Capua. Don Maurizio Patriciello incontra gli alunni del Pizzi

(di Antonella Ricciardi) CAPUA Incontro denso di significato, quello di venerdì 22 aprile scorso, che ha visto la visita di Padre Maurizio Patriciello al Liceo “Pizzi”, di Capua. Parroco nel quartiere molto difficile del “Parco Verde” di Caivano, autore di vari libri che denunciano il deleterio traffico di rifiuti pericolosi, don Patriciello è stato ospite nell’ambito delle attività della “Settimana dello studente”. Caivano, tra l’altro, ha una collocazione particolare: pur essendo in provincia di Napoli, dipende dalla diocesi di Aversa. Zona, quindi, vicina a Capua: del resto, il “Pizzi” viene scelto anche da studentioltre Capua, compresi alunni di famiglie di Casal di Principe, che preferiscono un luogo tranquillo per i loro figli. In un’Aula Magna gremita di studenti ed insegnanti, con la partecipazione del preside Enrico Carafa, il sacerdote ha dialogato con la scuola, in modo diretto, unendo franchezza e delicatezza. Impegnato da anni nell’avversare la criminalità organizzata, Padre Maurizio Patriciello da anni contrasta la camorra, con la determinazione di migliorare la situazione, sul piano sociale e per favorire la consapevolezza e la coscienza. Nonostante varie intimidazioni, che gli sono valse l’assegnazione di una scorta, presente anche al Pizzi (alcune persone, da lui chiamate familiarmente “amici”) don Maurizio va avanti. La paura, infatti, afferma don Maurizio, può essere utile, quando ci aiuta ad essere prudenti, ma non deve diventare paralizzante, impedendo di agire: altrimenti, si toglie senso alla vita stessa. Le sue denunce sull’inquinamento ambientale hanno portato il 22 maggio 2015, alla legge 68, che prevede specificamente reati ambientali. Una legge che non riusciva ad essere approvata dal Parlamento, dove si era impantanata da 20 anni circa, a causa soprattutto delle pressioni di Squinzi, in nome della Confindustria. Grazie a questa legge, finalmente non ci si può limitare solo alle multe in caso di reati ambientali. Una legge che ha portato ad una più vera consapevolezza dell’importanza fondamentale di interventi sul territorio: presa di coscienza che ha portato alla comprensione della necessità di interventi decisivi per impedire l’inquinamento da rifiuti e cercare di porre rimedio con bonifiche in zone in situazione già colpite da reati ambientali. Del resto, quello dei reati ambientali, a volte sfociati addirittura in disastri ambientali, pericolosi per la salute nelle zone più vicine alle discariche abusive, è il più allarmante, ma solo uno dei vari ambiti di azione della criminalità organizzata. Un tempo in parte limitata soprattutto al contrabbando di sigarette, l’attività delle camorre si è in molta parte spostata sul molto più deleterio traffico di droga; la zona del Parco Verde di Caivano, dove si trova la parrocchia di Padre Maurizio Patriciello, è addirittura la più grande piazza di spaccio d’Europa. Il traffico di stupefacenti, quindi, leggeri (ma fino a un certo punto) e pesanti si è affiancato alle più tradizionali attività di rapine, estorsioni (considerate come “tasse” da tributare ad un Anti-Stato, quasi Stato parallelo, dai camorristi), sfruttamento della prostituzione, infiltrazione in gare d’appalto, favoriti da inserimenti in amministrazioni locali. In questi ultimi casi, manager criminali si aggiudicano appalti truccati, mettendo le mani su lavori pubblici, realizzati in modo spesso non a norma, per risparmiare soldi. Soprattutto tra una parte dei costruttori, infatti, si è mossa la forza imprenditoriale della camorra. Anche riguardo lo smaltimento dei rifiuti, spiegava molto chiaramente il sacerdote, per risparmiare soldi non li si era smaltiti nel modo più corretto, soprattutto riguardo quelli industriali, molto più pericolosi di quelli urbani. Tutto, ciò, peraltro, è avvenuto con la complicità di politici collusi ed imprenditori criminali del Nord; lo stesso Carmine Schiavone, collaboratore di giustizia, aveva affermato, in modo eloquente: “Sono loro che ci sono venuti a cercare”. Non potevano lasciare indifferenti, naturalmente, gli esempi concreti, espressi da Padre Maurizio, riguardo sue esperienze di vita vissuta, in cui ha raccontato suoi contatti con le persone, per spezzare le catene del male. Allo stesso Carmine Schiavone, infatti, don Maurizio aveva scritto una lettera aperta, chiedendogli di rivelare di più per combattere lo smaltimento illegale di rifiuti. Inaspettatamente, Carmine Schiavone, che viveva in una località protetta, aveva accettato di incontralo: quest’uomo, responsabile di un numero di omicidi imprecisato (eppure, erano tutte singole persone), ma comunque decine, aveva rivelato anche altro, ed era morto tempo dopo, tenendo con sé un crocifisso di legno regalatogli dallo stesso don Maurizio. Ancora, Padre Maurizio, che nella sua predicazione incontra soprattutto la strada, aveva narrato della sua amicizia con Salvatore, un cutoliano, che gli chiedeva di pregare per lui. Preso dal desiderio di bruciare le tappe, in una realtà difficile, Salvatore aveva infatti aderito alla fazione della “Nuova Camorra Organizzata” di Raffaele Cutolo; tuttavia, si erano bruciati proprio gli anni migliori di Salvatore, trascorsi, dopo iniziali guadagni più facili, in carcere. In un contesto in cui era difficile sottrarsi all’idea di prevaricare, per non essere prevaricati, Salvatore era in parte emarginato, in parte temuto… Alla fine, lo stesso Salvatore era stato purtroppo ucciso, in una delle tante faide che hanno macchiato di sangue la Campania… Infatti, determinate strade conducono normalmente in carcere o al cimitero, molto tristemente, ma in modo non difficilmente prevedibile. Vicende di cronaca nerissime, purtroppo familiari in determinati luoghi: lo stesso don Maurizio, più volte, del resto, aveva dovuto celebrare funerali di persone vittime di faide, che a volte aveva lui stesso battezzato. Incontri che fanno perdere, incontri che salvano: Salvatore aveva incontrato le persone sbagliate, don Maurizio aveva scoperto in sé la propria vocazione sacerdotale dopo avere dato un passaggio ad un frate francescano, che chiedeva l’autostop. Del tutto condivisibile, meritevole, inoltre, è stata la posizione espressa da Padre Maurizio Patriciello, per accogliere e non far sentire discriminati e non accettati i figli di persone che avessero avuto problemi per la camorra; in particolare, le sue parole sono state a favore della piccola Denyse Cutolo, che gli aveva scritto una lettera di affettuosa stima, conoscendo la sua opera. Figlia di Raffaele alla Cutolo: concepita, tramite autorizzazioni giuridiche, con inseminazione artificiale, perché lui non aveva avuto benefici per uscire dal carcere. Denyse Cutolo, 14 anni, è infatti una persona innocente, ancora di più da aiutare a sentirsi inserita nella società; una ragazzina già provata dal terribile isolamento, in condizioni di 41 bis, che aveva vissuto il padre, ricordava ancora don Maurizio Patriciello; perfino un vetro divisorio le impediva qualunque contatto fisico con il padre, dai 12 anni (per timore di eventuali passaggi di messaggi illeciti: timore che poteva essere superabile, data la videoregistrazione dei colloqui stessi). Raffaele Cutolo non era un collaboratore di giustizia, plausibilmente per timore di rappresaglie e di problemi per la sua famiglia; va detto, però, che si era detto, pentito con la sua coscienza, con Dio. Anche secondo il già vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, Cutolo si era ravveduto; Raffaele Cutolo affermava, tra l’altro, che la croce fosse la vera cattedra di vita. Quello di Raffaele Cutolo è stato uno dei casi di detenzioni più lunghi della storia italiana: dopo decenni di carcere, era rimasto in 41 bis fino al decesso, per malattia, a 79 anni, nel 2021: negli ultimi mesi era stato ospedalizzato in una clinica esterna al carcere. Anche in questo intenso passaggio, infatti, si è rivelata molto la grande bontà di Padre Maurizio, a favore di un trattamento più umano per i detenuti, che non colpisca anche le loro famiglie; del resto, uno Stato che rispetti di più, può essere più rispettato, soprattutto agli occhi di persone innocenti, senza colpe. Un episodio antecedente, che può illuminare ancora di più il modo con cui Padre Maurizio Patriciello susciti i sentimenti migliori, precedente all’incontro al Pizzi ed a quanto detto lì, aveva riguardato proprio questo caso: vi erano state alcune polemiche, in occasione di una Messa in suffragio dello stesso Raffaele Cutolo, solo perché sul manifesto del primo anniversario del decesso si era scritto di celebrazione per l’anima benedetta del defunto: un polverone suscitato da un consigliere comunale di Napoli, Francesco Emilio Borrelli, ed incoraggiato dal giornalista Sandro Ruotolo. Le parole sul manifesto funebre erano state definite addirittura “esecrabili”, con parole di biasimo addirittura verso un incolpevole prete del comune vesuviano di Ottaviano, certamente non responsabile di quanto scritto dalle pompe funebri, in accordo con la famiglia che aggiungeva anche di ricordarlo con immenso amore. Eppure, quella formula è standard, si può constatare: senza particolare significato celebrativo. Don Maurizio Patriciello, aveva chiarito, con un deciso e rasserenante articolo sul quotidiano cristiano cattolico “L’Avvenire” quanto, fermo restando la condanna dei delitti, la Messa fosse del tutto legittima, in quanto fosse dovere della Chiesa pregare per la misericordia di Dio, per i peccatori (e tutti lo sono, sebbene solo alcuni siano rei), e di quella persona in particolare; la preghiera per la misericordia, del resto, può essere per chiunque. I tragici errori di Raffaele Cutolo erano stati severamente condannati da magistrati che, comunque, avevano rispettato alcuni suoi diritti base, essenziali, e quando si rivolgevano a lui, lo chiamavano “signore”, ricordava nell’articolo don Maurizio Patriciello; anche la Messa meritava rispetto, e senza anticristiani eccessi di giudizio, che non possono essere corretti, perché non si può conoscere tutto di una persona. Il giudizio può essere solo di Dio, quindi il Tutto, l’Assoluto. Don Maurizio Patriciello aggiungeva anche che l’unica pena che si auspicava vi fosse, e per questo si pregava, era rivedere la propria vita alla luce di Dio, e che fosse plausibile che venisse chiamato Purgatorio quello che, nell’auspicio delle preghiere, fosse un cammino di purificazione, evolutivo: in quella, ed in generale nelle Messe in suffragio. In effetti, si può aggiungere che le benedizioni religiose vi sono sempre state, anche per i condannati a morte: anche riguardo le ultime esecuzioni in Italia, si vedono, in filmati d’epoca, condannati a morte, bendati, che venivano benedetti da preti, prima della fucilazione; emerge non ci fosse motivo per negare a qualcuno che era stato condannato all’ergastolo. Anche in quella occasione, così, si erano confermati il coraggio audace e l’estrema delicatezza di don Maurizio Patriciello, perché effettivamente non si può paragonare un semplice atto di pietas quale una Messa ad intenti celebrativi veri, di personaggi non sempre limpidi: ad esempio, alla sepoltura in Sant’Apollinare del boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, da cui, invece, la Chiesa stessa aveva preso le distanze. Quella di don Maurizio Patriciello, nel caso di Raffaele Cutolo, era stata invece la sacrosanta difesa di una preghiera per la misericordia: una difesa anche della libertà di coscienza, dato che rischia di essere totalitario ostacolare perfino una preghiera di benedizione; una preghiera di benedizione, che, comunque, si era poi svolta con tranquillità e senza ostentazioni. Tale posizione di Padre Maurizio Patriciello aveva quindi toccato profondamente i cuori; lo stesso don Maurizio aveva appunto ricevuto la lettera affettuosa dell’innocente Denyse Cutolo. Peraltro, a volte chi collabori con la giustizia può avere avuto anche colpe più estrema di altri: al riguardo, padre Maurizio aveva ricordato l’agghiacciante caso di Giovanni Brusca: un individuo che aveva premuto il telecomando per uccidere il giudice Falcone, che aveva determinato l’uccisione di un bambino, tenuto prima prigioniero per mesi, per distruggerne il padre, collaboratore di giustizia: il caso, naturalmente, era quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima della peggiore infamia. Del resto, si può aggiungere, anche recenti sentenze della Corte Costituzionale, la più alta giurisdizione d’Italia, nel 2019 e 2021, hanno precisato quanto collaborazione con la giustizia e pentimento etico-morale possano anche a volte non andare insieme: ci sono anche casi di persone ravvedute, che non abbiano collaborato per timore di rappresaglie e situazioni de genere. Inoltre, un equilibrio nella distinzione tra ambito di fede, intimo e libero, e differenza con atteggiamenti di altra natura è molto chiaro, nel pensiero di don Maurizio: ricordando, ad esempio, il tragico caso, ad esempio, del giovanissimo Ugo Russo, “guappo” quindicenne, purtroppo ucciso a 15 anni, mentre purtroppo attuava una rapina. Su quella vicenda, don Maurizio, al Pizzi, aveva ricordato un episodio: nel comune vesuviano di Sant’Anastasia, durante processioni per la Madonna dell’Arco (riti che, fatti bene, erano certamente belli), erano state poste dietro alcune immagini di Maria quelle di Ugo Russo: in quel caso, Padre Maurizio notava ci fosse una indebita sovrapposizione di ambiti, perché la famiglia aveva sì tutto il diritto di piangere il proprio caro, e di pregare per lui, ma nel privato, ed in celebrazioni apposite: cosa diversa da occasioni celebrative. Del resto, la figura di Ugo era l’emblema, e quasi un monito: Ugo Russo poteva ricordarci di non sprecare la vita, perché è una quella terrena: bellissima e fragilissima. Ugo non era morto da eroe: questo è punto fermo, ma nulla deve vietare di pregare per lui, per la sua famiglia e per chiunque: la sua devianza non esime dal chiedersi se si sarebbe potuto fare di più per lui. Anche riguardo i trasgressori, c’è da ricordare che i loro errori non ne azzerano del tutto il valore e la parte di bene. L’impegno di Padre Maurizio per uscire dalla situazione di terra dei fuochi, di discariche abusive e di roghi di rifiuti tossici (che diffondono diossina), e farla tornare ad essere “Campania felix”, fertile, feconda naturalmente, è stato unito ad un’analisi non conformista e veritiera su tante situazioni. Del resto, determinate realtà sono frutto di una questione meridionale ancora molto viva: dai tempi in cui il Meridione era stato trattato come una colonia, senza riforme sociali e con leggi da stato di guerra: tutte misure da superare; disagi che avevano causato anche una drammatica, impetuosa emigrazione. La valorizzazione del Sud, quindi, è stata al centro dell’analisi di don Patriciello: dai bene storico-artistici, tra cui la finalmente recuperata Reggia rustica (Palazzo di campagna con fattoria) borbonica di Carditello, a San Tammaro, all’amore per l’espressivo idioma locale: vera e propria lingua napoletana, con una ricca tradizione letteraria, che si affianca e non contrappone alla lingua italiana ed alle lingue straniere, ad esempio l’inglese, la cui conoscenza è sempre di grande utilità. Gli interventi di padre Maurizio, quindi, che ha dialogato attivamente con la scuola, hanno spaziato dal contrasto alla violenza, con particolare sensibilità allo stillicidio riguardo i femminicidi, all’importanza anche religiosa della tutela ambientale, ricordando anche l’enciclica papale “Laudato si”, a favore della salvaguardia della natura. L’attenzione al nesso tra salute ed ambiente ha visto una particolare attenzione di Padre Maurizio, anche perché viene dal mondo della sanità, essendo stato capo reparto in un ospedale; a proposito di sanità, rimarcava ancora don Maurizio, il senso dei vaccini per il covid è proprio limitare le ospedalizzazioni, per lasciare posto ai malati più gravi: non solo di covid, ma anche di tumori, ed altre patologie di rilievo. Tematiche da considerare primarie, naturalmente: infatti, ricordava don Maurizio, secondo quanto già affermato da Sant’Agostino, bisogna essere uniti sulle cose importanti, liberi sul resto. Giustamente, il dirigente scolastico, professor Enrico Carafa notava così quanto posizioni più giustamente anticonformiste, rivoluzionarie nel senso migliore, potessero arrivare proprio da rappresentanti della Chiesa: in linea con le stesse posizioni di Papa Francesco. Del resto, è una “eversione”, in senso positivo, quella che cerca di rovesciare una situazione d’ingiustizia. Attraverso il suo esempio di bene, Padre Maurizio scuote così la coscienza di coloro che operino per il male: chi fa il male, tende a giustificarlo, pur non correttamente, ma ha comunque una coscienza, con il cui profondo deve fare i conti: con la sua opera, don Maurizio toglie gli alibi a coloro che pensino che il mondo si regga solo sulle prevaricazioni reciproche, dimostrando che un’altra realtà esiste e si può costruire: una realtà di pace, simboleggiata anche da un ulivo bonsai, donato dalla scuola al sacerdote.