EVASIONI

(Vincenzo Andraous) E siamo a quattro evasioni nel breve spazio di alcuni mesi, ben quattro fughe in avanti, una dietro l’altra, avvenute nello stesso identico spazio di sopravvivenza. Una sorta di evasione di massa, come se niente fosse, come se a nessuno fregasse un bel niente di questa reiterata e colpevole sottrazione di umanità. Si, perché non si tratta soltanto di scelta imposta dalla disperazione dell’abbandono, dalla mancanza di diritti, sembra impossibile anche di doveri, perché latitano le possibilità di lavoro, di relazione, di impegno sociale, di responsabilità della riparazione. Sono vere e proprie evasioni imposte dall’incuria e dal disamore per la giustizia che non è, né mai potrà essere vendetta. Dalla violenza della costrizione a non fare niente, dall’illegalità in barba alle riforme, alle costituzioni, agli articoli di codici e di sentenze internazionali. Ben quattro evasioni con i piedi in avanti, ben quattro uscite dal portone blindato senza autorizzazione. Ben quattro suicidi in un pugno di tempo, nello stesso angolo buio dove non è dato vedere ma neppure sentire e comprendere l’affanno della galera deprivata di scopo e utilità. La teatralità di un interesse collettivo che non sta a rendere le persone migliori di quando sono entrate, ma in quella contabilità, indicibile, irraccontabile, che mette in fila le assenze di queste evasioni impossibili eppure così reali, che non creano alcun scandalo, moti di vergogna, soltanto una percentuale numerica a favore della diminuizione del sovraffollamento penitenziario. Suicidi a catena, in pochi mesi, in pochi giorni, in poche ore, eppure il silenzio che ne deriva è terrificante per non dire innaturale e quindi disumano. Un silenzio che sta nell’indifferenza tutto intorno a quei morti ammazzati, tutto intorno a quella sorta di terra di nessuno, tutto intorno all’ingiustizia che vesti i panni delle dimenticanze, delle smemoratezze, delle parole dette e subito dopo ghigliottinate. Un silenzio contornato dalle buone azioni, dalle buone intenzioni, dagli entusiasmi di chi si spende, ma appunto per questo rimane un silenzio colpevole e consapevole di quanto accade ma soprattutto non accade dentro una cella. Di fronte soprattutto ai silenzi che tramortiscono e umiliano tanta resa disumana.