea in Giurisprudenza, si vedeva espressione del popolo e non del ceto medio o piccola borghesia come siamo tutti noi che non esercitiamo lavori manuali dipendenti Il cugino colto lo riconosceva come riconosceva la profonda differenza tra essere socialisti e comunisti, mentre Stolu e altri filosofi letinesi si consideravano popolari e antiborghesi, semplificandone i significati. Borghese era l’abitante del borgo presso il castello del nobile feudatario medievale, da cui poi sono sorte le arti liberali: notai, medici, avvocati, professori, ingegneri, veterinari, ecc.. Dai cittadini, non più sudditi, ignoranti e creduloni su cui i furbi soffiano menzogne e dicerie (poca favilla gran fiamma asseconda direbbe il sommo poeta) delle arti liberali è nata la democrazia moderna piena di difetti da perfezionare. Da cambiare pure il termine costituzionale di popolo e mettere cittadino, che è meno credulone e più capace di decidere il proprio destino anche nei feudi elettorali moderni dove si scambiano favori non legittimi con voti: esempio di democrazia patologica. Ma questo è il momento dei morti e il pensiero più che al drammaturgo inglese W. Shakespeare, che pure riporto, mi piace ricordare Stolu con Agostino d’Ippona che parlava di luce intensa come di luce e di energia parla lo scienziato veneto Federico Faggin, che cerca la Coscienza o Consapevolezza nei quanti d’energia della meccanica quantistica, più che nella memoria ancestrale del mito, pure dell’acqua del fiume Lete, da me decantato in poesia su di una rivista internazionale insieme ad altri 9 fiumi in una raccolta di “10 canti fluviali”. Vita mutatur non tollitur (la vita muta ma non muore) è una bella espressione che richiama sia gli scritti sui morti cristiani che, in parte direi, I. Mendeleev, padre della tavola periodica degli elementi chimici, che riteneva i viventi semplicemente come “diversa composizione degli elementi chimici”.