Mezzogiorno e rinascita dell’Occidente dopo l’aggressione degli ucraini.

(di Giuseppe Pace) Avevo indicato il titolo dell’articolo o contributo di pensiero pubblico da cittadino della Repubblica del 2022 d. C.: “Mezzogiorno e rinascita dell’Occidente, che può vantare il primato di civiltà sull’Oriente europeo ed asiatico”, ma per esigenze di spazio l’ho accorciato prima che lo facessero i direttori e i redattori dei media ai quali lo inoltro. In genere i miei contributi non sono brevi come la “moderna” mania giornalistica quasi impone. Con i media digitali credo che ci sia maggiore libertà di pensiero ed anche di uscire fuori dal coro del conformismo informativo, che spesso mi appare da pennivendolo con non sufficiente amore per la res publica. Quando insegnavo al Liceo straniero “Transilvania” di Deva, in Transilvania occidentale, il Maeci (Ministero degli affari esteri e cooperazione internazionale), oggi diretto dal campano ministro grillino, On. L. Di Maio, mi affidò, oltre le scienze naturali, chimica, ecc. anche alcuni saperi disciplinari inerenti la cultura e la civiltà italiana. Questi secondi domini culturali, in genere e in altre sedi estere (dove circa l’80% è costituito da docenti di ruolo di Lettere o Lingue straniere) sono più vicini alle finalità di diffusione e promozione della lingua e civiltà italiana nel mondo. Là, invece, in Transilvania occidentale, nel 2004, avevo una nuova sede estera vicino ai monti, che Traiano volle “avidamente” acquisire all’Impero di Roma caput mundi nel 106 d.C. Erano i monti Apuseni, ricchi di minerali auriferi. Apuseni o monti del tramonto (apus in romeno significa tramonto). Rimando a saggi ed articoli che ho dedicato alla Romania di prima e dopo Traiano, è possibile leggere il curriculum con l’elenco delle pubblicazioni curato ndall’ASMV (Associazione Storica Medio Volturno) dove il suo presidente, Prof. Dante Bruno Marrocco, piedimontese eccellente, mi associò nel 1984. La cattedra che io inaugurai era scientifica al Collegiul Tehnic “Transilvania”, oggi mutato in Liceo Tecnologico Transilvania di Deva, dopo un decennio di esistenza della sezione di lingua italiana, ma senza docenti italiani. Non si poteva, per esigenze varie, nominare un altro docente di ruolo italiano per le poche ore da dedicare a cultura e civiltà italiana che, in pratica, era un’ora di storia e geografia dell’Italia e un’ora di storia dell’arte. Si poteva affidarle ai due docenti romeni che le rappresentavano da tempo, ma loro preferirono indicare me, dopo una settimana di osservazioni del terzo docente “incomodo”. Ricordo che i primi giorni chiesi ad alcuni studenti, presente il loro docente di geografia, di parlarmi delle diversità regionali romene. Sentii i classici luoghi comuni: al nord tutti nlavorano come da noin in Transilvania, al sud sono sfaticati, ladri e non pèagano le tasse. Gli feci osservare, sempre in presenza del docente romeno, che nel libro di geografia della Romania che usavano e che avevo già sfogliato, non era scritto nulla delle loro affermazioni, ma che le avevo udite al bar con avventori analfabeti. Si diffuse la voce del docente italiano troppo esigente o severo. Voce che poi i fatti smentirono, ma non permisi a nessuno, come facevo al nnord Ityalia, di cavalcare luoghi comuni irreali nella diffusione della cultura in una scuola. Accettai comunque di insegnare le due ore di storia e storia dell’arte nel primo biennio, anche perché mi fu chiesto. Trovai tale nuovo compito non gravoso, ma, pur sempre, con nuove assunzioni di responsabilità che cercai di onorare aggiornandomi in storia dell’arte anche con il libro di testo esistente e confidando sulla mia passione antica da autodidatta storico e perché avevo insegnato nel 1984 “Tecnologia delle Arti applicate” all’Istituto d’Arte “Delpino” di Chiavari (GE). Restando nel dominio delle scienze umane più sensibili al sociale e meno in quello delle scienze naturali (scienze reali si chiamavano in Romania) che sono meno opinabili, ma più chiuse nelle torri d’avorio dei linguaggi specifici, informo che in Romania il tramonto del comunismo, con il dittatore Nicolai Ceausescu, era già avvenuto dal dicembre 1989, dopo il crollo del muro di Berlino. I romeni a maggioranza non lo rimpiangevano affatto per la grande miseria ambientale in cui vivevano al lume di candela e con la diffusa securitate o polizia politica di regime. Qualche collega più amico, mi mise in guardia da un altro che aveva svolto quel ruolo di informare la polizia segreta comunista. Ma vengo al più nostrano ambiente italiano. Noto da decenni che molti, non solo in Italia, hanno il vezzo culturale di dire e scrivere, pure su nuovi portali comunicativi digitali come facebook, del tramonto dell’occidente. Lo leggo anche in ambito locale come a Piedimonte Matese, dove un’Associazione viva ed attiva, ideata da donne, intende migliorare l’ambiente locale contribuendo come in una democrazia matura in cui il cittadino è attivo o partecipe nel governo della res publica. Il nostrano Mezzogiorno, purtroppo, è afflitto ed affetto da una antica endemica abitudine di delegare col voto il cittadino candidato nel partito X e Y e poi, di tanto in tanto, imprecare “piove governo ladro”, senza controllare e partecipare al governo della res publica. Questa è la prima tappa di una democrazia, quella rappresentativa. La seconda tappa è partecipativa perché il cittadino controlla il delegato e non viene solo da questi controllato: spesso solo con e in feudi elettorali consolidati, oppure innovativi apparenti perchè da “rimpasto”! Noto che nei municipi spesso vanno alcuni eletti, anche come primi cittadini, con l’intento di fare grandi opere dove si chiedono ancora più grandi contributi pubblici mediante progetti finanziati da Enti Locali sovracomunali italiani ed europei. A Piedimonte Matese questa a me pare essere la regola aurea e non solo del centrosinistra ormai al tramonto orientale anche reduce dell’esempio fratricida di aggressione degli ucraini da parte del dittatore moscovita, che da decenni predica il tramonto dell’occidente (e gli fanno eco dal 68 in poi tutti i fiolosofi e letterati più o meno filomarxisti europei, asiatici ed americani). Nel recente saggio ambientale, Canale di Pace, che ho scritto in due anni circa di pandemia da covid19, insisto, non poco, sulla diversa visione e formazione del cittadino occidentale dall’orientale, più evoluto il primo verso l’individualità responsabile e liberale, mentre è più tradizionalista e statalista il secondo, che confida nello stato padrone che decide per lui, anche se in modo dittatoriale alla Putin. Nel libro suddetto non si condivide il requiem (di molti filosofi e storici comunisteggianti nonché teologi come quello ortodosso russo), del tramonto dell’Occidente. Anzi, promuovo l’Occidente come ambiente con culture e democrazie più evolute. In occidente filosofi, storici ed altri, dei saperi delle scienze umane, più opinabili delle scienze naturali, hanno inneggiato al tramonto dell’Occidente con libri a iosa e lezioni di storia e filosofia, senza alcun rispetto democratico dei diritti dei discenti, nei licei classici e scientifici senza esludere quelli provinciali. Quando si dice ambiente provinciale non si intende solo la valenza geografica, sociologica, antropologica, statistica che certifica il dominio della tradizione sull’innovazione. Nelle aule universitarie, liceali e un pò meno nei tecnici e professionali, dove abbondano i saperi meno opinabili, il mito comunista del tramonto dell’Occidente è stato promosso ad alta voce, anzi era di moda: no al consumismo, alle miultinazionali, all’America, alla tradizione nostrana e si alle innovazioni di minoranze come i problemi aperti della fine della vita, l’omofilia, genter, ecc. Di tramonto dell’Occidente ne sta parlando ora V. Putin, che dalla Russia si fa sostenere con entrambe le mani dal fedelissimo patriarca ortodosso Kirill anche per aspetti omofobici. Da più parti nei giorni scorsi, sia dal fronte cattolico che da quello ortodosso ucraino facente capo al suo stesso Patriarcato moscovita, si erano levate voci affinché il patriarca Kirill – notoriamente legato a doppio filo a Vladimir Putin – si pronunciasse chiaramente contro la guerra d’invasione. Ma la sua risposta è stata di tutt’altro tenore, Kirill, ha giustificato la guerra in Ucraina, vista come lotta contro la promozione di modelli di vita peccaminosi e contrari alla tradizione cristiana. Da Mosca, Kirill, ha detto: “questa primavera è stata offuscata da gravi eventi legati al deterioramento della situazione politica nel Donbass, praticamente lo scoppio delle ostilità”. Poi ha incentrato tutta la sua argomentazione sulla necessità di lottare contro i modelli di vita promossi dalle parate gay. Non condanniamo nessuno, non invitiamo nessuno a salire sulla croce – ha aggiunto -, ci diciamo solo: saremo fedeli alla parola di Dio, saremo fedeli alla sua legge, saremo fedeli alla legge dell’amore e giustizia, e se vediamo violazioni di questa legge, non sopporteremo mai coloro che distruggono questa legge, offuscando il confine tra santità e peccato”. Le organizzazioni del sacro, presente nell’Homo sapiens fin dagli albori della storia naturale, sono le religioni che sembrano una sorta di retaggio del suddito e popolano più che del cittadino attuale. Già nell’altro libro Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio del 2011, precisai che nel Catasto Onciario di Piedimonte Matese del 1700 si poteva rilevare i bassi salari dei lavoratori, differenti tra salariate con paghe più basse e salariati. Entrambi i generi riuscivano appena a comprare il pane con una giornata di lavoro dipendente dai possidenti e nobili locali. Nel Canale di Pace, invece, preciso di appartenere alle arti liberali da cui proviene il cittadino ex suddito o suddito di neofeudi elettorali, che frenano l’evoluzione del cittadino artefice del proprio ambiente. Il cittadino delle arti liberali è chiunque vive del proprio lavoro, né nobile con feudi ereditati, ne servo del padrone da cui si dipende come anche dal suo pensare da ribadire come un pappagallo. Nel libro suddetto non nascondo mai l’ammirazione verso il cittadino e non il suddito ad iniziare dallo stato, troppo spesso padrone, sia nei servizi essenziali che meno. Nel Mezzogiorno, nostrano il cittadino, a maggioranza, ritengo che sia ancora più suddito del Settentrione, dove l’ambiente è più ricco di opportunità lavorative e con più elevata qualità di molti servizi sociali: ospedali, scuole, case di riposo per anziani, trasporti, ecc. Ritengo che il mio peregrinare esistenziale dal Sannio al Veneto e all’estero, si rifletta pure nel saggio Canale di Pace. Peregrinare che non mi permetterebbe più percorrere la strada semplice e in discesa della nostalgia dell’imprinting, ma della mente, che è sempre in salita e non in discesa emotiva. Salire però non mi è stato molto faticoso essendo stato abituato a salire, da adolescente e per curiosare oltre ilo limitato orizzonte e paesaggio, le vette dei monti appenninici esistenti attorno al toponimo Canale di Pace, casa di campagna dei miei avi. Il mio libro dunque è un escursus che si tinge di note autobigrafiche, tra lo scientifico dagli ambienti locali a quello globale con l’evoluzione del cittadino verso una visione meno provinciale, che spesso è più tradizionale e meno innovativa. Il Il libro Canale di Pace, che ritengo meno locale e più globale si può acquistare, su scala mondiale sia in formato cartaceo che in eBook, cliccando digitalmente: Giuseppe Pace: Canale di Pace, Amazon, libri.it Per i residenti in Europa si clicca.com, oppure, per il Canada.ca e, infine, per gli anglofoni, statunitensi e altrove. co.uk Questa ultima precisazione non è, come può apparire, a qualche lettore poco indulgente, una mera pubblicità, ma è dettata dal fatto che non dipendo più dalle case editrici italiane, che, tranne per noti opinionisti televisivi, si fanno pagare dagli autori i libri che pubblicano, modalità da tramonto dell’occidente poiché non esiste più il rischio d’impresa e lo Stato, non liberale ma padronale e cattocomunista, a me pare che stia a guardare come sta a guardare l’aumento ingiustificato dei carburanti per il trasporto di persone e merci!