QUOTE ROSE IN CRESCITA

( di Dante Iagrossi) Il lungo cammino dell’emancipazione femminile, pur non compiuto del tutto, ha raggiunto risultati notevoli ed imprevisti, sia in Italia che in altri Paesi del mondo. Iniziato con le manifestazioni isolate e coraggiose delle suffragette di inizio Novecento, si è andato poi sviluppando in maniera lenta, ma inarrestabile, pur tra difficoltà e momenti critici. Paradossalmente, i due tremendi conflitti mondiali non hanno segnato affatto periodi di stasi, ma al contrario, con la lunga permanenza degli uomini al fronte, hanno portato le donne all’assunzione quasi obbligata di molti ruoli nuovi, sul piano sociale, economico e persino amministrativo. Tappe importanti in Italia sono stati la conquista del diritto al voto (1946), poi il divorzio (1970) e l’aborto (1978). Negli ultimi tempi si registra un anche un aumento della quota rosa nelle due camere, favorito da nuove regole legislative. In particolare quest’anno una donna, Elisabetta Belloni, dirigente del DIS (Coordinamento Servizi Italiani di Intelligence) è stata molto vicina alla candidatura alla presidenza dello Stato, bloccata da un fronte oppositivo imprevisto. Sono molte le presidenti di Camere e ministre che si sono succedute dagli anni ’80 in poi, a cominciare da Nilde Jotti, prima presidente di Camera, per passare a Irene Pivetti, Boldrini, Casellati, Anselmi. Nel resto del mondo, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, sono un’ottantina le donne divenute presidenti e premier. In Europa, tra le altre, si sono evidenziate in particolare Angela Merkel, cancelliera tedesca che ha guidato il suo Paese per quindici anni, e Ursula Von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea. Tra le doti principali di queste donne la buona preparazione politica, la forte determinazione e la capacità equilibrante di mediare conflitti. A livello mondiale, ancora più sorprendente ed emblematica è la figura di Ellen Johnson Sirleaf, prima donna capo di stato in Africa, nel 2005, poi Premio Nobel 2011 per la pace, (in particolare, per la lotta non violenta in favore della sicurezza femminile e del loro diritto a partecipare al processo di pace). Travagliate le sue vicende personali. Si sposò nel 2017 con un uomo violento, da cui ebbe quattro figli. Dopo il divorzio, studiò diplomandosi in Economia, e si dedicò alla carriera politica: per le sue idee ed azioni ribelli, con la denuncia dei crimini di guerra del regime di Doe, dovette subire il carcere (con condanna a dieci anni, non completata) e l’esilio. A 70 anni, nel primo discorso dopo l’elezione, ha esordito con una frase quasi gridata, densa di aspettative e voglia di cambiamenti: “Donne, siete pronte per entrare nella Storia?”. Durante i suoi due mandati, si è impegnata per riportare la pace interna nel suo Paese dilaniato da sanguinose guerre civili per 14 anni, facendo affidamento soprattutto alle donne, tradizionalmente impegnate nella raccolta del cibo e vari lavori di sostentamento alle famiglie. La sua campagna elettorale fu intensa e diffusa, in ogni angolo della nazione, anche nel fango, con tacchi alti, su strade malmesse o addirittura inesistenti. Così ebbe anche modo di rendersi conto delle rovinose conseguenze delle guerre fratricide: ben 250.000 morti su una popolazione di 3 milioni di abitanti, ospedali e cliniche in condizioni fatiscenti, mancanza di corrente elettrica, ecc. Dopo di lei, che ebbe come avversario un noto e quotato calciatore, in Etiopia Saule-Work Zewlde è l’unica presidente in carica in Africa, dall’ottobre 2018. Un altro fatto inatteso e sorprendente è la massiccia presenza femminile nel Parlamento del Ruanda, superiore a quella maschile, in percentuale al primo posto a livello mondiale, mentre in Italia la quota rosa arriva solo al 35,6%. A livello europeo, nel novembre 2020 le donne costituivano il 32,7% dei parlamenti nazionali, ma con notevoli differenze tra uno stato e l’altro: il 49,6% del parlamento svedese è formato da donne, mentre solo il 12,6% in quello ungherese. Si registra però un costante aumento, che potrebbe portare al pareggio nel 2032. In altri Paesi fuori della UE, la media scende al 27%, con un minimo in Turchia del 17%. Le storie significative di Sirleaf e del Ruanda dimostrano in modo evidente che anche in Paesi a volte ritenuti retrogradi, la forza e la voglia di cambiamento delle donne può essere decisiva ed efficace, con risultati maggiori che nell’Occidente ricco e avanzato. Per quanto riguarda l’occupazione lavorativa femminile, in Italia il tasso del 50.1% nel 2019, per effetto del Covid è sceso al 48,5%, ma adesso ricomincia a crescere; i maschi sono circa al 67,5%. Di contro in Svezia il tasso arriva al 75,4%.