LA CORRUZIONE IN GERMANIA

(di Giuseppe Pace, saggio Tratto dal libro: ”La Germania tra cultura e natura. Ecologia umana del Baden W.” , casa editrice online leolibri.it di Giuseppe Pace, nostro collaboratore.
Luoghi comuni presentano un ambiente tedesco socialmente onesto, ma l’economia in nero (351miliardi annui contro i 333 dell’italia) e la corruzione (250 mliardi annui contro i 60 dell’Italia) allignano come, e forse peggio, dell’Italia, che non nasconde i suoi sottostimati 60 miliardi annui di corruzione nella sua Pubblica Amministrazione e con fenomeni malavitosi di mafia, ndrangheta, sacra corona unita e camorra che sono endemici in parti ben note della Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Da un colloquio riservato con una colta guida tedesca, che non nascondeva nulla per fare capire la Germania, lo scrivente ha avuto la conferma della diffusa corruzione anche in Germania. Manfred Weber, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, aveva stampata in volto quando, replicando al discorso di inaugurazione del semestre di presidenza italiana dell’Europa di Matteo Renzi, gli ha rinfacciato di “chiedere soldi in cambi di riforme. E poi come facciamo ad essere sicuri che le facciate?” Dubbio legittimo, ma non sempre la Germania è quel monolite di etica che si vuol far credere. Ha un’immagine impeccabile e un volto sempre ben rasato, ma la Germania è molto più simile all’Italia di quanto Weber non creda. E lo è in un campo nel quale noi passiamo per specialisti, con un know-how consolidato: la corruzione. Forse Weber non ricorda un episodio interessante capitato al Parlamento europeo. Nikolaos Chountis, europarlamentare greco di Syriza (lista Tsipras), riceve dal tedesco Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo e candidato del Pse alla presidenza della Commissione, una risposta che non s’aspettava. Un anno prima la Commissione europea aveva messo nero su bianco che tra i Paesi europei solo la Germania e l’Austria non avevano ancora recepito nel proprio ordinamento né la convenzione anti-corruzione europea né quella dell’Onu. Chountis prende carta e penna per chiedere a Schulz di sapere se l’Europa avesse fatto, o avesse intenzione di fare, pressioni su Berlino perché le adottasse. Voleva anche sapere quali fossero le giustificazioni della Germania per non averlo ancora fatto e se era vero quanto scritto dal settimanale tedesco Der Spiegel e, cioè, che il presidente della Confindustria tedesca, Ulrich Grillo, era coinvolto in una serie di pagamenti di tangenti in Grecia quando era a capo delle società Rheinmetall e Stn Atlas. Dopo un anno la risposta di Schulz è stata lapidaria: l’interrogazione “eccede le competenze della Commissione” quindi è “inaccettabile”. Se avesse voluto rispondere, Schulz avrebbe dovuto mettere sul banco degli imputati il suo Paese e approfondire verità imbarazzanti come il sommerso di Berlino. Gli scandali Mose e Expo sembrano confermare la teoria “italiani popolo di mazzettari”. Una teoria che porta dritto dritto verso una specie di autorazzismo che vuole gli italiani “antropologicamente inferiori dal punto di vista etico” rispetto, ad esempio, alla Germania che passa per essere il Paradiso dell’etica pubblica. È così? Partiamo dai numeri. Uno dei più importanti studi che comparano l’economia sommersa dei Paesi europei viene pubblicato periodicamente a cura della Visa Europe, realizzato dalla società di consulenza internazionale At Kearney, con la supervisione scientifica di Friedrich Schneider, professore all’Università austriaca di Linz e massimo esperto continentale della cosiddetta “shadow economy”. I suoi studi e i suoi saggi sono alla base dei documenti dell’Eurostat e dell’Ocse che si occupano della materia. I risultati dello studio sono qui e il dato più importante è che, in valori assoluti l’economia sommersa tedesca è la più consistente di tutti i Paesi europei: 351 miliardi di euro pari al “nero” di Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Irlanda e Austria messe insieme e superiore di circa 20 miliardi al “nero” italiano che è stimato in 333 miliardi. Strano che la Germania passi per essere come l’Eden degli onesti, perché i dati non dicono questo: dicono che l’economia “non osservata” tedesca è la più grande d’Europa. Per “economia non osservata”, familiarmente chiamata in italiano “nero”, si intende sia l’economia criminale vera e propria sia, soprattutto, l’economia non criminale che sfugge ai controlli (in particolare del fisco) come, ad esempio, il lavoro non regolare, la mancata fatturazione o la sottofatturazione. Ma prendere i valori assoluti non basta: vanno messi anche in relazione al Prodotto Interno Lordo di un Paese perché è evidente che il 13% di economia sommersa della Finlandia non equivale allo stesso 13% di economia sommersa della Germania: infatti nel primo caso si tratta di appena 26 miliardi di euro e nel secondo di 351. L’Italia, avendo un’economia più piccola di quella tedesca, ha un rapporto sommerso/Pil più alto, cioè il 21% rispetto, appunto, al 13% tedesco. Il rapporto tra economia sommersa e Pil dell’Italia è uno dei più alti e, d’altra parte, gli scandali grandi e piccoli che emergono quotidianamente sono lì a dimostrare che siamo il Paese più corrotto d’Europa mentre la Germania passa per essere popolata da manager e dipendenti pubblici puri come gigli di campo. Corruzione alla tedesca. Friedrich Schneider (unica fonte presa come riferimento in modo da non fare confusione con altre metodologie di indagine su un tema così difficile da maneggiare) ha valutato anche il peso della corruzione nei vari Paesi europei e il risultato è che, nel 2012, le mazzette tedesche hanno pesato 250 miliardi di euro rispetto ai 280 miliardi dell’Italia. La Corte dei Conti, però, valuta il valore della corruzione italiana in 60 miliardi, non in 280. Peccato, però che il dato dei 60 miliardi sia praticamente inventato perché sono il risultato di una proporzione tra il valore stimato della corruzione mondiale con il Pil italiano. Un esercizio di pura matematica senza nessuna base scientifica, ma che continua ad avere libera circolazione nel dibattito pubblico. Ma oltre alle statistiche economiche anche quelle giudiziarie, sono interessanti. Secondo un recente rapporto della Commissione europea le denunce per corruzione in Germania nel 2011 sono state 46.795: il triplo rispetto alle 15.746 dell’anno precedente. In Nord-Westafalia i casi sono passati da 6089 del 2010 a 40.894 del 2011. Ovviamente c’è una spiegazione. Se si va a vedere il testo originale del rapporto si scopre che decine di migliaia di denunce riguardano un caso di tangenti che ha coinvolto tutti i dipendenti, civili e militari, di una base militare britannica e che vede coinvolti i dipendenti di una concessionaria automobilistica in due distinti processi. Anche il dato del 2010 (15.746 casi) è influenzato da singoli casi specifici. Bisogna andare al 2009 (quando non ci sono stati casi anomali di corruzione che falsano il dato) per avere un numero affidabile ed è 6.354 denunce e va confrontato con quello del 2012: 8.175. Un bel numero, tantopiù se si considera che mentre le denunce di crimini aumentano, le indagini diminuiscono: dalle 1.813 del 2010 si è passati alle 1.528 del 2011 fino alle 1.373 del 2012. Passiamo alle condanne: secondo l’Ocse tra marzo 2011 e il marzo 2013 di tutti i procedimenti anti corruzione, 33 sono stati archiviati per mancanza di prove mentre in 21 processi si è arrivati alla condanna nei confronti, complessivamente, di 141 persone. Di queste 141 persone, 43 sono state ritenute colpevoli di corruzione verso funzionari pubblici stranieri e questo significa che, secondo la giustizia tedesca, appena 138 persone in due anni sono state ritenute colpevoli di aver pagato tangenti all’interno della Germania. Un numero ridicolo se si pensa alla stima di Schneider secondo la quale le tangenti in Germania pesano per 250 miliardi ed è ancora più ridicolo se si pensa che in un solo anno, il 2012, le denunce per corruzione sono state, come detto, più di 8mila. Il confronto con i dati italiani è, a questo punto, d’obbligo. Nel 2011 le denunce per corruzione e concussione e abuso d’ufficio sono state 1820 (1.587 nel 2012, ultimi dati disponibili) mentre le persone condannate per peculato, malversazione, concussione, e corruzione sono state 800. In Italia si denuncia meno, ma si condanna molto di più. Come mai? Il rapporto della Commissione Europea sulla corruzione sembra mettere in relazione abbastanza diretta questa differenza tra denunce (molte) e indagini (poche) in Germania con il fatto che la magistratura tedesca, a differenza di quella italiana, è soggetta al potere politico. In alcuni specifici casi, infatti, il ministero della Giustizia di Berlino ha il diritto di “istruire” il magistrato titolare di un’inchiesta su come condurre le indagini e su quale particolare concentrare le sue attenzioni. E’, quindi, possibile che i magistrati tedeschi siano indirizzati dal governo a trascurare i casi di corruzione per concentrarsi su altri reati. E non sembra che questo stato di cose scandalizzi più di tanto i magistrati stessi: solo il 50% di essi, infatti, vorrebbe l’abolizione del potere di indirizzo delle indagini da parte del governo. Certo, quasi tutti gli indici di corruzione, stando al rapporto della Ue, sono migliori rispetto alla media europea, ma il rapporto fa notare che l’Ocse ha più volte chiesto alla Germania di rendere esecutive le sentenze (poche) che ricadono sotto il reato di corruzione visto che “la maggior parte delle sentenze vengono sospese”. Strano, è la stessa accusa che si rivolge all’Italia. Per di più il Greco, Group of States Against Corruption, nel suo rapporto sulla Germania del novembre del 2012, ha criticato il Paese di Frau Merkel per le sue regole di finanziamento ai partiti poco rigorose (rafforzate nel 2013), per la corruzione dei parlamentari e per gli scarsi progressi nell’abolizione delle raccomandazioni. La truffa delle emissioni truccate che fa tremare la Volkswagen nel mese d settembre 2015 è emblematica della possibile corruzione tedesca che si ripercuote in borsa finanziaria per le furbate competitive della Volkswagen. Una notizia-bomba ha sconvolto il mercato delle case automobilistiche. La Volkswagen, seconda casa di produzione di automobili al mondo, ha truccato i dati di emissione di particelle inquinanti nell’atmosfera. La truffa, che per il volume del risarcimento ipotizzato non ha pari nella storia del settore, è emersa in queste ore, e l’eco della notizia ha già fatto crollare i titoli in borsa del colosso di Wolfsburg, specie dopo la conferma arrivata dall’ad Martin Winterkorn. Per ora la certezza riguarda solamente il mercato americano (dove è stata bloccata la commercializzazione dei modelli di Volkswagen e Audi), ma Berlino si è già mossa per chiedere che vengano effettuate verifiche anche sulle auto vendute in Germania, e non è escluso che l’Europa possa muoversi unita per chiedere ulteriori analisi dei modelli in circolazione sul territorio. Dagli uffici dirigenziali della sede di Volkswagen l’amministratore delegato ha detto in un comunicato di essere «profondamente dispiaciuto» per avere «tradito la fiducia dei nostri clienti e del pubblico. Coopereremo pienamente con le agenzie responsabili, con la trasparenza e l’urgenza, necessarie, per stabilire tutti i dettagli del caso. Volkswagen ha ordinato un’inchiesta esterna». Il caso. La spia che ha fatto accendere i riflettori sulla questione risale allo scorso anno. L’International Council on Clean Transportation, un’associazione no profit che effettua test e analisi specifici sulle emissioni dei veicoli, ha denunciato una disparità tra i risultati delle analisi e gli stessi forniti da Volkswagen. La casa automobilistica inizialmente ha temporeggiato fornendo informazioni vaghe, solo in un secondo tempo, con la discesa in campo dell’EPA ( l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti) ha ammesso le proprie responsabilità. Il trucco. Sotto accusa c’è un sofisticato meccanismo che Volkswagen ha installato sui propri motori diesel, con la funzione di alterare i test delle emissioni effettuati col dinamometro, uno strumento che rileva le emissioni inquinanti. Nel mercato americano sono coinvolti quattro modelli per il periodo di produzione che va dal 2009 al 2015 (Jetta, Beetle, AudiA3, Golf), più le Passat prodotte nel biennio 2014-15. Sembra siano 482mila in totale le auto che le autorità americane hanno chiesto di ritirare dalla circolazione. Alla truffa si aggiunge infatti il danno ambientale, in quanto le auto in questione riportano emissioni di azoto decisamente superiori alla media. 18 miliardi di dollari è la cifra stratosferica che circola in queste ore. Sarebbe sicuramente un record senza precedenti, ma le perdite del gruppo Volkswagen non si fermeranno qui. Le quotazioni in borsa han già bruciato quasi 20 miliardi di euro, registrando un calo che trova solo nel 2008 un precedente avvicinabile. Il titolo ora vale 60 miliardi di dollari, ma potrebbe scendere ulteriormente. Sembra che sia già pronto un piano per il pagamento da presentare agli investitori, ma le perdite potrebbero essere ben più gravi. L’agenzia di rating internazionale Fitch prevede un revisione del valore “A” di affidabilità del marchio, che potrebbe essere modificata al ribasso in seguito alla perdita di credibilità internazionale. Dal quartier generale del colosso tedesco giungono comunicati di scuse. Il dispiacere maggiore risiede nell’aver ingannato i clienti, aver mancato al rispetto della fiducia riposta. La strategia al momento sarà di una collaborazione stretta con le autorità per garantire la massima trasparenza. Quello che rimane davvero poco chiaro sono le ragioni dell’inganno. Volkswagen ha aperto un’indagine interna per identificare i singoli colpevoli dell’accaduto; la spiegazione più naturale si evince constatando che un motore diesel senza emissioni ridotte esprime più potenza e permette una guida maggiormente efficace. In queste ore anche il Dipartimento di Giustizia americano si sta interessando alla vicenda, è infatti possibile che alcuni dirigenti o ingegneri coinvolti più a fondo nell’imbroglio possano rischiare sanzioni penali. Grosso guaio per Volkswagen. Negli USA con certe cose non si scherza e le manipolazioni sui test delle emissioni sono una cosa seria per il Gruppo Volkswagen, tanto che hanno deciso di sospendere le vendite di Golf, Passat, Maggiolino e Audi A3 motorizzati con il 2 litri diesel poiché – come recita un comunicato dell’azienda – “le autorità hanno accertato delle manipolazioni da parte di Vw dei test sulle auto con motori diesel”. Inoltre, un portavoce dell’azienda, parlando con Die Welt ha ammesso che le violazioni ci sono state. Si profilano come minimo scuse pubbliche davanti al Congresso americano, come già fatto da Mary Barra per GM e Akio Toyoda per Toyota. Ma questo non è niente di fronte al rischio di class action da parte dei consumatori e la multa che si ipotizza potrebbe essere di un importo enorme: 18 miliardi di dollari. In pratica, l’Ente per la protezione ambientale americano ha scoperto che il quattro cilindri diesel di VW emette più ossidi di azoto di quanto emerso nei test; responsabile di questo inghippo è un software installato nella centralina, capace di riconoscere le condizioni dei test ed in quel caso attiva delle contromisure per “inquinare” meno, cioè durante la normale circolazione emette questo inquinante da 10 a 40 volte in più. E la presenza di questo programma è stata ammessa da Volkswagen. Una vicenda esplosa e consumatasi nel giro di 48 ore: nella serata di venerdì, l’accusa dell’agenzia per la protezione ambientale americana, che ha puntato il dito contro la Volkswagen, colpevole secondo i rilievi di aver usato sui diesel un software capace di far figurare emissioni inferiori in omologazione. Stamattina, le scuse ufficiali di Martin Winterkorn in persona, che si è detto “profondamente dispiaciuto” per l’accaduto, offrendo “la massima collaborazione e trasparenza”. Le parole di Winterkorn. Una dichiarazione che fa riferimento all’inchiesta esterna annunciata contestualmente dalla Casa: “Sono profondamente dispiaciuto di aver tradito la fiducia dei consumatori e faremo tutto il necessario per riparare il danno che la vicenda ha causato. Non tollereremo altre violazioni dei nostri regolamenti interni e della legge”, ha proseguito l’ad. Come funziona il software incriminato. Lo scandalo dei diesel truccati è scoppiato per via di un particolare software, capace a detta dell’ente governativo (supportato nell’accusa dal California Air Resources Board) di far figurare valori di emissioni molto inferiori a quelli effettivi, che sarebbero invece fino a 40 volte superiori al consentito: il programma, in sostanza, attiverebbe i controlli delle emissioni soltanto in fase di test, disattivandoli nella normale guida stradale. Possibile una multa da 18 miliardi. Per il momento, riporta Automotive News, l’Epa si è limitata a lanciare un monito nei confronti della Casa, che però potrebbe presto andare incontro a una multa salatissima: sommando le ammende per i vari capi d’accusa, il suo valore potrebbe raggiungere i 18 miliardi di dollari (quasi 16 miliardi di euro). L’Epa non rilascia la “certification of conformity”. Nel frattempo, la Volkswagen ha disposto negli Usa la sospensione delle vendite delle vetture model year 2015 equipaggiate con il 2.0 TDI. Dal canto suo, secondo il Detroit News, l’agenzia non ha riconosciuto alla Casa la conformità necessaria per la commercializzazione delle vetture MY 2016 con la stessa motorizzazione: un diniego che varrà fin quando “non arriveranno spiegazioni sul funzionamento di questi veicoli: la Volkswagen non ha illustrato il perché delle emissioni eccessive”, ha osservato l’Epa. Ripercussioni commerciali e sviluppi giudiziari. Una tegola non da poco per Winterkorn e i suoi piani (urgenti) per il rilancio del marchio negli Usa: su quel mercato i diesel rappresentano il 20-25% delle vendite totali, e la sospensione delle vendite si farà sicuramente sentire. Senza contare che, come sottolineato dall’Epa, il Dipartimento di Giustizia di Washington potrebbe entrare in gioco, e avviare un procedimento penale nei confronti del Costruttore. Da Panorama del 3 luglio 2014, di Marco Cobianchi , si riporta l’ampio servizio dedicato alla corruzione in Germania: “Corruzione e tangenti: la Germania peggio dell’Italia”. La Germania passa per essere un Paese onesto, corretto, inflessibile. Ma i numeri dicono il contrario: l’economia sommersa vale 351 miliardi di euro e le tangenti 250. Essere tedeschi ha un vantaggio: si è sempre dalla parte della ragione. È una certezza che Manfred Weber, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, aveva stampata in volto quando, replicando al discorso di inaugurazione del semestre di presidenza italiana dell’Europa di Matteo Renzi, gli ha rinfacciato di “chiedere soldi in cambi di riforme. E poi come facciamo ad essere sicuri che le facciate?” Dubbio legittimo, ma non sempre la Germania è quel monolite di etica che si vuol far credere. Ha un’immagine impeccabile e un volto sempre ben rasato, ma la Germania è molto più simile all’Italia di quanto Weber non creda. E lo è in un campo nel quale noi passiamo per specialisti, con un know-how consolidato: la corruzione. Forse Weber non ricorda un episodio interessante capitato il 15 aprile di quest’anno proprio al Parlamento europeo. Nikolaos Chountis, europarlamentare greco di Syriza (lista Tsipras), riceve dal tedesco Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo e candidato del Pse alla presidenza della Commissione, una risposta che non s’aspettava. Un anno prima la Commissione europea aveva messo nero su bianco che tra i Paesi europei solo la Germania e l’Austria non avevano ancora recepito nel proprio ordinamento né la convenzione anti-corruzione europea né quella dell’Onu. Chountis prende carta e penna per chiedere a Schulz di sapere se l’Europa avesse fatto, o avesse intenzione di fare, pressioni su Berlino perché le adottasse. Voleva anche sapere quali fossero le giustificazioni della Germania per non averlo ancora fatto e se era vero quanto scritto dal settimanale tedesco Der Spiegel e, cioè, che il presidente della Confindustria tedesca, Ulrich Grillo, era coinvolto in una serie di pagamenti di tangenti in Grecia quando era a capo delle società Rheinmetall e Stn Atlas. Dopo un anno la risposta di Schulz è stata lapidaria: l’interrogazione “eccede le competenze della Commissione” quindi è “inaccettabile”. Se avesse voluto rispondere, Schulz avrebbe dovuto mettere sul banco degli imputati il suo Paese e approfondire verità imbarazzanti. Molto imbarazzanti. Gli scandali Mose e Expo sembrano confermare la teoria “italiani popolo di mazzettari”. Una teoria che porta dritto dritto verso una specie di autorazzismo che vuole gli italiani “antropologicamente inferiori dal punto di vista etico” rispetto, ad esempio, alla Germania che passa per essere il Paradiso dell’etica pubblica. È così? Partiamo dai numeri. Uno dei più importanti studi che comparano l’economia sommersa dei Paesi europei viene pubblicato periodicamente a cura della Visa Europe, realizzato dalla società di consulenza internazionale At Kearney, con la supervisione scientifica di Friedrich Schneider, professore all’Università austriaca di Linz e massimo esperto continentale della cosiddetta “shadow economy”. I suoi studi e i suoi saggi sono alla base dei documenti dell’Eurostat e dell’Ocse che si occupano della materia. I risultati dello studio sono qui e il dato più importante è che, in valori assoluti l’economia sommersa tedesca è la più consistente di tutti i Paesi europei: 351 miliardi di euro pari al “nero” di Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Irlanda e Austria messe insieme e superiore di circa 20 miliardi al “nero” italiano che è stimato in 333 miliardi. Strano che la Germania passi per essere come l’Eden degli onesti, perché i dati non dicono questo: dicono che  l’economia “non osservata” tedesca è la più grande d’Europa. Per “economia non osservata”, familiarmente chiamata in italiano “nero”, si intende sia l’economia criminale vera e propria sia, soprattutto, l’economia non criminale che sfugge ai controlli (in particolare del fisco) come, ad esempio, il lavoro non regolare, la mancata fatturazione o la sottofatturazione. Ma prendere i valori assoluti non basta: vanno messi anche in relazione al Prodotto Interno Lordo di un Paese perché è evidente che il 13% di economia sommersa della Finlandia non equivale allo stesso 13% di economia sommersa della Germania: infatti nel primo caso si tratta di appena 26 miliardi di euro e nel secondo di 351. L’Italia, avendo un’economia più piccola di quella tedesca, ha un rapporto sommerso/Pil più alto, cioè il 21% rispetto, appunto, al 13% tedesco. Il rapporto tra economia sommersa e Pil dell’Italia è uno dei più alti e, d’altra parte, gli scandali grandi e piccoli che emergono quotidianamente sono lì a dimostrare che siamo il Paese più corrotto d’Europa mentre la Germania passa per essere popolata da manager e dipendenti pubblici puri come gigli di campo. Friedrich Schneider (unica fonte presa come riferimento in modo da non fare confusione con altre metodologie di indagine su un tema così difficile da maneggiare) ha valutato anche il peso della corruzione nei vari Paesi europei e il risultato è che, nel 2012, le mazzette tedesche hanno pesato 250 miliardi di euro rispetto ai 280 miliardi dell’Italia. La Corte dei Conti, però, valuta il valore della corruzione italiana in 60 miliardi, non in 280. Peccato, però che il dato dei 60 miliardi sia praticamente inventato perché sono il risultato di una proporzione tra il valore stimato della corruzione mondiale con il Pil italiano. Un esercizio di pura matematica senza nessuna base scientifica, ma che continua ad avere libera circolazione nel dibattito pubblico. Ma oltre alle statistiche economiche anche quelle giudiziarie, sono interessanti. Secondo un recente rapporto della Commissione europea le denunce per corruzione in Germania nel 2011 sono state 46.795: il triplo rispetto alle 15.746 dell’anno precedente. In Nord-Westafalia i casi sono passati da 6089 del 2010 a 40.894 del 2011. Ovviamente c’è una spiegazione. Se si va a vedere il testo originale del rapporto si scopre che decine di migliaia di denunce riguardano un caso di tangenti che ha coinvolto tutti i dipendenti, civili e militari, di una base militare britannica e che vede coinvolti i dipendenti di una concessionaria automobilistica in due distinti processi. Anche il dato del 2010 (15.746 casi) è influenzato da singoli casi specifici. Bisogna andare al 2009 (quando non ci sono stati casi anomali di corruzione che falsano il dato) per avere un numero affidabile ed è 6.354 denunce e va confrontato con quello del 2012: 8.175. Un bel numero, tantopiù se si considera che mentre le denunce di crimini aumentano, le indagini diminuiscono: dalle 1.813 del 2010 si è passati alle 1.528 del 2011 fino alle 1.373 del 2012. Passiamo alle condanne: secondo l’Ocse tra marzo 2011 e il marzo 2013 di tutti i procedimenti anti corruzione, 33 sono stati archiviati per mancanza di prove mentre in 21 processi si è arrivati alla condanna nei confronti, complessivamente, di 141 persone. Di queste 141 persone, 43 sono state ritenute colpevoli di corruzione verso funzionari pubblici stranieri e questo significa che, secondo la giustizia tedesca, appena 138 persone in due anni sono state ritenute colpevoli di aver pagato tangenti all’interno della Germania. Un numero ridicolo se si pensa alla stima di Schneider secondo la quale le tangenti in Germania pesano per 250 miliardi ed è ancora più ridicolo se si pensa che in un solo anno, il 2012, le denunce per corruzione sono state, come detto, più di 8mila. Il confronto con i dati italiani è, a questo punto, d’obbligo. Nel 2011 le denunce per corruzione e concussione e abuso d’ufficio sono state 1820 (1.587 nel 2012, ultimi dati disponibili) mentre le persone condannate per peculato, malversazione, concussione, e corruzione sono state 800. In Italia si denuncia meno, ma si condanna molto di più. Come mai? Il rapporto della Commissione Europea sulla corruzione sembra mettere in relazione abbastanza diretta questa differenza tra denunce (molte) e indagini (poche) in Germania con il fatto che la magistratura tedesca, a differenza di quella italiana, è soggetta al potere politico. In alcuni specifici casi, infatti, il ministero della Giustizia di Berlino ha il diritto di “istruire” il magistrato titolare di un’inchiesta su come condurre le indagini e su quale particolare concentrare le sue attenzioni. E’, quindi, possibile che i magistrati tedeschi siano indirizzati dal governo a trascurare i casi di corruzione per concentrarsi su altri reati. E non sembra che questo stato di cose scandalizzi più di tanto i magistrati stessi: solo il 50% di essi, infatti, vorrebbe l’abolizione del potere di indirizzo delle indagini da parte del governo. Certo, quasi tutti gli indici di corruzione, stando al rapporto della Ue, sono migliori rispetto alla media europea, ma il rapporto fa notare che l’Ocse ha più volte chiesto alla Germania di rendere esecutive le sentenze (poche) che ricadono sotto il reato di corruzione visto che “la maggior parte delle sentenze vengono sospese”. Strano, è la stessa accusa che si rivolge all’Italia. Per di più il Greco, Group of States Against Corruption, nel suo rapporto sulla Germania del novembre del 2012, ha criticato il paese di Frau Merkel per le sue regole di finanziamento ai partiti poco rigorose (rafforzate nel 2013), per la corruzione dei parlamentari e per gli scarsi progressi nell’adozione delle raccomandazioni dell’organizzazione. Ma ritornando alla corruzione automobiolistica tedesca si auspica che il rispetto di certe regole e la sincerità verso i consumatori sono una fede negli Stati Uniti quindi possiamo immaginare che il board del Gruppo tedesco avrà parecchi grattacapi. Chi si aspettava da una casa automobilistica tedesca una corruzione tale? Quasi nessuno? Nel mondo della competizione è sempre presente la tentazione all’imbroglio, ma va represso. La corruzione è tipica di tutti gli stati ad economia attardata, ma non è esente in quelli ad economia avanzata come Germania, Italia, ecc.. Essa è presente nello Stato invadente, poco trasparente dove il cittadino non è protagonista. Sembra che nella cultura anglosassone la bugia e la corruzione hanno albergano di meno nella società, ma sarà vero? La guida citata prima aveva lavorato nel sistema bancario-assicurativo e con la laurea in Giurisprudenza osservava bene i contorni della corruzione diffusa anche in Germania. Troppo Stato dappertutto genera burocratismo che permette ad alcuni dirigenti ministeriali, regionali e locali, di essere più facilmente corrotti poiché accettano tangenti nel sistema degli appalti e nella non sufficiente trasparenza amministrativa. Certo esiste il reato, ma chi lo denuncia se non il cittadino ben informato e fiducioso nell’evoluzione culturale dell’Homo sapiens, che accetta le regole sociali, le rispetta e le fa rispettare collaborando con le Istituzioni e soprattutto con i Magistrati che sono tenuti per legge a far rispettare ed applicare la Legge. La collaborazione del cittadino è tanto più elevata quanto più elevato è il senso civico, il livello d’istruzione e l’imitazione. L’omertà e il menefreghismo, ma soprattutto la paura delle ritorsioni sono diffuse purtroppo ancora sia in Italia che in Germania ed è difficile dire dove esse sono maggiormente presenti anche se appaiono più diffuse nel territorio del Sud Italia. Il comportamento civico del cittadino italiano dell’ambiente settentrionale somiglia maggiormente al comportamento civico del tedesco sia per lo stile di vita laborioso che per essere un contribuente più trasparente nonché per maggiore rispetto della cosa pubblica. In conclusione non esiste un popolo più onesto oppure più imbroglione di un altro come molti luoghi comuni fanno pensare acriticamente. Esiste, invece, un sistema nel quale è più facile la corruzione se mancano regole certe, trasparenza amministrativa, buoni contratti di lavoro dei dipendenti, per la specifica funzione svolta, non per altre funzioni o relazioni non previste dal contratto. Chi sbaglia in modo grave e ripetuto deve sempre pagare direttamente e senza coperture politiche e partitocratiche. Anche in Germania dunque la corruzione esiste se vogliamo essere sinceri fino in fondo.

Il sito caserta24ore.it è verificato dall'Ordine dei Giornalisti