“Perché (non) andare a scuola”, il nuovo libro di Pierpaolo Perretti

(Caserta24ore) «Perché (non) andare a scuola»: il nuovo libro di Pierpaolo Perretti sull’imprescindibilità (e inutilità) dell’istruzione, Rubbettino 2022, pp. 178.
Che il sistema scolastico risenta di qualche problema è cosa nota. E altrettanto nota è la centralità che ha l’istruzione nella formazione di una persona. Tuttavia – come molte altre cose – queste affermazioni vengono più che altro ripetute a vuoto, sentite giorno dopo giorno fin da quando si è piccoli, come una cantilena a cui però manca spina dorsale.
In effetti, forse, se interrogati sul perché di queste così evidenti convinzioni, rischiamo di rimanere muti o incerti, o ancora di dar risposte altrettanto preconfezionate.
Un po’ come fanno gli alunni interrogati regolarmente a inizio anno da Pierpaolo Perretti, il quale fin da subito si diverte a sentire scricchiolare queste verità senza spiegazione. Perché in effetti che la scuola sia utile e imprescindibile lo sanno tutti, ma il perché sembra essere una domanda estre-mamente complessa. La questione è indagata nel nuovo libro del docente liceale Pierpaolo Perretti: Perché (non) andare a scuola, in libreria per Rubbettino Editore a partire dall’8 luglio. Nella sua bella prefazione la vicedirettrice de «La Stampa», Annalisa Cuzzocrea, sottolinea l’urgenza di rispondere a una simile domanda, soprattutto dopo l’esperienza del covid; soprattutto in una società come la nostra, che per quanto bella è anche estremamente complessa (a tratti problematica) e l’istruzione sembra essere uno strumento indispensabile nel suo panorama. Già, ma perché? Il libro di Pierpaolo Perretti si propone di ripartire dalle basi. Il suo è un lavoro di decostruzione e ricostruzione del sistema scolastico che ha la capacità soprattutto di indicare lo spirito che dovrebbe animare i lavori. Il lettore è condotto dietro le quinte di questa complessa istituzione, di cui sono svelati i malsani in-granaggi: dall’orientamento, i cui intenti originari sono divenuti attività ipocrita la cui unica preoc-cupazione è il numero di iscritti all’anno successivo; al collegio docenti, ridotto a operazione di fac-ciata. Sono analizzati strumenti istituzionali quali i voti, l’esame di stato, i debiti estivi, per mo-strarne le contraddizioni intrinseche che inquinano la reale utilità dell’insegnamento.
Com’è possibile – si chiede Perretti – fare un bilancio di tutte le sfaccettature di cui è composto un ragazzo ed esprimere tale bilancio con un numero? Il voto non può certo render conto della persona. Non solo: invece di essere sincero giudizio viene smascherato come mezzo per tutelare l’alunno e impedire al professore di esprimere una reale valutazione, in un gioco in cui alla fine perdono tutti, alunno in primis. Il paragone col medico è calzante: non si pretenderebbe mai da un medico di celare le problematiche del paziente al solo scopo di rincuorarlo. Se il medico è competente dovrà dirci come davvero stanno le cose, e come risolverle. Nel sistema scolastico accade paradossalmente il contrario: le difficoltà vengono occultate per evitare di fargli fronte. È mettere la sporcizia sotto il tappeto nella speranza che nessuno si accorga di nulla. Stando così le cose la scuola risulta più che altro un ostacolo da superare, un impiccio di cui sbaraz-zarsi per passare alla tappa successiva.
La domanda a questo punto diventa incalzante: dove risiede l’utilità di un sistema siffatto?
Nonostante le critiche il libro è tutt’altro che disfattista: tutta l’analisi è condotta con lo sguardo di chi crede fermamente nella scuola e nella sua utilità. E Perretti non teme di essere sincero, esatta-mente come il medico non ha timore di dire il vero perché ha a cuore la salute dei pazienti. La risposta al “perché” della scuola non può essere data adottando una prospettiva interna al siste-ma: l’utilità primaria dell’andare a scuola non ha nulla a che vedere con quel che oggi è ritenuto “utile”, ma forse proprio per questo può risultare indispensabile. Per questo Perretti invita a pensare a un altro utile, uno più antico, socratico, che oggi tendiamo disgraziatamente a dimenticare. È alla luce di questo che è possibile ripensare se stessi e il sistema nel quale si vive. Per riprendere le parole di Annalisa Cuzzocrea “la scuola è il più formidabile strumento di emancipazione di sé. E serve quindi a chi, più di ogni altro, di quella emancipazione ha bisogno”.